The Mauritanian è un bel ripasso su Guantanamo (in attesa del ventennale dell’11/9)

0
92

Nel novembre 2001, due mesi dopo l’attacco alle Torri gemelle, Mohamedou Ould Slahi, in visita dalla sua famiglia in Mauritania – l’occasione un matrimonio – viene raggiunto da un gruppo di rappresentanti delle autorità governative che gli chiedono di seguirlo: gli americani, dicono, vogliono fargli alcune domande su suo cugino,  Abu Hafs al-Mauritania, membro di Al Qaeda e consigliere di Osama Bin Laden.
Sono le prime scene di The Mauritanian, il film presentato alla Berlinale 2021 fuori concorso e in arrivo prossimamente su Amazon Prime Video. Un’occasione per ricordare la risposta americana all’attacco dell’11 settembre di cui si celebra quest’anno il ventennale.

Una storia vera, come viene dichiarato all’inizio e come vediamo grazie alle immagini dei protagonisti reali sui titoli di coda. Il momento, forse, più commovente di tutto il film, con Slahi, ormai libero dopo 14 anni trascorsi nella prigione di Guantanamo che ride e canta una canzone di Bob Dylan come se fosse l’uomo più felice al mondo. Come se le torture subite per estorcergli una confessione (falsa) non avessero lasciato nessun segno. 

Immagini che ispirano ottimismo, soprattutto di questi tempi in cui il concetto di resilienza è entrato a fare parte delle vite di tutti noi. Mentre fanno sorridere quelle degli altri veri protagonisti della storia: l’avvocata Nancy Hollander  e il procuratore Stuart Couc, interpretati rispettivamente da Jodie Foster e Benedict Cumberbatch, ma, questa volta, per l’irrecuperabile bisogno, persino nel cinema impegnato, di scegliere versioni “abbellite” rispetto ai personaggi reali.  Ma, tornando all’inizio della storia, quello che doveva essere un interrogatorio informale, si trasforma in  una lunga prigionia. La Cia trasferisce Slahi prima in Giordania, grazie al famigerato piano extraordinary rendition, dove viene detenuto e torturato per mesi, quindi a Guantanamo. 

The Mauritanian procede su due piani paralleli, da un lato la vita di Slahi in prigione, dall’altro le indagini della Hollander, convinta sostenitrice del diritto alla difesa per chiunque, e di Couch, il militare incaricato del ruolo di procuratore (incarico dal quale si dimise nel 2004 dopo essere venuto a conoscenza dei metodi utilizzati per ottenere la confessione). Con molti flashback delle torture subite dal protagonista, ma anche della sua infanzia, degli anni trascorsi prima in Germania dove si era trasferito per studiare Ingegneria, quindi in Afghanistan, nel 1990,  nei campi di addestramento dei mujahideen (all’epoca alleati degli Stati Uniti  contro Mohammad Najibullah, il leader scelto dai russi, come ricorda lui stesso ai suoi torturatori), quindi a Montreal, dove secondo le accuse, avrebbe finalizzato la sua collaborazione con Al-Qaeda. 

La sceneggiatura si basa sul libro autobiografico che Slahi aveva scritto in carcere nel 2005 e che fu pubblicato soltanto dieci anni dopo con il titolo Guantanamo Diary. Una vicenda straordinaria che, purtroppo, non funziona del tutto nella versione cinematografica.
Le parti migliori del film sono quelle in cui si vede Slahi , interpretato dall’attore Tahar Rahim, che, per questo ruolo ha ottenuto una candidatura ai Golden Globe, a Guantanamo. Le sue ore d’aria chiuso dentro un recinto, quando scambia qualche frase, senza poterlo vedere, con un altro prigioniero, riuscendo persino a farsi due risate alle spalle dei carcerieri, o mentre cerca di “fare amicizia” con un’iguana.

Va peggio a Jodie Foster e Benedict Cumberbatch, alle prese  con una sceneggiatura che lascia loro poco spazio per mettersi in luce. Alla Foster, impegnata per la maggior parte del film con scatoloni pieni di documenti da leggere, non rimane molto da fare se non mostrare frustrazione serrando le labbra e concentrazione spingendo gli occhiali sul naso. E l’aiutano anche meno le scene in cui incontra Slahi a Guantanamo, confronti che condivide con la sua assistente, Teri Duncan, interpretata da Shailene Woodley, il personaggio più inutile di tutto il film (e, infatti, a metà sparisce, per ricomparire solo in una scena alla fine). 

Mentre a Cumberbatch, “inscatolato “dentro al ruolo del militare tutto di un pezzo che non perde rigidità neppure mentre guarda una partita in Tv con gli amici, l’unica occasione che gli viene offerta per far risaltare la sua bravura d’attore è recitare con l’accento americano del sud. Cosa che, nonostante sia inglese, riesce a rendere alla perfezione.

The post The Mauritanian è un bel ripasso su Guantanamo (in attesa del ventennale dell’11/9) appeared first on Wired.