Immuni sì, Immuni no, Immuni forse

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A metà aprile del 2020, il Covid era tra noi ormai da due mesi (probabilmente perfino di più) e mentre in Cina l’allarme veniva gestito e in parte rientrava, qui da noi erano giorni di sconforto. Iniziava a girare la notizia della moltiplicazione dei casi di depressione, insonnia e ansia da lockdown, anche se purtroppo per molti di noi era già una realtà. Iniziavano anche i primi caldi, la primavera maturava e cominciavamo persino a pensare alle vacanze pur di evadere da una routine snervante.

Questa cosa che l’ansia quotidiana fa male probabilmente comincia a diventare un po’ più chiara: persino le conferenze stampa giornaliere della protezione civile, che dal 22 febbraio puntellavano le serate degli italiani con il bilancio della pandemia, vengono rarefatte: si passa a due alla settimana, il lunedì e il giovedì.

Senza che ce ne fossimo accorti, un tic mediatico ci aveva condizionato e parecchio per due interi mesi, con effetti probabilmente molto pesanti in fatto di ansia e di stress. Per cosa? Probabilmente più per far fare click ai giornali e spettatori ai tg che altro. Come se non bastasse, quel conteggio drammatico ha reso socialmente accettabile avere trecento morti al giorno.

Si inizia a parlare di bonus vacanze e i cavalli di battaglia della conversazione politico-mediatica sono due: il primo, i box in plexiglass in spiaggia. Un’idea balzana, fortunatamente caduta nel vuoto e mai più ritornata in auge. Il secondo, invece, è una storia che ancora può capitare ed è quella del signore che a Mondello ha preso un sacco di multe per essere andato in spiaggia. Ancora adesso, dopo un anno, seppur gli studi ormai l’abbiano confermato in tutte le salse, i luoghi all’aperto sono da ritenersi decisamente più sicuri di qualsiasi luogo al chiuso. Eppure sono ancora tantissime le restrizioni che impediscono di andarci.

Intanto la crisi economica si intravede, anzi, si vede proprio per tutti e a tutti i livelli: il G20 sospende temporaneamente il debito dei paesi più poveri; per la prima volta nella storia il prezzo del petrolio va sotto zero (ma c’è una ragione molto precisa, non è un errore); i cinema — o piuttosto i produttori di auto — sono disperati e cercano di far tornare di moda quei dinosauri preistorici che erano i cinema drive in e nei supermercati. E manca il lievito: chissà perché in quei giorni ci eravamo messi tutti in testa di fare i panettieri e i pasticcieri.

Intanto la regione Lombardia è scossa dallo scandalo — e non sarà né il primo né l’ultimo — per le morti nelle RSA, scaturito da un report dell’Istituto Superiore di Sanità: nei primi due mesi della pandemia sarebbero morti nelle case di riposo lombarde 1.625 persone a causa del COVID-19. Alla fine di quella prima ondata, a fine luglio, sarebbero raddoppiati, arrivando a 3.378. Anche in Cina ci sono polemiche e a Wuhan vengono rilevati 1.290 morti in più di quanto era stato dichiarato inizialmente.

In quegli stessi giorni subito dopo Pasqua, chissà se te lo ricordi, la Svezia si era scagliata contro i giornali italiani per quella che gli svedesi definivano una “spirale di disinformazione” con cui avrebbero raccontato la strategia usata per contenere l’epidemia. Le critiche alla Svezia sono state un ritornello infinito sulle pagine dei nostri quotidiani, ma anche un motivo di continue polemiche sui canali social. Se ne parla ancora adesso, con il solito tifo.

Negli Stati Uniti si scatenano numerose proteste per i divieti imposti per far fronte alla pandemia e qualcuno teme che nei paesi più poveri le restrizioni potrebbero fare addirittura più danni che la pandemia stessa.

Nel frattempo, quella settimana dal fronte del digitale ne arrivano di importanti, di grosse e di curiose.

Tra le curiosità, oltre che all’aumento vertiginoso delle ore viste sulle piattaforme di video on demand, anche il settore dei videogiochi fa numeri da capogiro, accelerando una crescita che anche senza covid aveva dimensioni enormi. Dall’altra parte del mondo, invece, arriva la notizia che l’Australia obbligherà Google e Facebook a pagare per le notizie che veicolano, una mossa che a fine febbraio di quest’anno è diventata legge. In Italia, invece, è la settimana “storica” in cui il governo decide quale strada prenderà la sua strategia di tracciamento dei positivi per cercare di tenere sotto controllo la diffusione del Covid. Eh sì, é proprio la settimana di Immuni.

