Draghi parla con i fatti ma forse è ora che lo faccia anche con gli italiani

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Mario Draghi parla con i fatti. Questo è certo. Per esempio, nel giro di una settimana, dalla sera alla mattina e in sostanziale autonomia, ha rimpiazzato i vertici della Protezione civile nazionale e della struttura commissariale. Addio alla coppia Borrelli-Arcuri, dentro Curcio-Figliuolo. Per far marciare il piano vaccinale, verosimilmente terminando le fasce prioritarie e aprendo alla reale vaccinazione di massa con l’aumento delle forniture soprattutto da aprile e l’arrivo del vaccino di Johnson & Johnson. Chissà se di fronte al folle puzzle di 21 strategie regionali e provinciali diverse basteranno le migliaia di volontari e mezzi della Protezione civile e la logistica dell’Esercito.

Photo by Roberto Monaldo/AM POOL/Getty Images

Eppure il suo esecutivo è in carica dal 13 febbraio scorso. Poco, certo. Ma non pochissimo. La portavoce Paola Ansuini sembra rassicurare sul fatto che parlerà presto, magari in concomitanza con un’uscita simbolica. E d’altronde dopo tre anni di sbornie social e conferenze stampa a ogni ora del giorno e della notte targate Giuseppe Conte una fase di disintossicazione era obbligata: l’ex presidente della Bce intende a ogni costo tutelare il proprio approccio e il proprio stile, restituendo peso ai messaggi al paese e alle sue presenze di fronte alla stampa. Non lo vedremo mai di fronte a un tavolinetto barcollante in piazza Colonna, ed è giusto così. Forse, e sarebbe comprensibile, intende mettere la faccia solo sui provvedimenti che riterrà davvero e al 100% farina del suo sacco: anche l’ultimo dpcm in vigore dal 6 marzo era in qualche modo forzato, figlio del precedente e di un meccanismo “a colori” sul quale il presidente del Consiglio ha avuto modo di lavorare molto poco.

Eppure qualche domanda c’è da farsela: quello stile e quella discrezione, celebrati come un profondo e salvifico cambio di approccio rispetto al recente passato, non rischiano di creare un vuoto in termini comunicativi? Che senso ha avere Mario Draghi a palazzo Chigi e dover parlare, col massimo rispetto, con Roberto Speranza e Mariastella Gelmini? Dare i politici in pasto al paese mentre i tecnici badano al sodo? Forse. Però gli italiani combattono da un anno fra lockdown e restrizioni, le aspettative sul governo Draghi e sulla figura dell’ex presidente della Banca centrale europea sono altissime – forse eccessive – eppure, finora, occorre accontentarsi dell’intervento per la fiducia pronunciato al Senato (e consegnato alla Camera) qualche settimana fa. Non il massimo, specialmente in una fase in cui vediamo altri paesi celebrare traguardi importanti nella campagna vaccinale mentre in Italia abbiamo appena ricominciato tutto da capo, o quasi.

Draghi parlerà presto. E lo farà in modo incisivo. La sua assenza comunicativa si muove ancora all’interno della forchetta utile a sottolineare la serietà del momento ma quella gittata si restringe giorno dopo giorno. Intanto, però, quella discrezione andrebbe forse temperata. Primo, per non rischiare di scambiare palazzo Chigi con la sede della Banca centrale europea: replicare tout court la distanza e il riserbo che caratterizzano il mondo delle alte istituzioni finanziarie in un ruolo politico non sembra una scelta in grado di cementare una fiducia duratura. Nella sostanza, finora il presidente del Consiglio non ha risposto a una domanda di un giornalista e non ha rivolto una parola al paese, se non nelle aule deputate. Bene, forse, ma ancora per poco.

Il secondo fronte è forse più insidioso: ogni vuoto tende a riempirsi e lo spazio lasciato libero da Draghi è lo stesso che consente per esempio a Matteo Salvini di flirtare con San Marino sul vaccino Sputnik, scena ben oltre i limiti del grottesco, o con gruppi di “riaperturisti” a ogni costo che su Telegram giocano a fare i negazionisti. Che gli lascia ogni giorno l’autonomia per fare l’opposizione all’interno dell’esecutivo lanciandosi su temi lontani, rispolverando lo schema d’azione di quando era al Viminale ed entrava a gamba tesa su argomenti di competenza altrui. Tutto questo proprio mentre il M5S è imploso e il Partito democratico sta finendo nel solito buco nero pseudocongressuale. Arriveranno quindi altre schegge politiche a prendersi quegli spazi: non importa che l’opinione pubblica se ne faccia convincere o meno. Il danno è che, come al solito, impongano agende e priorità diverse rispetto alle necessità reali.

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