Bastardi a mano armata e la nostra notalgia dei criminali di una volta

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Negli ultimi anni la Minerva di Gianluca Curti insegue moltissimo l’exploitation anni ‘70 del cinema di genere italiano. Lo ha fatto con Falchi e Calibro 9 e ora lo continua a fare con questo Bastardi a mano armata, sempre con Marco Bocci nel ruolo protagonista, disponibile su Prime Video. Qui i valori produttivi poi sembrano anche migliori, merito di Gabriele Albanesi in regia e Davide Manca alla fotografia. Soprattutto all’inizio, quando tutto va per il verso giusto e anche Marco Bocci, prigioniero in un carcere algerino, ha la fissità imprendibile di un moderno Franco Nero.

Ma andiamo per gradi. La partenza è in realtà è un prologo che coinvolge sesso, sangue e morte nella maniera migliore. Come tipico del genere (in questo film tutto è tipico del genere) tornerà utile alla fine, e annuncia anche che il film promette di non far sconti e saper riprendere bene ciò che serve. La promessa però non sarà sempre mantenuta. Nel carcere algerino di cui sopra, incontriamo il protagonista, molti fantasmi e tanto riscatto, un uomo cattivo con una parte pura (una figlia che non vede più, lasciata in Italia) a cui viene promesso il riscatto. Il classico viscido comprimario gli fa firmare il patto: lui esce, fa quel che vuole il committente e avrà soldi e figlia.

Deve entrare nella bella residenza di un nucleo borghese e impadronirsi di alcuni documenti (storie come sempre vaghissime di politici corrotti). Iniziano così le dinamiche da home invasion: la paura e la trattativa, il padre coraggioso e la figlia provocante. E anche qui Bastardi a mano armata (un titolo che più lo scrivi più fa sorridere) continua a dimostrarsi buono, perché focalizzato davvero sull’azione senza esagerare con l’enfasi, capace di trattarla con la giusta asciuttezza ma anche di basare ogni svolta su di essa. Sarà invece quando la questione comincia a farsi complicata che il film inizia a perdere fiato, inizia a complicarsi la vita e necessitare di grandi spiegazioni.

Un monologo con qualcuno legato che ascolta diventa la modalità espressiva preferita e tutti i personaggi (più uno nuovo, Fortunato Cerlino con un bel trucco e parrucco) si alternano nelle parti di carnefice e vittima. Molte cose si scoprono e alcuni personaggi cambiano di tono. Di nuovo è tutto tipico del genere e corretto, quello che affossa la godibilità è semmai che comincia a mancare proprio il godimento. Bastardi a mano armata è un B movie con una storia da B movie e caratteri da B movie ma dalla metà in poi perde la concentrazione sulla soddisfazione, l’eccitazione e quindi l’azione del B movie. Diventa cinema di dialoghi e scoperte in cui il ralenti dei colpi sembra importare più dell’astuzia dei coinvolti.

Sappiamo tutti che oggi il cinema e la serialità criminali si sono spostati da queste figure e non raccontano più queste storie manichee, fatte di neri e bianchi, gangster sporchissimi che sognano un futuro immacolato per figlie pure, non raccontano più l’aspirazione a valori migliori nei cuori marci e pieni di sangue di uomini dal passato discutibile ma in cerca di redenzione. Il cinema di genere moderno è il regno degli antieroi e del racconto della parte peggiore di tutti noi, non della migliore. Bastardi a mano armata tuttavia, come scritto, dichiara fin dall’inizio la sua nostalgica partigianeria per un’altra epoca e altre figure. E va bene.

Va meno bene il fatto che, a fronte di tutto questo, da un certo punto in poi, non riesca a trovare quella maniera molto diretta, poco autocelebrativa, poco enfatica e di certo molto asciutta di dare allo spettatore quel che si aspetta da una storia che coinvolge elementi semplici. Non approfondimento e parole, ma spari e decisioni. Ci sono ma sembrano un partito di minoranza. Fernando di Leo diceva che se fai in modo che al protagonista qualcuno tocchi gli affetti, la famiglia o i figli, il pubblico giustificherà qualsiasi sua nefandezza, e che questa quindi è una dinamica che consente ai film di spingersi in territori altrimenti troppo duri.

Bastardi a mano armata, a fronte di una sinossi che non era male, fatta di svelamenti e cambi di fronte in cui le forze in campo cambiano di continuo non riesce a spingersi in quel territorio lì, quello delle azioni che facciamo fatica a condividere ma che giustifichiamo in nome della vendetta. Chiude invece con la citazione alla parte più nota di Milano Calibro 9 in una sequenza finale che perde davvero troppo tempo.

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