Chi è Ermal Meta, il promesso favorito che non ha vinto Sanremo

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(Foto: Paolo De Francesco)

Lo è stato fin dalla prima ora. Il favorito. Forse, non per i bookmaker, che giusto all’inizio davano sul podio Francesca Michielin e Fedez. Ermal Meta, “Metal” come lo ha chiamato Orietta Berti, con il brano Un milione di cose da dirti ha occupato la testa della classifica sanremese al giorno uno, anzi, al giorno due (perché ha debuttato durante la seconda serata), e ci è rimasto quasi fino all’ultimo. Perché, alle ore 2,32 di oggi, Amadeus e Fiorello hanno proclamato vincitore del Festival venti-ventuno il gruppo rock dei Måneskin. E lui, Ermal, si è dovuto accontentare del terzo posto e del premio Miglior composizione musicale Giancarlo Bigazzi assegnato dall’Orchestra dell’Ariston. Che l’abbiano penalizzato le esibizioni spesso tra gli ultimi in orari marzulliani e le conseguenti lamentele a mezzo Twitter, il tentato ribaltone della sala stampa per dare il podio a Colapesce Dimartino, la canzone d’amore in gara da sei politico, che non è un’altra Non mi avete fatto niente?

Con quella, sì, Ermal Meta si era portato a casa dalla riviera ligure il primo leone rampante: era il Festival dei record di Claudio Baglioni, era il 2018, erano in due sul palco: lui e Fabrizio Moro a intonare un inno contro la paura, scritto dal secondo poche settimane dopo l’attentato di Manchester, dove, all’uscita del concerto di Ariana Grande, avevano perso la vita 22 persone. Da solo, Ermal, era già stato all’Ariston: nel 2017, con il pezzo Vietato morire (medaglia di bronzo e premio della critica Mia Martini), e prima ancora nel 2016, con Odio le favole, nella categoria Nuove proposte che ospitava anche Mahmoud con Dimentica, Irama con Cosa resterà, Francesco Gabbani con Amen. Il singolo sanremese era estratto dall’album d’esordio Umano. All’epoca, il cantautore aveva già 35 anni, non proprio giovanissimo. 

Classe 1981, da Fier (Albania), poi Bari con tanto di chiavi della città in omaggio “al suo straordinario talento”, non è che si fosse dedicato tardi alla musica, è che ha iniziato in due band non esattamente memorabili e longeve: come chitarrista negli Ameda 4, che hanno anche partecipato a Sanremo, nel 2006, ma sono stati eliminati nel corso della prima serata; come fondatore de La Fame di Camilla. Con quest’ultimo gruppo Ermal Meta ha realizzato tre dischi e, chiaramente, è tornato all’Ariston: nel 2010. Tempo tre anni, però, La Fame di Camilla non c’era già più. Ed Ermal, allora, ha preferito concentrarsi sull’attività di autore, scrivendo per Annalisa, Patty Pravo, Marco Mengoni, Francesco Renga, Francesca Michielin, Lorenzo Fragola…

Il debutto sulle scene da solista? A Sanremo, ça va sans dire. Ma in quell’occasione Gabbani ha avuto la meglio. E anche questa volta Erma non ce l’ha fatta. E pensare che qualcuno ha addirittura parlato di una sua vittoria imposta dall’alto. Basta, che noia i complottismi! La dura verità è che non ha scalzato i Måneskin nel Festival con il pubblico più giovane e più social della storia, non ha battuto Francesca Michielin e Fedez ringalluzziti dalla chiamata alle armi e al televoto di Chiara Ferragni al suo popolo di 22,7 milioni di follower. Insomma, non ha saputo essere il favorito fino alla fine.

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