Awake, ci mancava il post apocalittico ambientato in un mondo senza sonno

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Proprio quando sembra che tutte le possibili combinazioni che danno il via ad uno scenario post-apocalittico siano state sfruttate arriva Awake. Stavolta l’apocalisse che subiamo è la privazione del sonno. Nessuno riesce più a dormire, la protagonista con un passato da militare con torture in Medio Oriente, lo capisce subito che mancano poche ore a che tutti impazziscano e pochi giorni a che tutti muoiano. Come in ogni apocalisse per modifica della biologia umana che si rispetti c’è una minuscola percentuale di persone che è immune e dorme come un pupo. Tra questi una bambina, figlia con cui la protagonista deve riconciliarsi, cercata dal governo che vuole studiarla, e in fretta, per trovare un rimedio.

Il setting, come sempre in questi casi, è affascinante. Gli esiti lo sono un po’ meno. Awake è l’ennesima variazione sulle solite direttrici. Le persone più ignoranti e deboli sconvolte dall’idea di una morte imminente, le autorità religiose locali che gestiscono i più invasati, i criminali a piede libero, la necessità di armarsi, i saccheggi, le poche buone persone e i militari a proteggere l’elite. Se la partenza è unica lo svolgimento è uguale a tutti gli altri. Solo verso la fine, quando le conseguenze della privazione di sonno diventano sempre più ineludibili, Awake acquista un po’ di personalità, una vena di follia umana tutta sua.

A muovere la storia è il solito motore, il più vecchio del mondo: salvare la propria famiglia. L’intenzione, marcatamente, è di seguire l’esempio di Last of Us. Gina Rodriguez (in un cambio radicale da Jane The Virgin) è la persona che deve scortare una bambina (e suo fratello) attraverso un’America diventata pericolosissima, che gli insegna a difendersi e costruire armi, con l’idea che forse le persone a cui dovrebbe consegnarla non hanno intenzioni limpide. Ma oltre all’impianto narrativo è proprio la dinamica del film ad essere ispirata al quelle di gioco di Last of Us. Più di una volta la protagonista si intrufola in un ambiente, si nasconde dalle persone che lo abitano, ascolta le loro conversazioni venendo così a conoscenza di dettagli cruciali per l’avanzamento (dov’è un certo oggetto, quale codice apre una certa porta) e si muove di riparo in riparo per continuare a non essere vista.

Sono sostanzialmente parti stealth, trattate come tali anche a livello di inquadrature (soggetto nascosto in primo piano, persone che ascolta in secondo) che il film affianca a quelle di azione più tradizionale e in grande stile, con le masse, la violenza, le corse e l’improvviso precipitare di tutto. Il manuale del mondo precipitato nell’apocalisse, solo che avviene tutto in un paio di giorni e con una follia indotta dalla mancanza di sonno. E proprio questo ad un certo punto svela i grandi limiti di Awake. Perché più il film avanza più tutti i coinvolti perdono il senno, non ragionano bene e dovrebbero, progressivamente, sembrare fuori di sé. Solo che per questo servirebbero bravi attori. Servirebbe qualcuno non solo dotato di così tante sfumature da far comprendere il lento scivolare nell’incapacità di intendere (che invece nel film accade più o meno di colpo) ma anche poi saper gestire quello stato senza sembrare un cattivo attore che recita la parte di un ubriaco.

Alla fine quello di Awake è un mondo folle, in cui nessuno dorme da 4 giorni e ogni decisione presa è frutto dell’incapacità di ragionare lucidamente, un presupposto da gestire con grande cura per le sue implicazioni narrative (possiamo fidarci della protagonista? Quello che ci stanno dicendo è giusto o frutto della follia incipiente), e uno da saper mettere in scena bene, altrimenti si sfocia nel ridicolo, cosa che il film costeggia in un paio di punti, senza dall’altra parte sfruttarne a pieno le implicazioni per raccontare davvero qualcosa di spiazzante e originale. Per fortuna alla fine il film trova una buona chiusa. Risolve le molte domande (perché solo alcuni riescono a dormire? Come faranno i protagonisti ad andare avanti?) con una grande metafora di rinascita riuscendo a lasciare un buon sapore in bocca e, cosa rara, nessun indizio nella storia riguardo possibili sfruttamenti ulteriori (che in caso di successo arriverebbero comunque).

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