I meme di Khing e Sanders, paladini dell’autentico contro la dittatura dei filtri immagine

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La sensazione che il video dell’influencer che fa workout durante il golpe in Myanmar sia un fake – uno di quelli clamorosi, per inciso – accompagna chiunque veda per la prima volta le immagini della lezione di aerobica con il colpo stato sullo sfondo. È semplicemente troppo assurdo, nello scollamento dalla realtà che riesce a immortalare, per essere vero. Non a caso sul web si sprecano le accurate disamine del video, divise fra chi ne sostiene l’autenticità e chi vuole dimostrare l’evidente fotomontaggio: “la vedete l’ombra della ragazza che si interrompe in modo innaturale?”, “la vedete l’angolazione della strada che non è in prospettiva?” Alla fine ci ha pensato la diretta interessata a chiarire (solo superficialmente, diranno i complottisti) la vicenda. In un lungo post su Facebook, Khing Hnin Wai ha spiegato che da quasi un anno tiene lezioni in streaming all’aperto, posizionandosi sempre in quel punto della capitale, a Naypyitaw.

L’insegnante di fitness ha aggiunto che durante l’assalto al parlamento birmano non si sarebbe accorta di nulla a causa della musica che accompagna i suoi esercizi di aerobica. È una versione credibile, a cui si aggiungono decine di video postati negli ultimi mesi da Khing che avvalorano la sua tesi. Va detto, poi, che ad ogni visione il video appare sempre più autentico, e questo indipendentemente dalla ricostruzione di Hnin Wai e dal fact-checking svolto dai giornali di mezzo mondo. Sul serio: quella specie di balletto con il golpe sullo sfondo sembra sempre più vero. E dunque divertente. E – fate attenzione a questo passaggio semantico – dannatamente “bello”, a suo modo.

La felpa benefica con il meme di Bernie Sanders (foto: store.berniesanders.com)

La sovrapposizione ontologica fra bellezza e verità è, a conti fatti, il paradigma estetico che accomuna quasi tutti i fenomeni virali della nostra recentissima storia digitale. Pensate all’eroico Bernie Sanders che presenzia alla cerimonia d’insediamento di Biden con le muffole sferruzzate dalla nonna. Anche lì: quello è un attimo di verità, un istante di normalità sfacciata all’interno di un contesto incredibilmente speciale. Il senatore Sanders impone la sua presenza umanissima in un luogo costruito sull’apparenza, sulla convenzione, sulla ritualizzazione dell’evento mediatico.

(Credit Image: © Jonathan Ernst/POOL/Europa Press/Contacto via ZUMA Press)

Questo è il valore che attribuiamo intrinsecamente e inconsciamente alle due immagini: il fil rouge che collega Bernie Sanders e Khing Hnin Wai è l’umanità, nella sua disarmante genuinità, che fa capolino in uno momento destinato a diventare Storia. Che si tratti di un colpo di stato o dell’insediamento del Presidente degli Usa, quello che emerge dalla viralità acquisita dai suoi (inconsapevoli?) protagonisti è proprio la loro sfrontata autenticità. Bernie e Khing sono gli antieroi che restituiscono un barlume di umanità a quella narrazione postmoderna fatta di “personaggi” e stereotipi; sono – forse loro malgrado – gli unici veri testimoni di un presente in cui possiamo finalmente identificarci.

A ben vedere, questa sorta di “feticizzazione dell’autenticità” appare come un anticorpo nato in seno all’estetica dei Social media. Mi spiego: la patinata e innaturale perfezione delle immagini postate su Instagram e Facebook (dove ognuno, per essere chiari, sceglie con minuziosa attenzione quale immagine restituire ai suoi contatti virtuali) porta con sé un inevitabile diffidenza nei confronti di qualunque testo visivo capace di cavalcare gli algoritmi dei social network. Sono le due facce della stessa medaglia. Se gli influencer spendono tempo, risorse ed energie affinché le loro pose iper-costruite possano apparire autentiche, allo stesso modo gli utenti di mezzo mondo sono sempre pronti a celebrare la normalità che trascende il Luogo virtuale. Il meccanismo dei meme è quello: prendono l’immagine di Bernie Sanders, la decontestualizzano e la ricollocano all’interno di un nuovo testo visivo, capace a sua volta di produrre un significato inedito – il quale si deposita attorno a quell’umanità vera emanata da muffole, posa annoiata e mascherina storta.

တေယာက္ျဖဴရင္ အားလုံး လိုက္ျဖဴ
တေယာက္မဲရင္ အားလုံး လိုက္မဲ
တေယာက္ဆဲရင္ အားလုံးလိုက္ဆဲတတ္တဲ့…

Pubblicato da Khing Hnin Wai su Lunedì 1 febbraio 2021

Morgan e Bugo, l’inglese di Renzi, l’ultrà Trumpiano che ruba il podio di Nancy Pelosi – sono tutti inni al ”fail”, all’inatteso, alla desacralizzazione (e decostruzione) del discorso digitale. I social network, dopotutto, non sono spazi alternativi alla realtà: sono spazi estensivi del mondo analogico. La libertà di auto-rappresentazione concessa dalle piattaforme ha creato un filtro permanente (un permafilter, per allitterare il ghiaccio del permafrost) che non lascia spazio all’imperfezione. È quasi inevitabile che quei rari sprazzi di autenticità che riescono a superare la patina del personal branding vengano letteralmente venerati, divenendo infine grammatica del linguaggio visivo digitale.

In quest’ottica, i meme sono oggi in grado di consacrare un’immagine con una potenza mediatica mai vista prima. Nessun’altro medium può imporsi nel discorso contemporaneo con una tale velocità: nessun altro testo – nell’accezione semiotica del termine – può intrufolarsi nel dibattito pubblico superando qualunque attrito ideologico. Indipendentemente dalla “bolla” di appartenenza, indipendentemente dalle echo-camber in cui scegliamo di rinchiuderci sui Social, il meme celebra l’autenticità di un gesto finalmente umano: lo fa, attenzione, proprio nell’immaterialità del territorio virtuale.

È come se l’iper-realtà prodotta dal web, costruita sul controllo arbitrario dell’immagine personale, abbia trovato uno spontaneo bilanciamento nelle manifestazioni virali (qui davvero inteso come un virus che si diffonde nonostante tutto) di un’iper-umanità imperfetta, inconsapevole e finalmente fallibile. In altre parole, oggi abbiamo un disperato bisogno di bellezza, ma di una bellezza inattesa: un’estetica digitale che sovrappone i concetti di “bello” e “vero” ci racconta l’esigenza di essere, semplicemente, un po’ più umani.

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