Che fine ha fatto Immuni?

di Andrea Signorelli

Nei primi mesi della pandemia, siamo stati sommersi da notizie e analisi sul successo dei sistemi di tracciamento digitale impiegati in Estremo Oriente. Nell’ansia di restare indietro, e senza analizzare la situazione nel suo complesso, le istituzioni europee si fecero prendere dalla febbre del soluzionismo tecnologico: la via maestra per guarire dall’epidemia da Covid-19 sembrava davanti ai nostri occhi. Anzi, nelle nostre tasche: nelle applicazioni per smartphone in grado di ricostruire in tempo zero la catena dei potenziali contagi e arginare – a una rapidità di cui solo il mondo digitale è capace – la pandemia. E così, cominciarono nella primavera 2020 a farsi strada in Italia, e in Europa in generale, i progetti per dotarci delle applicazioni di contact tracing.

L’idea è semplice (anche se qualcuno sosteneva già che non fosse sufficiente: ne ha parlato proprio il direttore di Slow News con Bruno Saetta, in quello che poi è diventato il pezzo “Basta un’app?”). : chi scopre di essere positivo lo comunica via app a tutte le persone che sono entrate in contatto con lui nei giorni precedenti, eseguendo in maniera più rapida ed efficace quel lavoro immane che si cercava di svolgere per via analogica. Questa app avrebbe dovuto essere un tassello fondamentale nella lotta al virus. E invece, a meno di un anno dal suo lancio (1° giugno 2020), l’italiana Immuni è scomparsa dalla comunicazione del governo, dal dibattito interno all’opinione pubblica e dai riflettori dei mass media. Che cos’è andato storto?

Prima di analizzare numeri ed efficacia (almeno potenziale), bisogna riavvolgere il nastro e partire da un altro elemento: il caos generato dalle indiscrezioni che, dai primi di aprile 2020, iniziarono ad avvolgere la app italiana di tracciamento digitale che verrà poi sviluppata dalla società Bending Spoon. È una fase in cui, come detto, da Cina, Giappone, Singapore, Corea del Sud e non solo giungono notizie strabilianti sui successi del contact tracing. Una fase in cui l’Italia sembra “voler fare come la Corea del Sud”, dimenticando di sottolineare due elementi fondamentali. Prima di tutto, in Estremo Oriente questi sistemi digitali sono soltanto uno degli strumenti di contenimento del virus impiegati con efficacia; a esso si aggiungono il rispetto delle misure di sicurezza, la preparazione di chi ha già affrontato la SARS e le abitudini già consolidate in quell’area del mondo (utilizzo delle mascherine e saluti a distanza invece di strette di mano, baci e abbracci). In secondo luogo, in più di una nazione dell’Estremo Oriente questi strumenti per il tracciamento digitale sono contraddistinti da un’attenzione nulla nei confronti di ciò che da noi è un diritto fondamentale: la privacy.

Si fa presto a raccontare acriticamente il successo orientale delle app di tracciamento digitale, ma qual è il prezzo da pagare? Secondo quanto riportato dal Guardian, i dati anonimi diffusi pubblicamente dalle app per il tracciamento in Corea del Sud sono stati talmente dettagliati da aver portato al riconoscimento di donne e uomini individuati in zone note per la prostituzione, che frequentavano corsi contro le molestie sessuali e che si trovavano in viaggio in posti diversi da quelli comunicati alla famiglia. Tutte notizie ricavate tramite le app e diffuse pubblicamente su internet (in forma anonima, ma facilmente decifrabile per chi conosce la persona in questione).

La sicurezza sanitaria si conquista a scapito del diritto alla reputazione, privacy e dignità? Viste le premesse, era inevitabile che, dalle nostre parti, la società civile più attenta alle questioni digitali (a partire dal Nexa Center di Torino) drizzasse le antenne nel momento stesso in cui si iniziò a parlare di un’applicazione italiana per il contact tracing che avrebbe potuto essere centralizzata (i dati raccolti dagli utenti finiscono in un server centrale), dotata di GPS (ci segue passo dopo passo) e punitiva nei confronti di chi non l’avesse installata (discriminando così le fasce più deboli e con meno abilità digitali della popolazione italiana).

