Oxygene è un distillato dei cambiamenti della fantascienza dei nostri anni

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Oxygene non è certo il film migliore possibile, anzi ha dei problemi verso il centro con tutti i suoi flashback, che si risolvono bene solo nel finale. Sicuramente però prende tutte le caratteristiche cruciali e le trasformazioni che la fantascienza ha attraversato negli ultimi 10 anni e li spoglia di ogni sovrastruttura per guardarli come sono, in purezza. Per arrivare a questo serve prima di tutto una trama elementare: una donna si risveglia per errore in una camera per il sonno criogenico, per effetto del sonno non ricorda niente, nemmeno chi è, e non può aprire la capsula grande quanto una bara. Ha il problema dell’ossigeno in calo, sufficiente giusto giusto per la durata di un film lungo il quale dialogando con l’intelligenza artificiale che gestisce la criogenesi deve capire chi è, perché stia lì e come fare a non morire.

Gli elementi cruciali della fantascienza contemporanea ci sono tutti: una lotta per sopravvivere combattuta con le armi della scienza e contro un caso avverso, l’interazione virtuosa e non conflittuale con la tecnologia e l’esplorazione delle incredibili potenzialità umane come fine ultimo. Oxygene li eleva a dettagli primari, e invece che costruire trame elaborate come fanno classici moderni tipo Sopravvissuto, Gravity e Interstellar, sfrutta la loro essenzialità. Insomma non c’è molto più di quello nel film e anzi è proprio quando Oxygene azzarda un passo più lungo della gamba con i flash del passato della protagonista che sembra andare fuoristrada. A regnare è la lotta contro il tempo, l’ossigeno che scende e le informazioni da raccogliere. Le informazioni e la conoscenza come strumento di salvezza al posto del classico ardore, coraggio e destrezza.

Il bello di Oxygene, oltre alla sua capacità di creare tensione e mettere in scena il cervello umano al lavoro, è soprattutto nell’interazione con MILO, l‘intelligenza artificiale che gestisce la capsula. MILO ha tutte le risposte che servirebbero e può fare tutto quel che potrebbe salvare la protagonista ma ci sono molte ragioni per le quali non rilascia i dati e non compie le azioni che servirebbero, alcune di queste sono che la protagonista non sa come chiederglielo, deve cioè imparare ad interagire con la macchina, a formulare bene le domande, ottenere credenziali di accesso maggiori o ancora trovare modi alternativi per ottenere quel che le serve. Ad esempio non ricordando chi è non può chiedere direttamente “Dimmi chi sono” ma semmai sfruttare il fatto che la macchina sia collegata alla rete e ai suoi dati biometrici e ottenere l’informazione che le serve chiedendo: “Fai un’analisi del dna su di me”. Una buona parte di Oxygene è un thriller per uscire dal quale serve saper usare bene un motore di ricerca.

A partire da una sceneggiatura della quasi esordiente Christie LeBlanc, molto del film si gioca su Melanie Laurent, protagonista unica del film assieme alla voce soavemente asettica dell’intelligenza artificiale (che in realtà appartiene al grandissimo Mathieu Amalric). Come già avveniva in Buried di Rodrigo Cortés in cui Ryan Reynolds si svegliava sepolto in una bara con solo un telefono e un accendino, l’attrice deve puntare tutto su toni, sfumature, crescente preoccupazione e gestire emozioni come rassegnazione, determinazione, disperazione e commozione in modi realistici. Non ci sono scorciatoie come stacchi di montaggio enfatici, supporto dei comprimari, grandi gesti e gestione degli spazi. Niente. Melanie Laurent deve fare tutto con il volto e pochi movimenti essenziali (sembra impossibile ma nella capsula ci saranno anche un paio di momenti di azione e lotta). Che l’impresa riesca è una medaglia che si deve appuntare l’attrice tanto quanto il regista che ha impostato un simile lavoro.

Sappiamo da tempo infatti che Alexandre Aja è uno dei pochissimi che oggi cerca in ogni modo di fare un cinema con aspirazioni bassissime, di vera serie B priva di qualsiasi secondo livello di lettura, ma di farlo bene, con una maestria non diversa da quella dei grandi del passato. Non sempre gli riesce ma fin dal suo esordio (Alta tensione, un film ancora oggi migliore della maggior parte di ciò che vediamo) ha dimostrato di avere una passione sconfinata per l’eccitazione, il godimento e lo shock in sala, senza lo squallido compiacimento di un Eli Roth e senza la cinefilia di Tarantino ma con l’ambizione di fare cinema che soddisfi il proprio pubblico di riferimento come pochi altri (il suo prossimo progetto si intitola Space Adventure Cobra, per dire…). Hollywood l’ha prelevato subito dalla Francia e l’ha portato in America dove ha alternato capolavori del pecoreccio ben realizzato (Piranha 3D) a film più stantii. Ora per la prima volta da Alta tensione torna ad un film in Francia.

Oxygene arriva dritto su Netflix, è la parte bassa del catalogo, quello che fa massa, ma in quella massa senza dubbio si distingue come uno dei film di fantascienza meno tronfi e boriosi, che dimostra come tutto quello che altrove viene gonfiato a gigantesca riflessione possa anche prendere la vita più immediata e semplice della tensione. La macchina del cinema spogliata di tutto, essenziale, basilare e spietata. Non potrà mai essere considerato un film perfetto con la sua trama e il suo intreccio un po’ scricchiolanti, ma quanta sana voglia di appassionare il pubblico! Che capacità di andare dritto al punto! Che conoscenza approfondita di cosa ci faccia saltare, cosa ci faccia star male, cosa ci faccia stare sulle spine!

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