Statosauri, rischi e occasioni della democrazia liquida ai tempi dei social

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Esistono avvenimenti, nella storia della civiltà umana, la cui influenza è così sproporzionata rispetto al proprio tempo da rappresentare una cesura con il passato, fenomeni talmente potenti da diventare lo spartiacque tra ciò che c’era prima e ciò che è arrivato dopo. Così è stato per l’uso sistematico del bronzo e del ferro, ad esempio – divenuti in seguito spunto per una periodizzazione sommaria della preistoria – e la stessa cosa è accaduta con l’approdo di Cristoforo Colombo nelle Americhe, che segna oggi l’avvio convenzionale dell’età Moderna

Si tratta, com’è chiaro, di decisioni assunte a posteriori (la portata degli eventi appare naturalmente più chiara agli occhi dello storico) e ciò significa che nel nostro arco vitale potremo diventare noi stessi testimoni involontari di una rivoluzione. O potremmo esserlo già stati. È la tesi contenuta in Statosauri. Guida alla democrazia nell’era delle piattaforme (Quinto Quarto Edizioni), l’ultima fatica del giornalista ed ex direttore di Wired Italia Massimo Russo che tratteggia i confini di quella che viene presentata come “l’era delle piattaforme”. Le nostre società, sostiene Russo, sono entrate in una fase di crisi sistemica dettata dal superamento della tecnologia che per cinque secoli ne ha rappresentato la bussola, quegli Stati nazionali che oggi appaiono così obsoleti di fronte alla forza disruptiva delle piattaforme digitali. 

Sono le grandi aziende di internet a dettare l’agenda delle priorità, a gestire il dibattito pubblico e a cavalcare con successo i meccanismi dell’economia di mercato. L’avvento delle piattaforme digitali ha introdotto nelle nostre vite comode soluzioni, certo, ma anche tutta una nuova gamma di problemi che le democrazie occidentali faticano ancora a gestire. Basti pensare all’apparentemente irrisolvibile dilemma posto dalla presenza social di Donald Trump, laddove nessun organo di giustizia nazionale è stato chiamato a gestire l’impasse tra libertà d’espressione e i pericoli per la democrazia che la propaganda incendiaria dell’ex presidente Usa avrebbe comportato. Il mondo si è evoluto e le nostre democrazie – ancorate all’epoca dei territori, come viene definita nel saggio – possiedono oggi strumenti inadeguati a gestirne la complessità.

La tesi esposta da Russo – e mutuata da un incontro con l’ex presidente israeliano Shimon Peres, come racconta l’autore – può ad una prima impressione apparire controintuitiva, considerando che mai come negli ultimi dieci anni la globalizzazione è sembrata regredire, con muri, nazionalismi e sovranismi d’ogni sorta a farla da padrone. Ma si tratta di un rigurgito temporaneo, tranquillizza Russo, la “reazione naturale di chi corre a proteggersi dall’ignoto sotto un riparo che non serve più”. Il colpo di coda di un regime che vede sgretolarsi tra le mani il fondamento del suo stesso potere. 

Ma non tutto andrà per il meglio, non necessariamente almeno e non senza l’intervento di istituzioni in grado di difendere i diritti dei singoli, di fronte a piattaforme che “lasciate da sole tendono a scaricare sulla società i propri costi”, scrive Russo. Perché queste, proprio come il bronzo e il ferro, sono semplici strumenti e in ultima analisi la direzione che prenderanno dipenderà comunque da scelte politiche. Le scelte degli Stati Uniti, in cui da tempo le piattaforme sono più potenti dello Stato – fino al punto di esercitare una vera e propria politica estera – o quelle della Cina, che dopo il miracolo economico ha creato un’identità pressoché totale tra piattaforme e impero, lasciando indietro i diritti civili e le libertà personali.

E chissà che non possa essere la stessa Unione Europea, culla del diritto oggi paralizzata dai veti incrociati degli Stati nazionali, ma con un vasto potenziale inespresso. In quest’ottica, ipotizza Russo, la pandemia di coronavirus rappresenterebbe per il Vecchio Continente l’acceleratore di un processo ineluttabile, quello che da sempre tende all’idea di Europa federale immaginata da Spinelli, Rossi e Colorni nel Manifesto di Ventotene. Un’utopia che è lontana dal diventare realtà, ma che non è mai stata così vicina, soprattutto dopo l’accordo sul Next Generation Eu che nei prossimi anni proverà a rimettere in piedi un continente scosso dalla crisi. 

In questo scenario c’è speranza persino per l’Italia, schiacciata nella morsa del debito pubblico e per questo incapace di immaginare il futuro. Anche per il nostro Paese il virus potrebbe trasformarsi in un’occasione per attrarre talento – trasformando il problema delle migrazioni in una risorsa –, investire sulla formazione e sulla digitalizzazione. Per trasformare i suoi cittadini in nodi periferici di una grande rete globale, insomma, la grande sfida lanciata da un’era delle piattaforme che sembra essere già iniziata. 

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