Perché l’Europa ci mette tanto a spegnere il 2G e dare banda al 5G

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Un'antenna 5G (foto di Artur Widak/NurPhoto via Getty Images)
Un’antenna 5G (foto di Artur Widak/NurPhoto via Getty Images)

Ricordate il 2G? Gli sms sembrano ormai archeologia delle telecomunicazioni e tra chi legge ci sarà anche chi non ne ha mai spedito uno in vita sua. Eppure è proprio il 2G uno dei crucci ai piani alti della Commissione europea, impegnata a sostenere lo sviluppo del pronipote, il 5G.

Da un lato Bruxelles ha bisogno di liberare banda per le reti di quinta generazione, fondamentali per tecnologie di frontiera come, per esempio, robot che collaborano da soli o i veicoli a guida autonoma, che ne determineranno la competitività nei prossimi anni. Dall’altro non può mandare in pensione di punto in bianco il 2G come ormai hanno già fatto Giappone, Australia e Taiwan, perché ha scelto quel canale per le eCall, le chiamate di emergenza che scattano in automatico in caso di un grave incidente automobilistico. Di conseguenza, prima di spegnere il 2G, la Commissione deve trovare un’alternativa per le eCall, aggiornando le caratteristiche tecniche di un sistema diventato obbligatorio per i veicoli civili e commerciali omologati a pochi anni dalla sua entrata in vigore, il 31 marzo 2018.

Cosa sono le eCall

Bruxelles, a quanto apprende Wired, si è data tempo fino ad aprile del 2022 per la revisione tecnica del regolamento datato 2015. Studi hanno dimostrato che le eCall sono uno strumento efficace per accelerare l’intervento dei soccorsi in caso di gravi incidenti d’auto. Quando si verifica lo schianto, scatta in automatico una chiamata al numero di emergenza comunitario, 112, che comunica la posizione del veicolo.

Da uno studio svedese del 2001 sulle possibilità di sopravvivenza dopo un grave incidente d’auto emerge che tra coloro che sono morti a causa di ferite non letali (il 52% dei casi), il 5% si sarebbe potuto salvare se i soccorsi fossero intervenuti prima, il 12% se fosse stato trasportato più velocemente in ospedale e il 32% se fosse arrivato prima in un centro traumi. La Commissione europea all’epoca stimava grazie all eCall una riduzione tra il 5% e il 15% degli incidenti fatali. Con una diminuzione di 2.500 casi all’anno e dei tempi di intervento dei soccorsi dal 50% nelle aree rurali al 60% in quelle urbane, secondo i calcoli riportati dall’Associazione europea dei numeri di emergenza (Eena).

I benefici sono anche economici. Quando tutti i veicoli che circolano nell’Unione saranno equipaggiati con i sistemi di eCall (ora, stime della Commissione, sono 7 milioni), per Eena si risparmieranno 20 miliardi di euro all’anno sui 160 che costano gli incidenti stradali.

Tecnologia obsoleta

Il problema è che, a tre anni dal suo debutto, la tecnologia delle eCall è già vecchia. La Commissione punta a traslocare le chiamate di emergenza su reti 4G e 5G, modificando le centraline montate a bordo delle auto ma anche i dispositivi in uso dai soccorsi. Una soluzione che trova d’accordo le compagnie telefoniche, ma preoccupa le case automobilistiche, che dovrebbero richiamare milioni di veicoli per aggiornare i dispositivi. Mantenere accese le reti 2G e 3G, d’altro canto, rassicura il mondo delle quattro ruote ma non gli operatori di telecomunicazioni. Varie direzioni generali della Commissione sono impegnate a trovare un accordo tra i due mondi per gestire il periodo di transizione. Uno spegnimento delle reti 2G, sul medio periodo, è inevitabile. Quest’anno anche Cina e Canada schiacceranno definitivamente l’interruttore.

Gli operatori temono che questa impasse mini gli ambiziosi progetti della Commissione sul digitale. Tenere in piedi reti considerate ormai vecchie, come il 2G, per servizi come le eCall riduce lo spettro su cui si può appoggiare il 5G, che offre potenzialità maggiori e sul quale tutte le aziende di telecomunicazioni hanno scommesso investimenti pesanti.

