Amazon sta usando profili fake per fare la guerra ai sindacati?

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“È ovvio che Amazon comprende il valore dei sindacati e non è in alcun modo anti-sindacato. Dave Clark è un CeoO eccezionale e ha profondamente a cuore i diritti dei lavoratori”. Così Darla, impiegata in uno stabilimento di Amazon, si è espressa in difesa dell’azienda su Twitter, segnalando come l’impegno da parte della società fondata da Jeff Bezos per evitare che prevalga il voto favorevole alla sindacalizzazione di uno stabilimento dell’Alabama non significhi in alcun modo che Amazon sia contraria ai sindacati.

Il tono di questo tweet vi sembra un po’ strano? Non siete i soli: va bene essere un dipendente zelante, ma c’è davvero bisogno di segnalare che il capo della logistica di Amazon ha “profondamente a cuore i diritti dei lavoratori?”. Non si rischia di raggiungere un livello fantozziano? La risposta a queste domande è ovviamente positiva, tanto è vero che Twitter ha sospeso l’account di Darla, sospettata di essere un troll o addirittura un bot

E poi c’è Burt, che nella bio si definisce “Marito. Padre. Felicemente impiegato di Amazon”. Chi non scriverebbe una bio del genere, manco lavorasse per Emergency o Greenpeace? In ogni caso, Burt, che non ha nessun follower e si è unito a Twitter nel marzo 2021, si premura di farci sapere che “i sindacati vanno bene per alcune aziende, ma io non voglio dover sganciare centinaia di dollari al mese solo per degli avvocati!”. A parte il fatto che questa definizione dei sindacati è quantomeno riduttiva e che anche l’impatto sullo stipendio è grandemente esagerato, ma com’è che anche questo account è stato sospeso?

In poche parole, Amazon vuole talmente bene ai sindacati che è sospettata (e solo sospettata!) di aver assoldato una serie di troll e/o bot anti-sindacati. A ulteriore prova della falsità di questi account, è stato dimostrato come l’immagine del profilo di Darla sia stata generata automaticamente, mentre quella di Burt è presa da una foto stock. Darla e Burt sono comunque solo due esempi di una lunga serie di dubbi difensori di Amazon su Twitter, nati proprio mentre si sta svolgendo lo storico voto sulla sindacalizzazione dello stabilimento di Bessemer, che dall’Alabama potrebbe far cadere la prima tessera del domino e che Amazon teme al punto da aver persino dato vita a incredibili spot per promuovere il voto contrario.

Non è la prima volta che avviene qualcosa del genere. Come segnala il Guardian, “account simili sono stati utilizzati anche nel passato, in momenti in cui le critiche verso l’azienda erano diventate virali nel 2018 e nel 2019. Molti degli account Twitter segnalati nei report del 2018 e del 2019 non esistono nemmeno più. Altri hanno cambiato nome. Alcuni di questi si è scoperto che usassero foto stock come immagine del profilo”

Parecchi di questi account, compreso quello di Darla, portano la dicitura @AmazonFC seguita dal nome di battesimo. È il marchio di riconoscimento dei cosiddetti Amazon Ambassador, dipendenti che – in cambio di denaro e altri benefit – sono incaricati di condividere le esperienze positive vissute all’interno dell’azienda. È però la stessa Amazon a segnalare come molti dei profili segnalati in questi ultimi giorni “sembrano essere account falsi che violano le condizioni di Twitter. Abbiamo chiesto a Twitter di indagare e di reagire di conseguenza”. La domanda che sorge spontanea è: chi altro ha interesse a popolare Twitter di finti profili che difendono un’azienda, al di là dell’azienda stessa? La domanda rimane per ora senza risposta. 

Più in generale, è da qualche tempo che Amazon ha deciso di rispondere alle critiche con una certa durezza, schierando in sua difesa anche i massimi dirigenti (pare per precisa volontà di Jeff Bezos). Lo stesso Ceo di Amazon Retail, Dave Clark, ha polemizzato in maniera molto dura col senatore Bernie Sanders, mentre l’account ufficiale Amazon News ha apertamente discusso di alcuni dei temi più scottanti delle ultime settimane, compresa l’accusa da parte dei driver di Amazon di essere costretti a urinare all’interno di bottiglie per non mancare i tempi delle consegne: “Non crederai davvero a questa cosa delle pipì nelle bottiglie? Se fosse vero nessuno lavorerebbe per noi. La verità è che abbiamo oltre un milione di impiegati in tutto il mondo che sono fieri di ciò che fanno e che hanno ottimi salari e assistenze sanitarie fin dal giorno uno”, ha scritto per esempio Amazon News. 

Non vorremmo crederci neanche noi, se non fosse che un documento rivelato dal sito di giornalismo investigativo The Intercept ha mostrato come fossero gli stessi manager di Amazon a lamentarsi di aver trovato all’interno dei furgoni delle bottiglie piene di urina e addirittura dei sacchetti con dentro feci, superando così anche la squallidissima realtà dipinta da Ken Loach nel suo film sui lati oscuri della gig economy: Sorry we missed you (anche Amazon ha poi dovuto ammettere la cosa).

Poiché tutto ciò sta avvenendo su internet – e in particolare su Twitter – sono inevitabilmente sorti una marea di account satirici. Potete trovare parecchi esempi in questo articolo di Bored Panda, ma vale la pena di segnalare almeno chi ha fornito la soluzione alla questione della pipì nelle bottiglie: “Lavoro ad Amazon. La ragione per cui dobbiamo fare pipì nelle bottiglie non è la mancanza di pause e bagni nelle vicinanze. Facciamo pipì nelle bottiglie perché è l’unica cosa che Bezos beve e se non consegnamo i nostri 2 galloni di pipì al giorno ci mette in una di quelle fornaci di Amazon Prime”

Si cerca di ridere, insomma. La vicenda, se confermata, sarebbe invece tanto grave quanto squallida. Come si segnala sempre su Twitter, “non penso che nulla possa evidenziare l’importanza dei sindacati più della enorme campagna di disinformazione messa in piedi da Amazon contro di essi”. Al momento, non ci sono prove che questi account di troll e/o di bot siano gestiti per conto di Amazon, ma quanto avvenuto alla vigilia di un voto storico come quello dell’Alabama fa comunque decisamente riflettere.

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