Gestire i big data che arrivano dallo spazio è un business sempre più redditizio

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Sembrerà un’esagerazione, ma qualche giorno fa due avvenimenti del tutto slegati fra loro hanno raccontato, come una fotografia istantanea, uno scorcio del nostro futuro. Lo scorso 31 marzo, Sony ed Exprivia, gruppo internazionale specializzato in Itc, hanno vinto una gara pubblica dell’Agenzia spaziale europea (Esa) per fornire il servizio di archiviazione dei dati spaziali provenienti dal programma Copernicus dell’Esa e della Commissione europea. La gara, che prevede un importo iniziale di due milioni di euro per 18 mesi, riguarda il sistema Long term data archive service (Tla), per la conservazione nei prossimi cento anni delle informazioni provenienti dalle coppie di satelliti Sentinel 1, 2 e 3 del programma Copernicus.

Pochi giorni dopo, Amazon Prime Video ha reso disponibile, a quarant’anni dalla sua prima messa in onda, Conan – Il ragazzo del futuro, meravigliosa fantasia su un mondo post-apocalittico firmata da Hayao Miyazaki. Tratto dal romanzo The Incredible Tide di Alexander Key, Conan ipotizza una Terra devastata dall’incapacità di gestirne le risorse. Non perché siano finite, cosa che invece succede in Interstellar, per esempio, ma perché il genere umano non si è rivelato all’altezza dei suoi conflitti, non è stato capace di rispondere alle sfide del progresso, al sovrappopolamento, all’equa spartizione delle ricchezze, anche di quelle disponibili oltre l’atmosfera (come l’energia solare).

Immagine dalla sigla di “Conan”, opera prima di Hayao Miyazaki

Una mole di dati

Alt: che cosa c’entrano la firma, tutt’altro che fantasiosa, di un contratto per la “conservazione a lunga scadenza” dei dati satellitari e un anime giapponese di quarant’anni fa? E perché i due eventi riguarderebbero il destino collettivo, cioè anche quello di chi, dalla fantascienza o dallo spazio, si tiene legittimamente alla larga? Visto che ci siamo, converrebbe allargare la questione a un tema centrale in questi mesi complicati: ma con tutti i problemi che affliggono il pianeta, che senso ha investire risorse preziose oltre la sua atmosfera? A quale scopo pensare alla conservazione centenaria dei dati se annaspiamo nella gestione quotidiana di una pandemia?

A tutte e tre le incertezze risponde un unico ambito delle nostre attività extra-atmosferiche: l’osservazione della Terra. Anche le sue riprese, visioni dall’oltre-atmosferico, ci stanno restituendo un film dalla trama complessa. Da mezzo secolo osserviamo dallo spazio la superficie del nostro Pianeta e ne registriamo i cambiamenti.

Mezzo secolo in cui è successo di tutto. l satelliti che scandagliano la superficie, l’atmosfera e i mari oggi sono centinaia e coprono tutto il Globo più volte al giorno. Si è passati da una risoluzione al suolo di 80 metri (Landsat 1, era il 1972) a pochi centimetri. Per rimanere nella metafora, sono aumentati in maniera esponenziale i fotogrammi e la risoluzione, come successo fra la Locomotiva dei fratelli Lumière e un colossal in 8K. Non basta: dove prima dominava l’immagine, il visibile, ora i sensori in orbita, radar multi e iperspettrali, restituiscono la forma e l’essenza della realtà, meglio di una visione in 4D.

Tutto questo significa dati, tanti, tantissimi dati che compongono il “gemello digitale” della Terra. Solo la costellazione Copernicus ne produce 250 terabyte ogni giorno. Uno scrigno di materia prima da raffinare con grandi capacità di calcolo per poterne sfruttare ogni potenzialità attraverso algoritmi di intelligenza artificiale. E da immagazzinare in maniera sicura e a lungo.

