Uscirà mai un nuovo film di Woody Allen in America?

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È almeno dal 2005, cioè da Match Point, che Woody Allen cerca capitali all’estero per i suoi film. L’aveva paradossalmente annunciato nel 2020 in Hollywood Ending, in cui lui stesso interpretava un regista che faticava a farsi produrre i suoi lavori ma che alla fine trovava in Europa un terreno fertile, un posto in cui ancora qualcuno pensava fosse un genio. Era tutto un espediente comico, ma solo dopo pochi anni nella vita vera ha iniziato a girare il mondo per fare film. Due a Londra, uno a Barcellona, uno a Parigi e poi uno a Roma. In mezzo ancora qualcosa in America, con attori local di primo piano quali Emma Stone, Joaquin Phoenix e Kate Winslet. Poi, nel 2017, a seguito degli articoli di Ronan Farrow (l’uomo che ha pubblicato il primo grosso pezzo contro Harvey Weinstein, e anche uno dei figli di Mia Farrow e Woody Allen, che già dal cognome si capisce come sia schierato) è cominciato a cambiare definitivamente il vento.

Le accuse storiche che negli anni ’90 erano state archiviate dopo aver coinvolto avvocati e giudici, quelle di aver molestato la figlia Dylan Farrow, sono tornate a galla. Ronan ha guidato una battaglia per la sorella e contro il padre che ha trovato terreno fertile a Hollywood. E dopo l’uscita de La ruota delle meraviglie è partita la gara a chi prendeva le distanze da Allen. Kate Winslet (protagonista di quel film), Timothée Chalamet (che aveva appena finito di girare il successivo Un giorno di pioggia a New York), Greta Gerwig (con lui in To Rome with Love), Joaquin Phoenix (Irrational Man)… si sono tutti dichiarati pentiti di aver lavorato con lui. Amazon, che era diventato il suo produttore, l’ha scaricato e il film all’epoca in uscita è stato abbandonato. Fine.

Quest’anno, poi, il documentario Farrow v Allen, in cui la famiglia Farrow – da Dylan a tutti i fratelli, amici e conoscenti, fino ovviamente a Mia – riprende le fila di quelle accuse, ricostruisce e risponde alle difese di Woody Allen, riesumando avvocati che avevano gestito l’affare all’epoca e contestano le sentenze, ha messo l’ultima pietra. È un lavoro a senso unico con un intento molto chiaro, cambiare le coscienze, convincere tutti della colpevolezza di Woody Allen, e un risultato altrettanto facile da immaginare. Variety, nel recensirlo, sentenzia che la carriera americana di Woody Allen è finita. Lui, però, sembra pensarla diversamente.

Woody Allen si è fatto sentire molto poco in questi anni, non ama rispondere alle accuse e ritiene che le traversie legali dei ’90 siano una risposta sufficiente, anche nel suo libro autobiografico (che l’editore americano ha rifiutato di pubblicare) A proposito di niente, ne parla in fretta e senza troppa concentrazione. Continua però a girare. Mentre Un giorno di pioggia a New York usciva in tutto il mondo tranne che in America, incassando comunque 22 milioni (non poco), lui preparava Rifkin’s Festival, il film che esce adesso nelle sale italiane, prodotto con capitali spagnoli e italiani, e ambientato nella città di San Sebastian. La sua campana è che tutti i suoi film sono usciti in America (alla fine l’ha fatto anche Un giorno di pioggia a New York, ma con una distribuzione minuscola e marginale dagli incassi ridicoli) e che anche per questo è in trattative con un distributore americano. Sostanzialmente per lui sembra non esserci un problema.

Che ci siano “trattative”, però, fa capire quale sia la situazione. Woody Allen, nonostante le difficoltà avute dal 2005 in poi, era un’istituzione americana, ora deve trattare. La sua casa rimane Manhattan, è lì che vive, e sostiene di girare film nei posti in cui i suoi produttori vogliono farli, che siano loro a decidere. Se sono produttori francesi sarà in Francia (come il prossimo lavoro che si appresta a girare), se sono spagnoli sarà in Spagna. E se qualcuno gli produrrà un film americano, lo girerà in America. Svicola la questione rimettendo la palla a chi fornisce i capitali. Sa probabilmente anche lui che ci vorrebbe molto, molto tempo per un ritorno in America, cosa che non ha, perché parliamo di un regista di 87 anni.

Tuttavia, sarebbe sbagliato dare la colpa alle sole accuse. A differenza della fine della carriera di Kevin Spacey (la cui sentenza deve ancora essere pronunciata, però), in questo caso si parla di una figura da sempre esterna al sistema (non è mai andato alla serata degli Oscar, nemmeno quando veniva premiato), che aveva da tempo terminato di essere la macchina da soldi che Hollywood pretende ogni regista debba essere. È quindi la combinazione di un clima ostile all’interno dell’industria e dello scarso interesse commerciale dei suoi film a condannare Allen, come dice Variety, a un futuro professionale al di fuori dell’America, dove non solo un ritorno commerciale lo ha, ma anche le accuse non impediscono a nessuno di fare film. Se ne fa Roman Polanski (condannato e poi reo confesso di stupro)…

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