Come riconoscere e trattare le rarissime trombosi potenzialmente legate al vaccino anti-Covid

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trombosi
(foto: allinonemovie via Pixabay)

Scienziati di tutto il mondo stanno studiando i rarissimi casi di eventi trombotici potenzialmente legati ai due vaccini a vettore virale, Vaxzevria di AstraZeneca e il vaccino di Johnson & Johnson. Si parla di poche decine di pazienti su un totale di diversi milioni di vaccinati in tutto il mondo nel caso di AstraZeneca e di 15 episodi su quasi 7 milioni di vaccinati per J&J. Numeri bassissimi – anche ricordando che Covid-19 stesso aumenta il rischio di trombosi cerebale, che però devono essere monitorati e studiati per una gestione tempestiva dei rischi e di eventuali conseguenze. A questo scopo un gruppo di ricerca della Brown University ha emanato le linee guida per riconoscere e trattare precocemente questi casi, pubblicandole su Stroke, rivista dell’American Stroke Association, divisione dell’American Heart Association.

Trombosi, la premessa d’obbligo su Covid-19

Il problema della trombosi è già da tempo sotto i riflettori della ricerca sul coronavirus, non tanto per i vaccini ma perché Covid-19 stesso aumenta la probabilità (che è comunque bassa) di trombosi cerebrale e probabilmente in proporzione più di un vaccino. Al punto che oggi gli scienziati si chiedono se sia una malattia più vascolare che respiratoria e alcuni ricercatori hanno addirittura proposto di cambiare il nome, da Sars (Sindrome respiratoria acuta grave) a febbre virale trombotica. I pochissimi casi associati ai vaccini riguardano la trombosi del seno venoso cerebrale (in sigla Cvst) associata a un basso numero di piastrine (trombocitopenia o piastrinopenia) e consiste in trombi che si formano nelle vene cerebrali e non nelle arterie, come nella maggior parte degli ictus.

L’importanza di essere consapevoli

Posto il fatto che l’incidenza di questi problemi dopo il vaccino è davvero bassissima e che i benefici di tutti i vaccini continuano a superare i rischi in tutte le fasce d’età, è bene comunque affrontare il problema e capire come riconoscerlo precocemente e dunque gestirlo al meglio. In generale la maggior parte dei casi si sono verificati in donne con meno di 60 anni, motivo per cui le autorità italiane hanno deciso di raccomandare i due vaccini preferibilmente sopra i 60. Nel vaccino J&J tutti gli eventi gravi si sono manifestati entro 2 settimane e mezzo dalla vaccinazione e nel caso di AstraZeneca entro 3 e mezzo. I sintomi indicati già da tempo dagli esperti, cui prestare attenzione, mal di testa o dolori addominali che non passano, dolore toracico, fiato corto, gonfiore alle gambe, visione offuscata e piccole macchie di sangue sotto il punto dell’inoculazione.

Le analisi da fare

In presenza di un caso sospetto, già vaccinato per Covid, e con sintomi anomali per la diagnosi si consiglia una risonanza magnetica associata a un venogramma oppure la Tac con venogramma. Fra gli esami del sangue, l’emocromo, la conta piastrinica, uno striscio del sangue su vetrino per determinare il numero di vari tipi di cellule del sangue e le loro caratteristiche. Fra gli altri test sul sangue ci sono poi il fibrinogeno, il tempo di protrombina, il tempo di tromboplastina parziale – con attenzione a questi fattori: fattore VIII, fattore IX, fattore V e XII; il test del D-dimero, test per gli anticorpi Pf4.

No all’eparina

I ricercatori oggi hanno pubblicato sul giornale dell’American Stroke Association anche una guida per gli operatori sanitari per la diagnosi e la gestione di questa rara patologia, la Cvst associata a trombocitopenia e indotta da vaccino. Nei pazienti con sospetto di questo problema non deve essere somministrato alcun farmaco che contenga eparina, vista la somiglianza dei casi con la malattia chiamata trombocitopenia indotta da eparina. Si devono utilizzare anticoagulanti non a base di eparina, come argatroban, bivalirudin, danaparoid, fondaparinux (non orali) o un anticoagulante orale ad azione diretta (Doac).

Altre considerazioni sulla terapia

Fra le indicazioni per i medici, bisogna tenere controllo la presenza di una conta piastrinica molto bassa (<20,000/mm3) o di un basso fibrinogeno, casi in cui il trattamento con anticoagulanti dovrebbe essere modulato sulle condizioni del paziente. Gli anticoagulanti dovrebbero essere usati per trattare la Cvst anche se c’è un’emorragia secondaria cerebrale, al fine di prevenire una trombosi progressiva e per controllare il sanguinamento. La trasfusione di piastrine, inoltre, dovrebbe essere evitata. Una volta che i livelli delle piastrine sono normali, si può passare a un anticoagulante orale in assenza di controindicazioni.

Ma non sappiamo ancora molte cose. Ad esempio dati preliminari nei pazienti che hanno avuto trombocitopenia presumibilmente indotta dal vaccino indicano la presenza di anticorpi anti-Pf4, fra le analisi segnalate dagli autori. Tuttavia al momento non si può dire se fossero preesistenti alla vaccinazione anti-Covid.

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