Quei dati sulla violenza contro le donne che l’Italia non raccoglie

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(foto: Piqsels)

È noto che a fine marzo la Turchia è uscita dalla Convenzione di Istanbul, il più importante trattato internazionale contro la violenza sulle donne. Una decisione che ha indignato molto l’opinione pubblica anche italiana e che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha definito “un grave passo indietro” per i diritti umani. Meno noto, invece, è il fatto che anche l’Italia non sia proprio ligia al dovere, per quanto riguarda il rispetto della Convenzione, che ha ratificato nel 2013. In particolare, secondo la Corte di Strasburgo, le misure adottate per prevenire, gestire e punire violenza domestica e femminicidi non sono adeguate: entro il 31 marzo scorso il ministero di Grazia e Giustizia avrebbe dovuto fornire al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa dati su come l’Italia sta cercando di colmare le gravi lacune riscontrate ma, per il terzo anno consecutivo, non ha dato segni di vita.

Il caso Talpis e la procedura di monitoraggio

È dal 2017 che il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa chiede, in particolare, dati su “i criteri utilizzati dalle autorità competenti per rispondere alle richieste di misure preventive e protettive, il tempo medio di risposta e di attuazione di tali misure e il numero di misure adottate; la durata media delle indagini e dei procedimenti penali in relazione a episodi di violenza domestica e molestie; il numero di tali casi interrotto e il numero di condanne e assoluzione in relazione ai reclami presentati”.

Sono informazioni fondamentali, che vanno a individuare alcune delle principali criticità italiane: quante vittime di femminicidio avevano denunciato ripetutamente il loro assassino e non erano state adeguatamente protette? Quante volte parenti e amici di queste donne raccontano che, al momento della denuncia, i fatti da loro raccontati erano stati derubricati a “conflitti famigliari” o che era stato consigliato di far pace col marito? Quante donne non denunciano per paura di ritorsioni o di non riuscire a provvedere a se stesse e ai loro figli?

La procedura di monitoraggio sul sistema antiviolenza italiano avviata dal Comitato nasce dalla cosiddetta sentenza Talpis del 2017. Elisaveta Talpis, una donna moldava residente a Udine, sopravvissuta al tentato femminicidio da parte del suo ex compagno (che riuscì però a uccidere il figlio Andrei) si rivolse alla Corte di Strasburgo, che condannò l’Italia per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti e riconobbe che il ritardo nell’apertura delle indagini e la sottovalutazione del rischio erano stati fatali.

In seguito alla sentenza il governo italiano ebbe anche il coraggio di fare ricorso. Ricorso che la Corte europea dei diritti umani giudicò inammissibile, rendendo la sentenza definitiva. Da allora il governo italiano ha fornito dati solo nel 2018, non in linea con quanto richiesto e, tra l’altro “decisamente preoccupanti: metà delle denunce viene archiviata e, nella restante metà, le condanne sono poco più del 10%. Inoltre non è stata specificata la durata delle indagini e in quanto tempo si può giungere a una condanna”, spiega a Wired Titti Carrano, avvocata dell’associazione Di.Re – Donne in rete contro la violenza, che riunisce circa la metà dei centri antiviolenza italiani.

Garbage in, garbage out

Da quattro anni, quindi, via Arenula ignora – almeno da questo punto di vista – le richieste della Corte di Strasburgo e del Comitato dei ministri. Quello che manca, oltre a pubblicazioni periodiche dei numeri, è soprattutto “un sistema di raccolta dati disaggregati e coordinati e che siano, quindi, statisticamente rilevanti”, sottolinea Titti Carrano.

