Hausen, la serie horror che trasforma un caseggiato in incubo collettivo

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Hausen, dal 20 febbraio su Sky Atlantic e Now Tv, è delle più recenti produzioni originali della piattaforma tv europea a pagamento, la prima di genere horror e paternità tedesca. Il soggetto è ispirato all’infanzia dell’autore, Til Kleinert, che nel 1984 andò a vivere con la madre in un enorme caseggiato di Berlino Est. Hausen – che sembra ambientata in quel periodo (ma la collocazione temporale è più recente, le spese, per esempio, sono pagate in euro) – inizia quando il teenager Juri e suo padre Jaschek si trasferiscono, poco dopo la morte della madre del ragazzo – in un gigantesco e fatiscente condominio che sembra alimentarsi della disperazione degli inquilini. Il trasferimento è inaugurato da un ominoso incontro tra Juri e un senzatetto che lo mette in guardia circa i misteri della casa, e poco dopo Jaschek, assunto come manutentore dell’edificio, si rende conto che nelle tubature – le “vene” del palazzo – si accumula una raccapricciante e insidiosa melma scura.

Gli inquilini si dividono in reietti come Cleo e Scherbe, due giovani poverissimi che non hanno neanche dato un nome al proprio neonato e vivono nello squallore e nell’indigenza, famigliole fiere di ostentare una facciata borghese, religiosa e perfetta come quella di Bjorn o coppie ridicolmente sofisticate e perverse come i due amanti della musica di Bach. Tutti alimentano con le proprie sofferenze, disagi, inadeguatezze, depressione e disperazione la casa, sorta di malefico incubus che si nutre degli stati d’animo di vittime destinate alla perdita del senno.

Hausen non offre niente di eclatante o inedito sul fronte dell’horror, ma le atmosfere ricreate ricorrendo più agli effetti speciali artigianali (“analogici”) che alla Cgi (spesso nemica del genere), sono efficaci e suggestive: le fotografie di famiglia sbiadite circondate da cornici frantumate, i muri scrostati, la tappezzeria che cade a pezzi conferiscono un clima tetro di desolazione, rovina e abbandono, eppure intimo. L’incessante gocciolio dei rubinetti che perdono, il ronzio delle lampadine che sfarfallano, il pianto sempre più flebile del neonato, gli scricchiolii sinistri che si insinuano dai condotti di areazione fanno parte di un repertorio semplice ma fruttuoso ai fini dell’apparato orrorifico dello show.

Tutto è studiato per conferire un’atmosfera opprimente in Hausen, a partire dalla scelta della location – un ospedale abbandonato – le cui geometrie squadrate e i corridoi infinitamente lunghi si trasformano in meandri labirintici, locali nascosti e pareti nelle quali si può affondare. Il vocabolario visivo di questo horror teutonico evoca quello di Possessione: per chi ricorda il controverso film con Isabelle Adjani ambientato a Berlino, Hausen attinge in versione molto, molto edulcorata a quell’immaginario. Al centro di tutto, c’è la casa, luogo prediletto del genere horror. Che sia una dimora privata infestata da spettri che terrorizzano gli abitanti (le varie Poltergeist, Hill House, The Enfield Haunting…), una residenza in grado di opprimere e influenzare i soggetti più deboli tanto da trasformarli in assassini (valga il caso di Amityville Horror), un rifugio sperduto scenario di millenari fenomeni mistici (La casa di Raimi), un istituto posseduto dal maligno, oppure un affollato e fatiscente condominio scenario di nefandezze (come i coreani Strangers From Hell o Sweet Home) resta il regno prediletto di un genere che gli autori di Hausen dimostrano di saper trattare.

Della storia possiamo dire poco senza incappare in spoiler: tuttavia, la narrazione è opportunamente lenta e snervante, le rivelazioni centellinate per lasciare che siano le atmosfere e la disamina della follia dei personaggi a prendere il sopravvento: dalle allucinazioni visive e uditive esaltate dalla tossicodipendenza del giovane padre Scherbe alle apparizioni di bimbi alla Shining a un nutrito bestiario di individui folli e mostruosamente bizzarri, Hausen sembra un’incursione negli incubi di J. G. Ballard confezionata come il Kingdom – Il regno di Lars Von Trier.

Il senso di straniamento delle atmosfere, la claustrofobia esaltata dalla regia, l’indugiare negli aspetti più allucinanti del paranormale e l’indugiare crudele nella solitudine e nell’angoscia dei protagonisti si fondono tra loro per fare di Hausen un horror psicologico di buona fattura.

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