Noi sosteniamo la prossima generazione di eCall. È importante trovare soluzioni che ci aiutino a salvare le vite delle persone e siano di beneficio per i cittadini – osserva Shane Rooney, direttore senior della Global system for mobile communications (Gsma), un’associazione di settore -. Ma abbiamo imparato la lezione e vogliamo muoverci più velocemente che in passato. La prima soluzione di eCall è stata proposta quindici anni fa e ce ne sono voluti dieci per svilupparla. La tecnologia nel frattempo è cambiata, il 2G è diventata una rete vecchia”.

Per la Gsma tenerla in piedi ha un impatto sotto molti punti di vista. Il primo è che occupa banda che potrebbe essere destinata al 4G o 5G. “Dobbiamo rispondere alla domanda di dati da parte dei consumatori, gli operatori devono poter fornir il maggior spettro possibile”, dice Rooney.

La corsa al 5G

La pandemia ha già messo in crisi la tabella di marcia comunitaria per il 5G. Alla fine del 2020, stando all’osservatorio europeo dedicato, solo tre Stati europei (tra cui l’Italia) su 27 hanno assegnato tutti e tre gli spettri di frequenza per le reti di quinta generazione, mancando un obiettivo fissato nel 2016. Per la Commissione non c’è da preoccuparsi, perché al momento del frequenze pioniere del 5G c’è abbastanza spettro per far viaggiare i dati. Secondo Matthew Kirk, consulente affari internazionali dello studio legale Squire Patton Boggs, “il problema è risolvibile”. “Serve una piccola percentuale della banda dei 900 megahertz (Mhz, usata per le chiamate 2G, ndr) per mantenere il servizio delle eCall – osserva Kirk -. Tuttavia è un tema da affrontare. Aprire le bande degli 800 e 900 Mhz al 5G consente di estenderlo a un più ampio numero di persone”.

In difesa del 2G

Mantenere in qualche forma il 2G è una scelta strategica a sua volta. Uno studio del gruppo di esperti di Real Wireless sulla situazione del Regno Unito evidenzia che ci sono motivi per non spegnere le reti di seconda generazione: hanno una copertura estesa, coprono servizi usati dalle fasce più fragili della popolazione e connettono sensori e contatori che hanno bisogno di inviare poche informazioni. “Gli operatori potrebbero mantenere una rete 2G condivisa per questi servizi oppure affidarla a una terza parte, che la mantiene attraverso le diverse giurisdizioni, soggetta alle leggi per la concorrenza”, commenta Francesco Liberatore, partner di Squire Patton Boggs. Un’ipotesi impraticabile per la Gsma. “Ci sono ragioni di rapporti costi e benefici – osserva Rooney -. E dobbiamo considerare che dal 2022 i fornitori di infrastrutture smetteranno di aggiornare questa tecnologia, con conseguenze anche dal punto di vista della sicurezza delle reti”.

L’altra strada è il retrofitting dei veicoli che oggi montano centraline 2G o 3G (all’orizzonte c’è anche il suo pensionamento) per le eCall. L’associazione europea dei produttori di automobili, Acea, non ha risposto alle domande di Wired. Ad ogni modo fonti della Commissione europea non escludono che il retrofitting possa essere una strada ed è sul tavolo delle discussioni. “Se non si interviene, entro il 2026 stimiamo di avere 70 milioni di veicoli in strada con tecnologia 2G-3G”, dice Rooney.

Negli Stati Uniti, dove le eCall si usano da più tempo, si è attivato un retrofitting per accelerare il passaggio alle reti 4G e 5G. “Si tratterebbe di un intervento significativo – commenta Liberatore -. Andrebbero richiamate le auto prodotte negli ultimi tre anni, come minimo”. Se si decidesse di percorrere questa strada, per l’avvocato “gli Stati membri dovrebbero immaginare forme di incentivi, soggette alle leggi sugli aiuti di Stato”. Per Rooney le future eCall dovranno viaggiare su tecnologie neutrali Ip (internet protocol), “che sono il modo migliore per rispondere alle evoluzioni dei prossimi decenni”. Secondo l’esperto questo consentirebbe di offrire nuove funzioni. Per esempio, l’accesso dalla centrale di emergenza alle telecamere a bordo dell’auto, per comunicare con gli occupanti e capire meglio qual è la situazione. Il modello a cui guarda è quello di Onstar, società partecipata dal colosso dell’auto General Motors, che alcune case tedesche stanno già copiando.

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