La mia giusta causa. Muriel si racconta fuori da YouTube

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Un articolo estratto dal numero 95 di Wired, tutto dedicato a raccontare la Next Generation e i giovani talenti della Generazione Z

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Felpa rosa, capelli neri alla radice che crescono color ciliegia, sorriso aperto a fare da antidoto al lockdown. “La seconda ondata di Covid mi ha un po’ provata, è stato come vivere dentro un déjà-vu”, dice. Muriel Elisa De Gennaro, 24 anni, ha iniziato a postare i suoi video su YouTube quando ne aveva 16. Pillole di puro intrattenimento – ha studiato danza, canto e recitazione, ha una bella voce e, tre anni fa, ha anche esordito in un musical a teatro – fino alla svolta, per caso, il giorno in cui ha deciso di pubblicare una clip in cui confessava che le piacevano anche le ragazze. “L’ho fatto d’istinto. Solo dopo un po’ mi sono resa conto che i contenuti prodotti fino a quel momento non mi appartenevano più. Ho iniziato a fare attivismo senza volerlo, sentivo il bisogno di parlare di temi che, semplicemente, mi stavano a cuore”. 

Oggi Muriel ha un profilo su Instagram, @murielxo, con quasi 300mila follower, un cane, Bimbo, anche lui con un suo account, di cui condivide la genitorialità con Ethan Caspani, il fidanzato transgender. Una famiglia arcobaleno, in un certo senso. Sui social network parla di diversità, body shaming – “Sono grassa” s’intitola un suo video su YouTube, in cui racconta di essere stata bullizzata per il peso quando era a scuola – pansessualità… e diffonde in modo divertente e colorato i messaggi del movimento lgbt+, del quale è portavoce. “La risposta molto forte suscitata da quel video mi ha colpita: potevo utilizzare il mio seguito per trattare gli argomenti di cui non si parlava abbastanza e prestare la voce a chi non ce l’ha. Insomma, potevo dare un senso ai miei numeri”.

La sua vita social, ricorda, era cominciata sulla comunità virtuale MySpace: “Seguivo cantanti e musicisti americani che mi piacevano. Poi, c’è stata una fase Netlog, un social network belga nato come canale di condivisione per i ragazzi europei che non è mai davvero decollato e che è finito offline nel 2015. Fondamentalmente era un Facebook dei truzzi”, ride. “Mi ci ero iscritta perché tutti i miei compagni di classe lo avevano fatto. Lo stesso, dopo, con Fb. Li usavo soprattutto per tenermi in contatto con gli amici». Muriel appartiene a una generazione che, secondo lei, trova un proprio tratto distintivo esattamente nel rapporto con i social. «Hanno creato un nuovo modo di comunicare e segnato la differenza che sento rispetto a chi è più grande di me e ha cominciato a usarli da adulto, ma anche nei confronti dei ragazzi più giovani, quei bambini che sono cresciuti con uno smartphone in mano”. Lei, invece, i primissimi social ha cominciato a frequentarli alle medie. “Ricordo come fossimo super elettrizzati. Non vedevo l’ora di tornare a casa a smanettare. Era tutto nuovo, avevo voglia di sperimentare, la sensazione era di essere davanti a una realtà originale. E, in fondo, è proprio così, il virtuale ha un impatto enorme nella vita fuori dal web”. La tecnologia le è sempre piaciuta, anche se con certi software “litiga” ancora. Con Skype, per esempio, che abbiamo utilizzato per questa intervista: “Ci ho messo un po’ a capire come mandare il link”, dice. Il suo primo approccio? Una Nintendo che le avevano regalato. “Imparo piuttosto in fretta. Sono un’autodidatta, ho sempre fatto tutto da sola. Del resto, mia mamma non avrebbe saputo come aiutarmi e questo, a 12 anni, aveva anche i suoi lati negativi, perché, a quell’età, i social possono essere un posto pericoloso». Il suo metodo, spiega, si basa su tempo e pazienza: «Fare test, provare, riprovare, vedere i risultati”.

Ragiona sul rischio di lasciarsi influenzare dai like, di seguire la corrente piuttosto che indirizzare i propri follower dove si vuole andare. “In realtà, da tempo non do troppa importanza al successo di quello che posto, anche se all’inizio, lo ammetto, un po’ mi ossessionava. Su YouTube, per esempio, cambiavo spesso tematiche e, in quel modo, ho anche danneggiato il mio canale: uno s’iscriveva per seguire un argomento e io, all’improvviso, parlavo d’altro. Quello che propongo deve piacere prima a me e poi alla mia community, non creo contenuti per far contenti gli altri. Il mio account è un po’ il mio diario, e io voglio essere libera di scriverci quello che interessa a me”. Ciò che conta, aggiunge, è sapere di poter aiutare qualcuno. “Sento di aver fatto qualcosa di buono quando nei messaggi privati mi hanno contattato per ringraziarmi, ma faccio ancora fatica a considerarmi un’attivista lgbt+. Sapere che ci sono ragazze e ragazzi che mi vedono come un punto di riferimento è una grossa responsabilità. Io parlo di me, di come mi sento. Se proprio vogliamo definire il termine attivista, ritengo che significhi utilizzare la propria voce come un contenitore dentro il quale dare spazio a tante altre piccole voci che non riescono a farsi sentire. Online funziona come nella realtà: chi scende in piazza non lo fa per se stesso, ma per portare all’attenzione un tema che riguarda tanti, si prende la responsabilità di porre una questione che dev’essere risolta”. 

