La mia prima volta a Sanremo nell’anno del coronavirus

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Sono atterrata a Sanremo da qualche ora. E capisco di aver già imparato parecchio. Nei giorni del Festival io qui non ci sono mai stata prima. Dunque, oggi mi sento come Mork di Mork & Mindy appena arrivato sulla Terra o come Joe Black di Vi presento Joe Black nella scena in cui scopre il burro di noccioline (per chi non la ricordasse, eccola). 
Intanto, la foto di rito proprio sotto l’Ariston non si fa. Il teatro è più blindato dei set di James Bond. E poi, dalle ore 13 ci sono le transenne che da corso Giacomo Matteotti abbracciano anche via Mameli e tengono lontano i curiosi. Pochi, eh! Molto pochi. E local. E per nulla assembrati. Passano, buttano uno sguardo, e proseguono per la loro strada. Del resto, di cantanti, ospiti blasonati, influencer, Amadeus e Fiorello… qui non se ne vede l’ombra. Al massimo, si assiste a una sfilata di moto dei carabinieri. Anche la cassiera del Pam di via Privata Canessa Sghirla è delusa da questa assenza di star: Nemmeno un vip!”.

Dunque, messa da parte la foto di rito – per fortuna, l’avevo già fatta un’estate a zonzo in riviera –, imparo subito un’altra cosa importante: a Sanremo le ore passano svelte ma sono fatte di minuti lenti, 10 equilvagono a 20, 20 vogliono dire 30 e così via. C’è l’attesa per ritirare il pass al Casinò, che ospita la mitologica sala stampa per noi giornalisti, quest’anno aperta solo in certe fasce orarie così da poter essere sanificata; c’è l’attesa al gazebo dei tamponi rapidi in piazza Borea d’Olmo, che, mi dicono, ha sostituito i camper dei live di Radio2, la radio ufficiale del Festival; c’è l’attesa per il risultato: il pass, precedentemente ritirato, si attiva solo dopo l’esito negativo; e c’è l’attesa per pranzare con una focaccia ai tavolini dei bar, che non sono certo pieni e restano aperti fino alle 18, perché da ieri la Liguria è zona gialla con restrizioni nel ventimigliese e sanremese.

Si diceva il pass. Ecco, ho compreso che è fondamentale portarlo al collo ed esibirlo sempre, anche per passeggiare nel corso o entrare al Pam con la cassiera delusa. Intercetti gente dire: “Ho paura di perderlo, perché poi è un casino”. In effetti, una volta che ce l’ho addosso mi viene in mente quello che dice Nicholas Cage nei panni di Jack Campbell nel film The Family Man quando prova un completo di Ermenegildo Zegna da 2400 dollari: “È incredibile, sì, indossare questo vestito mi fa sentire una persona migliore”.

Altre cose, in ordine sparso, che sto imparando: il delivery funziona benissimo; mai chiamare la Sardenaira pizza rossa o, peggio ancora, focaccia rossa; astenersi dal domandare dove sia la statua di Mike Bongiorno (è un’informazione che si deve sapere a prescindere, punto); fare attenzione alle telecamere degli inviati del day time di Rai1; puntare la sveglia dello smartphone per ripetere il tampone entro 72 ore dal precedente: pena la fine dell’avventura sanremese. Che anche se è lontana anni luce dalle kermesse passate, stroncata dalla pandemia e dai Dpcm, senza le folle di fan a caccia di selfie davanti agli hotel del centro e con un’atmosfera da banale weekend maggiolino, senza il pubblico in sala e con gli applausi finti, senza Naomi Campbell e con il coprifuoco alle 22, senza Lady Gaga (per il momento) e con Noemi che canta questa sera al posto di Irama perché una persona del suo staff è risultata positiva, per me questo Sanremo è pur sempre Sanremo. 

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