Terroristi arrestati in Francia, finisce l’era dell’impunità come diritto

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Non le idee politiche ma le azioni. Reati di sangue, o a essi collegati e propedeutici, per i quali la giustizia italiana ha emesso da molto tempo sentenze definitive. Il punto essenziale dei dieci arresti di ex brigatisti ed ex Pac, Lc, Nuclei armati di contropotere territoriale – ma tre sono in fuga – finalmente decisi dal governo francese è questo: ci voleva un leader radicalmente post-ideologico come Emmanuel Macron per sciogliere il (falso) equivoco che la dottrina Mitterrand si è portato dietro per quarant’anni.

Qual è quell’equivoco? Il fatto che la protezione degli “atti di natura violenta ma d’ispirazione politica” non possa avere senso in una democrazia compiuta. E non possa applicarsi, come ha finalmente e con infinito ritardo confermato il ministro della Giustizia transalpino Éric Dupond-Moretti, a “chi avesse le mani sporche di sangue”. Di quel sangue le frotte di criminali che si sono rifugiati nel suo paese ne erano segnati fino ai capelli. Ma né i governi neogollisti né quelli socialisti hanno mai trovato l’onestà intellettuale e il coraggio politico di smentire un presunto caposaldo dell’ipergarantismo, perfino quando i principi di quella dottrina (no fatti di sangue, no sentenze definitive e rifiuto del terrorismo) erano disattesi in partenza. Quello per cui mentre in Italia si celebravano incessantemente processi in contumacia trasformava gli assassini in superstar della cultura, omaggiando di nuove cattedre i cattivi maestri di trent’anni prima.

Roma, Via Fani 16 marzo 1978 – L’agguato ad Aldo Moro si risolse col sequestro dello stesso e l’uccisione di quattro uomini della scorta sul posto (il quinto si sarebbe spento poche ore dopo)

Secondo punto essenziale. Il percorso, che sarà lungo e potrebbe perfino concludersi con delle sorprese dopo i procedimenti per autorizzare l’estradizione che affronteranno di nuovo e ancora caso per caso, risolve due distorsioni giudiziarie nello stesso tempo. La prima: conferma come la legislazione italiana non fosse e non sia fuori dagli standard europei, come pensava l’allora presidente socialista: ne è caposaldo, perfino storico, e quelle sentenze puniscono gli autori di omicidi, rapimenti, ferimenti, attentati, traffici di armi e molte altre azioni che hanno puntellato gli “anni di piombo” con processi celebrati nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.

Marina Petrella, ex brigatista arrestata a Parigi il 28 aprile 2021

La seconda: un passo del genere serve a far fare i conti alla Francia, con i suoi errori, non solo all’Italia. Significa riconoscere che è stata esattamente quella dottrina orale, priva di alcun fondamento giuridico e basata solo su posizioni di cieco ipergarantismo, mai trasposta in alcun atto o legge, a essersi posta per quattro decenni fuori dai trattati internazionali e dal rispetto che si doveva e ancora si deve a un paese democratico e alleato ferito al cuore. Dando rifugio ai suoi assassini.

La ministra della Giustizia Marta Cartabia spazza via le ancora residue perplessità di alcuni, i soliti a dire il vero, con due termini legati indissolubilmente: verità e riconciliazione. “La seconda non può realizzarsi a prescindere dalla prima” ha detto in un’intervista a Repubblica che andrebbe acclusa ai manuali di diritto. Fino a oggi, non solo le vittime dirette e indirette che hanno pagato quegli atti di sangue ma la stragrande maggioranza degli italiani ha creduto che a quella generazione fosse stato garantito un trattamento privilegiato rispetto alle scelte del passato e alle cicatrici del futuro. E, fuori dai tecnicismi a cui non tutti sono avvezzi, il rifugio pochi chilometri oltre confine è stato vissuto non solo, come già detto, alla pari di una violenta mortificazione internazionale ma anche come la volontà assoluta di sottrarsi – tranne rare eccezioni – alle proprie responsabilità. A non volerla, la riconciliazione, è chi scappa. Non chi rimane. Non c’è “giustizia riparativa” possibile senza quella volontà. Non vendetta, insomma, ma chiarezza e riconciliazione.

“Bravi! E adesso che ve ne fate?” si chiede Adriano Sofri sul Foglio, rispetto a quella “sporca decina” che definisce “il fondo del barile”. Un fondo con un bel po’ di ergastoli da scontare, fra l’altro, che per molte famiglie è il principio di quel barile. Altri sottolineano la distanza cronologica fra i fatti e le condanne, alludono in modo osceno alla fuga e al riparo in Francia come “esilio” o alle amnistie sui criminali fascisti nel secondo dopoguerra.

Sono domande che raccontano da sole, e con drammatico ottundimento intellettuale, la prospettiva completamente ribaltata da cui queste persone hanno visto e ancora vedono il mondo di allora e quello di oggi. In una frattura insanabile. Al netto delle questioni di salute, su cui come su tutto decideranno i giudizi ai diversi livelli in Francia come in Italia, c’è infatti in quelle parole una pervicace conferma di non volerla affatto quella riconciliazione e di pretenderla a senso unico, magari perché dopo la fuga in Francia non si è più commesso alcun delitto o perché, di nuovo, la storia di pochi, di quelle “ombre rosse” dell’operazione parigina dell’antiterrorismo francese, viene scambiata per la storia di tutti. Che sarebbe pure vero, ciascuno nel suo ruolo e con il coraggio di riconoscere i propri errori.

L’epoca dell’impunità come diritto è terminata e il fatto che quelle persone abbiano fra i sessanta e i settant’anni non rende quei provvedimenti meno importanti. Al contrario: sono appunto i cattivi maestri e i pessimi allievi, una generazione di genitori e magari nonni le cui condanne, semplicemente, non sono state eseguite. Questo ce ne facciamo di quella “sporca decina”: eseguiamo le condanne e restituiamo dignità alla storia e al diritto. Ciascuna nel modo più opportuno, con i benefici di legge e nella garanzia di quei diritti che costoro hanno calpestato prima, durante e dopo i loro anni bui. Adesso mancano solo le scuse di quelli che li hanno difesi.

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