Il caso Fedez rivela l’urgenza di metter fine alla lottizzazione Rai

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La vicenda di Fedez al concertone del primo maggio ha riaperto, e meno male, il dibattito sulla lottizzazione della Rai. Si tratta di una di quelle problematiche che è sotto al naso di tutti più o meno da sempre, ma su cui non si interviene mai perché considerata consuetudine, scomoda normalità, un po’ come i giorni di pioggia e i monologhi di Pio e Amedeo. Se però su questi ultimi poco si può fare, nel primo caso perché ancora non esiste la tecnologia capace di influire sugli eventi meteorologici, nel secondo perché il tutto avviene nella cornice di un’azienda privata come Mediaset, nel caso della Rai, servizio pubblico, ci sono leggi apposite che possono essere modificate o stralciate.

 

immagine iPa

Piccola parentesi su Pio e Amedeo, da molti considerato in queste ore l’esempio di un doppio standard “de sinistra”, per cui Fedez può dire quello che vuole e gli altri no. In Italia, fino a prova contraria, non esiste la libertà di offendere, nel senso che dal 1993 c’è quella legge Mancino che condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio e alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Fare monologhi in prima serata dove si usano espressioni ingiuriose contro neri e ebrei è allora qualcosa che non va per la legge italiana e l’attenuante dei due “comici” secondo cui l’offesa sussiste solo se chi offende vuole effettivamente offendere, è una clausola vuota che non ha alcuna base legislativa né logica. Al di là di questo, però, la legge italiana non può mettere il becco dietro alle quinte di Mediaset, nelle sue dirigenze che si traducono poi nelle scelte editoriali, perché Mediaset è un’azienda privata che fa quindi un po’ quello che vuole.

Alla Rai il discorso è ben diverso. Trattasi della più grande azienda culturale pubblica d’Italia, sostenuta dai soldi dei contribuenti, ma storicamente incapace di offrire un prodotto super partes, che non significa privo di prese di posizione politiche à la Fedez, ma efficace nel garantire che i discorsi à la Fedez possano materializzarsi senza ostacoli. In fin dei conti, nei mille programmi di approfondimento giornalieri c’è sempre il politico di turno che esprime la sua visione del mondo, le sue idee, le sue critiche al governo o alle opposizioni. Fedez non ha fatto nulla di diverso, ma lo ha fatto da pop star e in un contesto differente, quello del concertone che non è il salotto di Bruno Vespa, e questo per il “sistema” non va bene. Sì perché come hanno sottolineato i dirigenti di Rai 3 al telefono con il cantante, c’era un problema di contesto, di opportunità, “ci metti in difficoltà”, insomma non c’era il clima adatto per uno spot a favore di un disegno di legge contro l’omotransfobia che non si riesce ad approvare a causa dell’ostruzionismo leghista non nella sua discussione, bensì addirittura nella sua calendarizzazione. 

La libertà di opinione della pop star non è ammessa per il “sistema”, perché il sistema è un’azienda culturale pubblica tenuta al guinzaglio dalla politica, che di volta in volta nomina i suoi fedelissimi e si spartisce quindi le poltrone di chi andrà a definire la comunicazione agli italiani. Oggi Salvini dice che quanto successo è un affare interno alla sinistra che ha in mano la Rai, in realtà l’attuale assetto Rai nasce dal governo giallo-verde, tra un presidente come Marcello Foa noto per la sua condivisione delle teorie di QAnon e servizi del Tg2 come quello sulla Sveziadove ormai vige la sharia, la legge islamica”, con tanto si proteste dell’Ambasciata. La Lega, i suoi ideali, hanno un certo peso nella Rai di oggi perché proprio la Lega tre anni fa ha scelto come riempire i ruoli dirigenziali. Ecco perché il “sistema” non vede di buon occhio chi, nel pieno esercizio della sua libertà di espressione, effettua attacchi frontali al partito.

Un problema che non nasce oggi ma che c’è sempre stato, dal colore bipartisan, che ci ricorda ancora una volta l’importanza di intervenire al più presto per dare al paese una tv pubblica ripulita delle correnti politiche, dove tutti possono dire tutto (purché non si inciti all’odio, cari Pio e Amedeo) senza che dietro le quinte vi sia un controllo preventivo – che poi è censura se censura significa un esame dei contenuti a monte – che a seconda delle dirigenze del momento eserciti questa o quella pressione.

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