Sono i giorni di aprile-maggio 2020, quando anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – di fronte alle polemiche su un’applicazione che rischia di essere troppo invasiva – si pone la domanda che circola ovunque: “Ma come, cediamo i nostri dati a Facebook e Google e non li vogliamo dare allo stato?”. Il dibattito infuria, l’emergenza incalza e porta a soprassedere su alcuni aspetti cruciali: prima di tutto, Facebook e Google raccolgono i nostri dati a scopo promozionale (e se ne abusano è lo stato che deve intervenire per difendere i cittadini), chi può invece controllare in che modo lo stato usa i dati raccolti su aspetti delicati come la salute? Nonostante le iniziali difficoltà, l’idea che l’applicazione per il tracciamento dei contagi debba essere dotata di privacy by design – garantendo fin dalla progettazione il rispetto della riservatezza dovuto a tutti i cittadini italiani (ed europei) – riesce a farsi largo.

E così infatti sarà. Anche in seguito alle pressioni giunte dalla società civile, Immuni nasce decentralizzata (i dati sono conservati solo su smartphone), sostituisce il GPS con il Bluetooth (che rileva solo i dispositivi con cui entra in contatto e non la posizione) e la sua installazione è volontaria e senza forme di premi o punizioni. Ciononostante, le polemiche lasciano il segno e, più in generale, si diffonde la sensazione che il Vecchio Continente sia di fronte a un bivio: sicurezza o privacy? Come riassunto in un titolo di Spectrum (rivista della IEEE), si teme che le app per il contact tracing non possano essere contemporaneamente efficaci e rispettose della privacy.

Si tratta di trovare il compromesso migliore nella classica situazione della coperta corta. Di bilanciare due diritti fondamentali. Un lavoro delicato, ma che Immuni – una volta completato il lavoro – dimostra di saper svolge egregiamente, ponendo le condizioni per un’applicazione in grado di aiutare a contenere il virus facendo affidamento sul senso di responsabilità dei cittadini e prevenendo gli abusi. A giugno, l’Italia è pronta a sfruttare le tecnologie digitali per contenere la pandemia che da mesi ci costringe a un severissimo lockdown. A luglio i download di Immuni sono quattro milioni. A ottobre arrivano a quota otto milioni: oltre il 10% della popolazione. Numeri incoraggianti, ma ancora molto lontani da quelli considerati necessari a massimizzare l’efficacia della app; obiettivo per il quale è necessario che scarichi Immuni il 60% della popolazione, pari a 36 milioni di persone (che a loro volta sono l’82% degli utenti smartphone del paese). Una soglia elevatissima.

Per quanto anche una percentuale nettamente inferiore possa garantire buoni risultati, con il passare dei mesi diventa sempre più chiaro che Immuni sta perdendo slancio e non sta mantenendo le promesse. Timori confermati: a quasi un anno dal varo, i numeri odierni sono impietosi. Il problema principale non è tanto il numero totale degli scaricamenti – a oggi la app è stata scaricata meno di 10,5 milioni di volte e negli ultimi mesi i download si sono praticamente arrestati – ma che solo 16mila persone contagiate abbiano comunicato la loro positività tramite Immuni, permettendo di contattare in totale meno di 100mila persone.

Numeri microscopici: su oltre 3 milioni di contagiati italiani da Covid-19, solo lo 0,5% ha segnalato la situazione su Immuni (a fronte di un’adozione pari al 16%). Un risultato che si può tranquillamente definire irrisorio. Cos’è andato storto, al di là della confusione iniziale? Una ragione è probabilmente rintracciabile nel collo di bottiglia creato dai call center a cui andava comunicato il proprio contagio – e che avrebbero poi dovuto segnalarlo tramite app a tutte le persone con cui si era entrati in contatto. Un sistema che Agenda Digitale ha addirittura definito “nato morto”, che cancella de facto l’utilità di uno strumento digitale (a cosa serve se devo poi chiamare un call center?) e che ha contribuito a rendere laboriosa e farraginosa la procedura, riducendo in definitiva il numero di persone che hanno utilizzato Immuni per segnalare la propria positività.

