Draghi deve esprimersi su Patrick Zaki

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Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International Italia, l’ha chiamata “la passione di Patrick”. E l’immagine è azzeccata, perché quello di Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato nel febbraio del 2020 dalle autorità del Cairo senza un preciso motivo, si è trasformato in un percorso di sofferenza e agonia, un tunnel infinito da cui non si riesce più a uscire. Nelle scorse ore c’è stata la nuova udienza per la sua scarcerazione, qualcosa che ormai si ripete a scadenze regolari e che non ottiene mai il lieto fine, e la sensazione è che anche questa volta la sua detenzione verrà rinnovata, questo mentre i suoi avvocati hanno chiesto la sostituzione dei giudici per quello che appare un vero e proprio accanimento giudiziario.

Campagna “Freedom for Patrick Zaki” – immagine iPa

Patrick Zaki è in carcere da 14 mesi e questo senza che abbia commesso nulla di particolare, se non esprimere delle critiche politiche al suo Paese. Come ha sottolineato nelle scorse ore Hoda Nasrallah, la sua avvocata, il 29enne si trova in un pessimo stato psicologico, bloccato e impotente davanti a una situazione che sembra non potersi concludere mai. Inizialmente la custodia cautelare gli veniva rinnovata di 15 giorni in 15 giorni, poi il periodo è stato allungato a 45 giorni e la sensazione è che si vogliano occupare tutti i due anni previsti come limite massimo dal codice penale egiziano, in attesa di quello che potrà venire dopo, con la sentenza definitiva.

Anche questa volta l’udienza si è contraddistinta per quel cocktail di scarsa trasparenza e violazione delle più elementari regole giudiziarie che ha caratterizzato finora tutta la passione di Patrick Zaki. I diplomatici di Italia, Francia, Canada e Stati Uniti, che sono soliti presenziare in aula, non hanno potuto assistere all’udienza, bloccati dalla polizia senza un preciso motivo. Un nuovo, ennesimo affronto da parte delle autorità egiziane, che danno la sensazione di star giocando sulla pelle dello studente di Bologna un braccio di ferro con il resto del mondo, una sorta di prova di forza con cui liberarsi di ogni interferenza straniera.

Dall’Italia continua intanto il sollevamento civile e istituzionale per sbloccare la situazione. Diverse petizioni online, tra cui una su Change.org da centinaia di migliaia di firme, chiedono di dargli la cittadinanza italiana come gesto simbolico a testimoniare l’impegno del paese per la sua liberazione, mentre anche la politica ha alzato nuovamente la voce, tra una mozione pentastellata e le parole del nuovo segretario del Partito Democratico, Enrico Letta. Eppure le cose non cambiano e gli avvocati hanno già fatto intendere che per come si è messa è molto probabile che i giudici, che si esprimeranno nelle prossime ore, rinnoveranno ancora una volta la detenzione. 

Il problema di fondo sta senza dubbio nel pessimo stato dei diritti umani in Egitto e nel modo in cui tutto questo va a inficiare anche sul sistema giudiziario, ma un ruolo lo sta giocando anche la diplomazia dura a parole e dolce nei fatti messa in campo dall’Occidente. La politica italiana che continua a condannare il Cairo è la stessa che mantiene solide le sue relazioni commerciali con l’Egitto, compresa la vendita massiva di quelle armi usate dalle autorità per reprimere il dissenso. L’Italia insomma continua a fornire gli strumenti che permettono all’Egitto di mantenere in piedi quello stesso sistema che sta condannando all’agonia, tra gli altri, Patrick Zaki. Ogni critica di Roma a parole assume allora rilevanza pari a zero, dal momento che non si traduce in sanzioni concrete contro il paese.

(Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto)

La detenzione di Zaki segue l’orribile omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016, una storia in cui lo stato egiziano ha messo tutto il suo impegno non perché si arrivasse alla verità, ma perché si insabbiasse il tutto. In questi cinque anni contraddistinti dalle storie di Zaki e Regeni si sono susseguiti diversi governi in Italia, tutti bravi con le parole ma nessuno abbastanza coraggioso da prendere in mano la situazione nel concreto, ricattando diplomaticamente quell’Egitto estremamente dipendente dall’Italia dal punto di vista commerciale. Una delle sfide più impellenti per il nuovo governo Draghi è allora questa, rimettere i diritti umani al centro dell’agenda e fare della liberazione di Patrick Zaki una delle priorità. Per ora, il cambio di passo non sembra esserci stato, se si pensa che il nuovo premier nei due mesi dall’insediamento non ha mai fatto alcun riferimento pubblico a una vicenda che non può più essere ignorata.

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