Dimentichiamo le primule, il grande bluff di un piano vaccinale ancora a metà

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Le primule, quest’anno, non sbocceranno. Il maxiprogetto che avrebbe dovuto contare fino a 3mila padiglioni circolari in tutti i comuni d’Italia, inquadrato con sospetto fin dai primi vagiti, finirà nello scatolone “cattive abitudini”: quelle di mettere il carro davanti ai buoi. C’è anzitutto da sperare che quei circa 8 milioni di euro previsti per finanziare le prime 21 strutture iniziali possano essere salvati: la procedura prevista dal bando voluto dal commissario Domenico Arcuri si è di fatto conclusa raccogliendo le offerte delle aziende interessate. E nonostante il boicottaggio delle regioni, che non hanno voluto scegliere il loro rappresentante nella commissione di selezione, bisognerà capire se non partiranno cause collegate.

Domenico Arcuri  (Photo by Salvatore Laporta/KONTROLAB /LightRocket via Getty Images)

Forse varrà comunque la pena commissionarle, a titolo simbolico, una per capoluogo di regione o provincia: qualche struttura in più male non farà, era la strategia complessiva a non avere alcun senso perché, come in Germania fin dall’inizio e come da noi in questo momento, le somministrazioni di massa dovranno avvenire su binari paralleli: studi dei medici di base e grandi strutture già disponibili e abbandonate o chiuse. Palazzetti, grandi spazi, hangar, caserme e così via. In ogni caso, di soldi se ne sono già persi: tutto il lavoro messo in questi due mesi su questo fronte, a titolo gratuito o da parte dei collaboratori del commissario, è comunque tempo perso. Quindi, appunto, risorse sprecate.

Quello che lascia abbastanza sorpresi è che fino a neanche un mese fa il progetto proseguiva a gonfie vele: mentre allungava la scadenza del bando-lampo per i progetti esecutivi dal 27 gennaio al 3 febbraio, Arcuri si era infatti messo alla ricerca degli sponsor che coprissero i costi dei padiglioni sotto lo slogan “Adotta una primula”. Secondo i primi conti, costerebbero (o costeranno, non è appunto ancora chiara la loro sorte) 400mila euro l’una. Non si capisce se la visione del pluricommissario, che nonostante il cambio di governo rimarrà a capo della macchina dei vaccini almeno fino alla fine dello stato d’emergenza, avesse qualcosa di genuinamente visionario o fosse volutamente forzata: in ogni caso, come confermerà alle Camere il neopresidente del Consiglio Mario Draghi, era sbagliata. E ci ha fatto perdere tempo prezioso. Basta recuperare le dichiarazioni del 13 dicembre:

La primula sarà il simbolo della campagna di vaccinazione e un simbolo di rinascita – aveva detto il commissariol’immagine fortissima di questi fiori che si stagliano nelle nostre piazze ci lascia ancora più convinti che la luce in fondo al tunnel comincia ad intravedersi. Abbiamo chiesto a medici e infermieri di darci una mano andando a popolare queste primule che saranno nelle piazze dove tutti coloro che vogliono potranno andarsi a vaccinare”.

Un quadro fiabesco che verrà rimpiazzato da un più rapido, e meno costoso, pragmatismo. Perché si passerà, come dovunque, su ciò che già esiste. Nel mondo si sta usando di tutto, per vaccinare: vaporetti lacustri in Svizzera, sambodromi in Brasile, il Citi Field di New York dove giovano i Mets, Disneyland di Anheim, in California, gli ippodromi (accade all’Epsom Downs in Inghilterra), gli aeroporti (fra i primi il Changi di Singapore, da pochi giorni anche al Leonardo da Vinci di Fiumicino, nei parcheggi a lunga sosta). E ancora arene, parchi acquatici, strutture militari. A Napoli alla Mostra d’Oltremare e poi alla Stazione Marittima, alla Fagianeria di Capodimonte e al Museo Madre. A Roma la regione ha appena inaugurato un hub all’Auditorium-Parco della musica: ce ne saranno sei in tutto il territorio, anche alla nuvola di Massimiliano Fuksas. Sembra incredibile che in nessun posto del mondo abbiano avuto bisogno delle primule del collega archistar Stefano Boeri. Che ha ovviamente collaborato in buona fede, licenziando un progetto quando in realtà poteva forse servirci un logo e poco di più. Anch’egli è in qualche modo vittima del meccanismo.

Dovevano essere il simbolo di una partenza lampo, le primule sono dunque diventate l’emblema di molti dei nostri vizi nazionali: l’autocelebrazione, l’indugio sul dettaglio estetizzante, l’idea di costruire piani imboccando spesso la strada più arzigogolata e labirintica quando abbiamo miliardi di metri cubi a disposizione dove infilare qualche poltrona, i frigoriferi e un desk per l’accettazione.

Nel frattempo i capisaldi della campagna vaccinale non sono ancora definiti: al 17 di febbraio, quasi due mesi dalle prime iniezioni, le regioni non condividono una piattaforma gestionale unica, i medici di base non sono stati coinvolti nelle somministrazioni con un accordo nazionale (si sono mosse solo le regioni più efficienti, in base a patti locali), non siamo riusciti a chiarire i ritmi dell’approvvigionamento né tanto meno a capire se le regioni possano procedere autonomamente con l’acquisto di ulteriori lotti di vaccini garantendone sicurezza e costi di mercato (fuori dall’accordo-quadro europeo stati e regioni possono comprarne solo vaccini per cui non siano stati firmato contratti, quindi parliamo di Sputnik V e simili) oltre alla perequazione col resto del paese.

Non tutto questo, e molto altro su cui siamo in ritardo (vaccinatori, unità mobili per chi non è autosufficiente o per i territori rurali, programma di sequenziamento del genoma virale per tenere traccia della diffusione delle varianti), dipendeva dalla struttura commissariale: ma arrivare a paventare un lockdown senza sufficienti dosi in mano per accelerare la campagna e dopo aver esitato per due mesi su primule e molte altre mancanze è come minimo fallimentare. Perché prevedrebbe nuovi sacrifici, forse inevitabili, ma senza offrire nulla ai cittadini: un anno fa era l’unica strada possibile, 12 mesi dopo abbiamo esempi (da Israele alla Gran Bretagna) che dentro quel lockdown hanno infilato un pezzo fondamentale dell’immunizzazione di massa.

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