Da pochi giorni questo limite è stato rimosso e, finalmente, è possibile inviare in automatico e in autonomia la segnalazione anonima della positività a tutte le persone con cui si è stati in contatto. Troppo poco e troppo tardi, verrebbe da dire. Ormai Immuni è scomparso dalla comunicazione istituzionale ed è stato dimenticato dalla popolazione. Mentre, con l’approssimarsi dell’estate e l’avanzata dei vaccini, anche quel senso di urgenza su cui Immuni avrebbe dovuto fare leva gradualmente si affievolisce.

Immuni rappresenta insomma un’occasione mancata. Lo confermano anche le ricerche che dimostrano come, nonostante i compromessi europei in termini di privacy, le applicazioni per il contact tracing funzionano: uno studio pubblicato da Nature e una ricerca condotta da Oxford mostrano come “ogni aumento dell’1% degli utenti di un’app di contact tracing, una volta superata la soglia del 15% di utenti sul totale nazionale (in Italia siamo giunti al 16%, ndA), porta a una riduzione delle nuove infezioni dallo 0,8% al 2,3%”.

Non è indispensabile che le app siano invasive affinché siano utili. Il problema di Immuni non sta nel rispetto della privacy: il problema è che queste app devono essere scaricate da più persone possibili, devono funzionare in maniera fluida e devono essere rette da una comunicazione politica efficace. In Italia, poco della strategia legata a Immuni ha funzionato. E il nostro è tutt’altro che un caso isolato: “La spagnola Radar Covid è ferma al 15%, due punti in meno rispetto all’app italiana”, si legge sul sito della LUISS. “Va un po’ meglio la Francia che con Tous Anti Covid ha raggiunto circa il 20% della popolazione. Viaggiano su altri numeri, invece, la tedesca Corona Warn App e la britannica NHS Covid-19, entrambe con percentuali di copertura superiori, seppur di poco, al 30%. Meglio, ma ancora lontane dalla soglia di efficacia”.

In tutta Europa, insomma, l’adesione è stata troppo scarsa per garantire risultati soddisfacenti. Quali sono le ragioni? Secondo un’analisi di EU Observer, la frammentazione delle soluzioni adottate (che non sono state riunite sotto un’unica app continentale e spesso non sono nemmeno interoperabili), le preoccupazioni – giustificate da qualche scandalo – in termini di privacy, l’assenza di una comunicazione chiara ed efficace e la mancanza iniziale di misure di contenimento complessive che affiancassero e supportassero le app per il contact tracing hanno compromesso l’efficacia e la fiducia nei loro confronti.

Il limite principale di Immuni è comunque rappresentato dal bassissimo numero di contagi individuati. Nel Regno Unito, “nella settimana che va dal 23 al 30 dicembre 2020 le notifiche di allerta dell’app tra Inghilterra e Galles sono state più di 263mila. I casi positivi rintracciati attraverso questo sistema, invece, 71.235”, si legge ancora sul sito della LUISS. In poche parole, in una settimana la app britannica ha rintracciato oltre il quadruplo di positivi di quanto non abbia fatto la nostra in un anno intero. Non solo i download di Immuni sono stati circa la metà del suo corrispettivo britannico, ma a causa del meccanismo farraginoso già sottolineato (e magari anche di un senso di emergenza inferiore rispetto al Regno Unito, colpito da una seconda ondata durissima), l’utilità potenziale di Immuni è stata ulteriormente ridotta.

Basterà rimuovere l’assurdo collo di bottiglia dei call center e una nuova promozione istituzionale per ridare slancio a quella che rappresenta una grande occasione sprecata? Difficile: con l’approssimarsi del caldo e la campagna vaccinale che (prima o poi) entrerà a pieno regime, Immuni è destinata a languire negli smartphone di qualche milione di italiani. Peccato, perché se le cose fossero state fatte bene – a livello nazionale ed europeo – avrebbe potuto dare una mano quando ne avevamo più bisogno.

Questa è la nuova puntata di Fixing News, un progetto di Blogo in collaborazione con Slow News. Esce una volta a settimana e se vuoi saperne di più puoi cliccare qui per leggere il “manifesto”. Se invece vuoi ascoltare questo articolo in formato Podcast, lo trovi subito qui sotto, (ed anche su Spreaker, Spotify e sulle altre piattaforme). Se hai suggerimenti, idee, richieste per le prossime puntate, scrivici a fixingnews@blogo.it.