L’Optical Disc Archive, o Oda, numero 2 (foto: Exprivia/Sony)

L’archivio del secolo

Il sistema Exprivia di archiviazione dei dati “grezzi”, cioè captati direttamente dal satellite, utilizzerà per la prima volta in Europa i nuovi supporti ottici Oda Gen3, la terza generazione della tecnologia Optical disc archive di Sony, un sistema indirizzato all’archiviazione a lungo termine per l’immagazzinamento dei big data. Grazie a Oda, per i prossimi 100 anni un’immensa quantità di informazioni (più di 8 petabyte a fine 2021), provenienti dall’osservazione e dal monitoraggio del nostro pianeta, sarà conservata in dispositivi più performanti e duraturi rispetto ai tradizionali supporti magnetici. Una volta processati, i dati saranno disponibili gratuitamente per i cittadini, gli enti pubblici e privati (tra cui istituti di ricerca, autorità militari o governative) e le imprese autorizzate che ne faranno richiesta.

Solo le tre coppie di Sentinelle i cui rilievi verranno custoditi grazie alla tecnologia Exprivia permettono di analizzare una miriade di cose: il ghiaccio marino e i movimenti degli edifici o del suolo, come le frane, per valutare la stabilità di viadotti e palazzi con i radar Sar; le foreste e i bacini idrici, per comprendere lo stato della vegetazione e della clorofilla, quindi valutare la salute delle colture; la temperatura e i parametri degli ecosistemi marini, la qualità dell’acqua e l’inquinamento. Beninteso, è solo una inquadratura fra le tante del lungometraggio.

Lanciato a novembre, Sentinel 6 ha il compito di misurare l’innalzamento degli oceani, “gonfiati” dal calore prodotto dalle attività antropiche e dallo scioglimento dei ghiacciai. Alcuni satelliti, già in orbita o di prossima costruzione, sono segugi in grado di fiutare l’atmosfera a caccia delle sorgenti di gas serra.

Il satellite “Prisma” alla base di Kourou, in Guyana Francese, poco prima del lancio (foto: Asi)

Un gioiello europeo e italiano, Prisma, ha sensi super-umani: il sensore iperspettrale (realizzato da Leonardo a Campi Bisenzio) riconosce la composizione chimica e fisica degli oggetti, il livello di umidità per prevenire gli incendi, la salinità e con lei la salute dell’ambiente marino, il suo livello di inquinamento da idrocarburi o plastica. L’amianto sui tetti. La costellazione tutta italiana Cosmo SkyMed, insieme con le Sentinel, produce immagini su richiesta nelle zone colpite da un’emergenza. È successo nel 2016, per valutare i crolli a poche ore dal sisma del Centro Italia. Sono pochi esempi in un oceano di dati.

Il business del settore

L’Associazione europea delle aziende di remote sensing ha stimato che, nel 2019, il valore totale dell’industria dell’osservazione della Terra è stato di 57,5 miliardi di dollari, con una crescita prevista per il 2020 fino a 75,9. Pur consistente, l’incremento è poca cosa rispetto a quello atteso grazie a micro e nanosatelliti, tecnologie che hanno aperto l’accesso allo spazio anche a piccole e medie imprese.

La corsa all’oro spaziale, inteso come ricchezza prodotta in orbita, è già iniziata. Un recente accordo tra Thales Alenia Space e Microsoft ha come obiettivo l’utilizzo dell’elaborazione automatica e in tempo reale di immagini satellitari DeeperVision, sulla piattaforma Microsoft Azure Orbital. Telespazio, altra eccellenza italiana del settore, attraverso la controllata tedesca, lavora con Amazon Web Service per dare agli utenti accesso alla gestione dei satelliti e a servizi per l’elaborazione, l’archiviazione e l’analisi dei dati. È un eldorado extraterrestre a disposizione delle aziende pronte a fare green business, oppure business e basta. E della politica, per strategie di mitigazione della crisi climatica. Non è una forzatura sostenere che oggi, e sempre di più negli anni a venire, il decision making si baserà sulle tecnologie spaziali e sui servizi derivati.

L’Italia fotografata dalla “Cupola” della Stazione spaziale internazionale (Foto: Paolo Nespoli/Esa)

Per questo è non solo fondamentale ma urgente constatare quanto i satelliti, oltre che a fornire soluzioni per migliorare la vita di tutti i giorni, debbano servire anche a evitare lo scenario che ha davanti agli occhi quel ragazzo del futuro immaginato da Alexander Key e Hayao Miyazaki. Oggi investire nello spazio e saperne sfruttare con consapevolezza condivisa le potenzialità eviterà che, per salvare il mondo, domani serva Conan.

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