Sono dati che non solo ci obbliga a raccogliere la Convenzione di Istanbul e che più recentemente sono stati richiesti dal Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne (Grevio), organismo indipendente del Consiglio d’Europa, di cui Di.Re è l’associazione di riferimento in Italia, ma che sono soprattutto “indispensabili per predisporre misure veramente efficaci – prosegue Carrano -. Non abbiamo alcun dato sul processo civile, per esempio: quindi non possiamo sapere, sul numero totale di separazioni e divorzi, quanti siano dovuti a violenza domestica. Sul penale non conosciamo le motivazioni che portano alle archiviazioni e perché sono così tante. Non sappiamo quanto l’Italia voglia investire nella formazione di magistrati e forze dell’ordine, altro punto importante sottolineato dalla Convenzione: è vero che il Codice rosso prevede l’obbligatorietà della formazione per polizia e carabinieri, ma a invarianza finanziaria, cioè senza l’aggiunta di risorse economiche”.

Altre informazioni che mancano, per citarne alcune: quante donne si rivolgono ai servizi sanitari e sociali in seguito a episodi di violenza (i dati esistono solo per alcune regioni e spesso senza considerare il sesso e la relazione tra autore e vittima); il numero e la tipologia delle vittime coinvolte nelle violenze (figli della vittima o altri familiari); il numero di carnefici; il tipo di violenza esercitata (economica, psicologica); quante donne sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili; l’eventuale condizione di disabilità della vittima. “Va organizzato in modo completamente diverso il sistema informatico con cui i tribunali raccolgono i dati e questo database deve essere accessibile a tutti e trasparente – spiega Carrano -. È il ministero della Giustizia che deve farlo e potrebbe farlo semplicemente… che cosa aspetta?”.

Il silenzio di via Arenula

Wired ha contattato più volte il ministero di Grazia e giustizia per cercare di capire quali sono i reali ostacoli alla raccolta periodica di dati disaggregati. Pur sottolineando che “il tema della violenza domestica e di genere è tra quelli che stanno a cuore alla ministra Marta Cartabia”, in un mese il dicastero non è stato in grado di individuare una figura che spiegasse come vengono raccolti i dati, perché non sono disaggregati e se si sta facendo qualcosa per risolvere il problema.

È possibile che in via Arenula non ci sia nessuno che segua il tema? Se così fosse sarebbe molto grave, considerando che sono quattro anni che all’Italia vengono richieste queste informazioni (da quando il guardasigilli era Andrea Orlando, a cui poi è succeduto Alfonso Bonafede) e che la ratifica della Convenzione di Istanbul prevede chiari obblighi. L’unico documento che Wired ha ottenuto all’ultimo momento è stato il rapporto Un anno di Codice Rosso. Un pdf che purtroppo non risponde alle nostre domande e i cui pochissimi dati non vanno incontro alle richieste del comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Lo stesso Codice rosso (che nel 2019 ha introdotto modifiche al codice penale e al codice di procedura penale in merito alla violenza contro le donne), una legge comunque considerata incompleta sotto diversi aspetti da chi si occupa di violenza di genere, non contiene disposizioni specifiche sulla raccolta dati.

Carrano è molto dura con le istituzioni: “A che serve che il nostro governo faccia continuamente dichiarazioni in cui sostiene di avere come priorità la lotta alla violenza contro le donne, se poi a queste dichiarazioni non seguono azioni concrete? A volte provo rabbia, perché mi sembra che manchi proprio la volontà politica di migliorare le cose”. A ciò si aggiunge, in un paese in cui viene uccisa una donna ogni tre giorni (dati Eures, 2020), una cultura patriarcale che ancora troppo spesso fa il processo alla vittima, che non le crede fino a prova contrarissima, che attua, insomma, quella che si chiama “vittimizzazione secondaria”. Cosa comporta tutto ciò? “Sappiamo che solo una donna su dieci denuncia: numeri minimi rispetto all’entità del fenomeno – conclude Carrano -. Manca la fiducia nel sistema. E sai qual è la cosa più terribile nella mia esperienza di avvocata? Quando le donne dicono: ‘Se avessi saputo prima a cosa andavo incontro, non avrei mai denunciato’”.

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