Dove possono arrivare i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?

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Mentre il “governo dei migliori” prova, fra minicondoni e pasticci vaccinali, a tirare fuori il paese dalla pandemia i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni diventeranno il primo partito italiano? L’unico che ha scelto di rimanere all’opposizione dell’esecutivo Draghi, fra una raggelante risata riservata al ddl Zan contro l’omotransfobia e l’occhio strizzato alla disperazione dei ristoratori e delle categorie che sempre più di frequente stanno scendendo in piazza. E la cui rabbia, in molti casi accompagnata da alcune palesi strumentalizzazioni della galassia sovranista, già nei prossimi giorni metterà nuova benzina nei serbatoi di una forza di destra in crescita tanto rapida quanto sorprendente.

Giorgia Meloni – immagine iPa

Dalle europee del 2019 ai sondaggi di oggi, infatti, quella creatura con la fiamma neofascista nel simbolo nata nel 2012 come una scheggia del Popolo della libertà ha triplicato i consensi, passando dal neanche 6,5% al 17,2% assegnato dall’ultima supermedia YouTrend e Agi. Ma c’è già chi, come il cofondatore Guido Crosetto, parla di un obiettivo del 25% che la condurrebbe al sorpasso non solo del Partito democratico, sul quale l’effetto Letta non sembra aver prodotto alcuna significativa conseguenza, ma anche della Lega a quota 23%. Il Movimento 5 Stelle è appena dietro ma deve ancora incassare per intero, semmai esista, gli effetti della nuova leadership di Giuseppe Conte, a dire il vero dalla gestazione sudatissima.

A gonfiare la crescita di Meloni e di FdI è proprio Mario Draghi. Sia in una direzione che nell’altra. Sul primo punto, le aspettative sul conto del presidente del Consiglio erano così alte, e il ritmo delle vaccinazioni e delle ipotizzabili riaperture così deludente nei mesi successivi, che un movimento simile era praticamente scontato. Quasi matematico. Ovviamente era l’enorme attesa salvifica draghiana di febbraio a essere infondata e sbilanciata, ma questo sta accadendo. Senza dimenticare – secondo punto – che Draghi non è certo un leader di centrosinistra e in molte delle poche dichiarazioni degli ultimi giorni si è visto, percepito e sentito con chiarezza: su tutte quella sui “salvataggi” dei migranti da parte della Libia o sulla necessità di collaborare con Erdogan, un “dittatore”, certo, ma che in fondo ci serve specialmente sui flussi migratori (questo il succo di quella dichiarazione e sul quale il presidente turco dovrebbe riflettere con maggior cura esegetica, perché quello che appariva come un attacco era in realtà una parziale ammissione d’impotenza).

L’altro flusso di consenso – bisognerà però vedere se si tradurrà davvero in voti sonanti – arriva dagli elettori della Lega scontenti per l’ingresso del Carroccio nel governo. Una dinamica non del tutto scontata ma che spiega anche il continuo nervosismo di Salvini che tenta in ogni modo di occupare lo spazio che lo stesso Draghi gli ha lasciato nei mesi scorsi, con la differenza che oltre un certo limite non può spingersi. Anche se nelle ultime settimane l’ex presidente della Bce sembra aver capito di doversi prendere la ribalta che spetta a un premier e farsi sentire.

Un quadro che offre ossigeno puro agli ex di Alleanza Nazionale: di fronte a loro non hanno che l’imbarazzo della scelta, rispetto ai fronti con cui schierarsi, visto che il paese è socialmente sfasciato, in attesa di poter riprendere a lavorare e convinto che la lentezza delle vaccinazioni sia da imputare in gran parte ai pessimi contratti stipulati dalla Commissione Europea con i colossi farmaceutici. Meloni & co. lo fanno forse con toni appena più bassi che in passato, perfino con alcune aperture almeno di facciata, ma pur sempre con l’incessante martellamento quotidiano contro un governo inquadrato in sostanziale continuità con il Conte Bis.

D’altra parte, e quasi in un gioco surreale per un partito che conta al suo interno non pochi nostalgici ed esponenti di una destra sovranista con un concetto tutto suo di democrazia e diritti civili ma anche molti riciclati da tradizioni più moderate, in quanto unica forza d’opposizione Fratelli d’Italia ricopre in questo momento un ruolo decisivo in termini di bilanciamento democratico e di pesi ed equilibri parlamentari. Se è vero che l’esecutivo Draghi non è certo un governo di alleanze politiche ma di unità e salvezza nazionale, e quindi sconterà progressive difficoltà interne e potrà perdere pezzi prima di quanto si pensi, è altrettanto vero che nessun governo, neanche il più granitico e d’eccellenza (e questo, non ce ne vogliano ministri e sottosegretari, in questo senso non è fra gli ultimi ma neanche fra i primi) può permettersi di schiacciare l’unica forza rimasta fuori dai ministeri.

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