(foto: Mattia Balsamini per Wired)

Muriel stessa ha i suoi role model: “Come Chella Man, un ragazzo transgender di New York, modello, artista e attivista lgbt+”. E Barbie Ferreira, l’attrice di Euphoria, alla quale ricorre come ispirazione in fatto di body positivity. “La prima volta che ho sfilato in passerella ero terrorizzata, tanto più che mi avevano dato un vestito super attillato da indossare. Ma mi è bastato guardare alcune sue foto per farmi coraggio. Spesso mi è capitato di affidarmi a Barbie Ferreira per trovare la spinta iniziale a fare qualcosa. È importante che la moda proponga un immaginario reale, che mandi in passerella corpi diversi. Appartengono tutti alla nostra società, è giusto che vengano rappresentati”. 

Racconta che d’ora in avanti vorrebbe trattare di più la sessualità, dal momento che la sua generazione la vive ancora come un tabù, che scatena sentimenti di pudore e vergogna. “Anch’io fatico a parlarne con persone che non conosco, però ci sto provando: ho iniziato postando un video su Igtv su questo argomento”. Nelle scuole non si fa educazione sessuale, dice, e molti pregiudizi nascono proprio dall’ignoranza: “Parecchi miei coetanei sono convinti che senza penetrazione non sia sesso. Quando su YouTube ho postato un video con la mia ragazza, sotto c’erano un sacco di commenti di miei coetanei che obiettavano: “Ma come fate, visto che nessuna delle due ha il pene?»”. 

Se i social, ipotizza, potrebbero aver reso più complicato parlare di sesso, «perché ci hanno un po’ messi dentro una bolla e oggi si fa meno gruppo di una volta», proprio dagli stessi potrebbe venire la soluzione: “È la mia speranza. È quello che è successo con i pregiudizi nei confronti delle persone lgbt+. La rete ha fatto molto per diffondere il movimento e, in dieci anni, abbiamo visto progressi enormi. È una catena di condivisione. Lo stesso per la questione body positivity. Ho un fratello più piccolo, che ha sette anni, e quando gli ricordo di non prendere in giro nessuno per il suo aspetto, lui mi risponde: “Mica lo faccio, anch’io ho la pancia”. Forse è rispettoso di carattere o, forse, è la prova che i bambini hanno imparato a non giudicare”. E, sul cyberbullismo, dice: “Personalmente mi ferisce di più un commento cattivo dal vivo. Perché se mi insulti online sei solo un codardo che si nasconde dietro a uno schermo. Ma so che molti reagiscono in maniera diversa. Come si fa? È un problema. Tutti, oggi, hanno la possibilità di dire qualunque cosa. Lo strumento è alla portata di chiunque, sta alla nostra morale decidere come usarlo”. 

Lo switch che ha reso Instagram uno strumento per promuovere la diversità, in realtà, è recentissimo. “Risale a due/tre anni fa, in Italia da meno. La gente si è stufata di doversi confrontare con immagini di perfezione irraggiungibile. Io stessa, fino a qualche tempo fa, ritoccavo molto le mie foto, perché altrimenti non funzionavano. Ma non si può vietare alle persone di usare filtri e app, non sono contro Facetune e simili, ognuno dev’essere libero di fare come crede. L’importante è che passi il messaggio che non è necessario, che non esiste un corpo giusto e uno sbagliato. E credo anche che, quando si usano filtri e applicazioni, sia utile dichiararlo, come fanno alcuni miei amici”. 

Muriel modifica le sue foto con l’app Vsco: “Mi piace avere un feed molto colorato, aggiungere glitter”. Sullo smartphone, oltre a Instagram, usa parecchio Spotify; da qualche tempo si è anche appassionata a Depop, un’applicazione di social shopping peer-to-peer per vendere e comprare vestiti in tutto il mondo. Con TikTok, invece, ha un rapporto conflittuale: “So che, durante la quarantena, è stato terapeutico per tanti, ma, per ora, lo uso poco per postare video, molto di più per guardare quelli degli altri. Forse sono troppo vecchia. O, forse, mi ci devo abituare. All’inizio, per esempio, con Instagram ho avuto qualche difficoltà, perché ero abituata a YouTube. La chiave è trovare un modo specifico di comunicare a seconda dell’app che stai usando». Il suo rapporto con i videogame è ancora più tiepido: «Call of Duty mi diverte, però di recente ho provato Among Us, perché ne parlavano tutti, e mi sono annoiata quasi subito. Nel tempo libero preferisco uscire. Sono notturna, amo andare a ballare, soprattutto nei locali di drag queen”. 

Le chiediamo quale sia la tecnologia dei suoi sogni, un gadget che oggi non esiste ma che le piacerebbe diventasse realtà. “Poter proiettare la propria immagine in 3D sarebbe divertente. Anche se un po’ mi fa paura, perché potremmo decidere di usarlo anche nei rapporti sociali: invece di andare a trovare un’amica, mandi il tuo ologramma. È il problema della tecnologia», riflette, «ci sono lati positivi e negativi. La pandemia ha evidenziato ancora di più il rischio di chiuderci in una bolla di solitudine. Non sono tanto preoccupata per i miei coetanei, quanto per i giovanissimi: guardo mio fratello più piccolo e vedo quanto sia diverso da me quando avevo la sua età. Che effetto avranno i social su di loro? E sui bambini che ancora devono nascere?”.

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