La Cina sta testando sugli Uiguri i sistemi di videosorveglianza in grado di riconoscere le emozioni

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(Foto: Greg Baker/Getty Images)

Dopo le deportazioni nei “campi di rieducazione”, la popolazione degli Uiguri, una minoranza etnica della Cina residente nella regione autonoma dello Xinjiang, è stata sottoposta a nuovi meccanismi di controllo dalle autorità. Secondo quanto rivelato dalla Bbc, il governo di Pechino starebbe usando dei sistemi di videosorveglianza in grado di riconoscere lo stato emotivo delle persone, per poterne controllare le abitudini e attuare misure preventive di contenimento delle persone ritenute “pericolose”.

La Bbc ha raccolto la testimonianza di un ingegnere cinese che avrebbe contribuito a installare i nuovi sistemi di videosorveglianza, fornendo alcune prove fotografiche a sostegno delle sue affermazioni. Non sono stati pubblicati né il nome dell’ingegnere né quello dell’azienda per cui lavorava, per tutelare l’incolumità della persona. “Il governo cinese usa gli uiguri come cavie per varie esperimenti” ha dichiarato la fonte, che ha poi raccontato dell’installazione delle telecamere nelle stazioni di polizia dello Xinjiang, “molto simile a una macchina della verità, ma con una tecnologia molto più avanzata”.

Nelle prove presentate alla Bbc, il testimone ha mostrato come il sistema di intelligenza artificiale sia programmato a riconoscere anche i minimi cambiamenti delle espressioni facciali e nei pori della pelle. Il software creerebbe poi un grafico a torta che rappresenta nel segmento rosso uno stato mentale negativo o ansioso. Le persone su cui il sistema è stato testato sarebbero state bloccate con “vincoli metallici” ai polsi e alle caviglie nelle “sedie di contenimento”, spesso usate nelle stazioni di polizia cinesi, cosa che indurrebbe chiunque a precipitare in uno stato di nervosismo. Anche per questo l’ingegnere ha descritto il software come programmato al pregiudizio.

In Xinjiang abitano 12 milioni di persone di etnia uigura, sottoposte a una sorveglianza quotidiana pressante e rinchiuse in quelli che Pechino definisce “centri di rieducazione”, più volte denunciati dalla comunità internazionale e dai gruppi per i diritti umani. L’ambasciata cinese a Londra non ha rilasciato alcuna dichiarazione relativa all’uso di software per il controllo delle emozioni, ma ha assicurato che “i diritti politici, economici e sociali e la libertà di credo religioso di tutti i gruppi etnici dello Xinjiang sono pienamente garantiti”.

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