Il ddl Zan non vieta alla Chiesa di fare la Chiesa (se questa era la paura del Vaticano)

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Milano pride 2018 (Claudio Furlan/LaPresse)
Milano pride 2018 (Claudio Furlan/LaPresse)

Si è appreso ieri che, il 17 giugno scorso, la Segreteria di Stato del Vaticano ha consegnato una “nota verbale” all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con la quale ha auspicato “una diversa modulazione del testo normativo” recato dal ddl Zan, approvato dalla Camera dei deputati il 4 novembre 2020 e oggi in discussione al Senato. Dunque, nel mezzo dell’iter parlamentare di approvazione di una legge da parte di uno Stato sovrano e a seguito di posizioni già ufficialmente adottate dalla Conferenza episcopale italiana contro il ddl Zan, il Vaticano ha optato per il livello diplomatico, impiegando un preciso strumento della diplomazia per rilevare che “alcuni contenuti” del ddl Zan, “particolarmente nella parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere”, “avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario”.

Richiamando le Sacre Scritture, la Tradizione ecclesiale e il Magistero autentico del Papa e dei Vescovi, la Segreteria vaticana ha dapprima osservato che la considerazione “a molteplici effetti” della “differenza sessuale” si inserisce in una “prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile, perché derivata dalla stessa Rivelazione divina”; ha, poi, rilevato che tale prospettiva è “garantita dall’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana di revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984” e, infine, ha richiamato “nello specifico” l’articolo 2, comma 1, di quell’Accordo, ove si afferma che “la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica” e l’articolo 2, comma 3, a mente del quale “è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Insomma: viene scritto nero su bianco – con inedita incursione di campo – che l’approvazione del ddl Zan violerebbe il Concordato Stato-Chiesa. Sicché, in caso di approvazione della proposta di legge da parte del Senato, potrebbe essere attivata la Commissione paritetica prevista dall’art. 14 dell’Accordo di revisione, che così recita: “Se in avvenire sorgessero difficoltà di interpretazione o di applicazione delle disposizioni precedenti, la Santa Sede e la Repubblica italiana affideranno la ricerca di un’amichevole soluzione ad una Commissione paritetica da loro nominata”.

A gamba tesa

L’iniziativa del Vaticano ha, naturalmente, occupato grande spazio nel dibattito pubblico, tornato a interrogarsi sulle ripetute, improprie ingerenze della Chiesa nella politica italiana e sulle conseguenze di un intervento così forte, volto a modificare un testo di legge in corso di esame parlamentare, senza considerare (o volendo dimenticare) che – nell’ottobre scorso – la Camera dei deputati aveva già respinto due questioni pregiudiziali di costituzionalità, costruite su argomenti sostanzialmente analoghi a quelli impiegati nella nota vaticana: la libertà di associazione e la libertà di educazione secondo precetti di ordine religioso.

Sul piano strettamente giuridico, allora, si tratta di leggere le norme del ddl Zan per verificare se le libertà garantite alla Chiesa dal Concordato siano compromesse. Francamente, dalla lettura del testo non si riesce a scorgere questo rischio; di contro, si arguisce immediatamente quella che è la reale misura dell’intervento vaticano.

Nessun limite alla missione pastorale

Nessuna norma di quel ddl, infatti, impedisce alla Chiesa cattolica di continuare a svolgere la sua missione pastorale, educativa e sociale o di esercitare, tra le altre, la libertà di organizzazione e del ministero spirituale. E invero, con precipuo riguardo alla istruzione e al primo comma dell’art. 2 dell’Accordo, basterà leggere l’art. 7 del ddl Zan per coglierne la ratio, del tutto coerente con i messaggi che anche il Presidente della Repubblica italiana si premura di diffondere il 17 maggio di ciascun anno: l’art. 7, infatti, riconosce quella data come Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobiaal fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei principi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione”, prevedendo l’organizzazione di “cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile” da parte delle scuole, “nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa e del patto educativo di corresponsabilità”.

È, allora, espressamente garantita e valorizzata l’autonomia scolastica, dal momento che tutte le attività relative alla Giornata del 17 maggio potranno e dovranno svolgersi con il coinvolgimento di studenti, studentesse, genitori e docenti.

Peraltro, considerata la necessità (che si apprende sui banchi dell’Università alle prime lezioni di qualsiasi insegnamento di Giurisprudenza) di leggere i testi normativi nel loro complesso, ci si avvede che la ratio esplicitata dall’art. 7 del ddl Zan risponda anche all’obbligo chiaramente assunto dalla Chiesa e dallo Stato italiano all’articolo 1 dell’Accordo di revisione del Concordato, ove si stabilisce che “la Repubblica italiana e la Santa Sede si impegnano alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e del bene del Paese”.

Il ruolo della scuola

La scuola è luogo di formazione della persona, di apprendimento e di tutela dei diritti fondamentali e di valorizzazione e di promozione delle identità: non solo luogo fisico, ma comunità di crescita e di quotidiana strutturazione della personalità, nel rispetto di tutte e tutti. Promuovere l’uguaglianza a scuola è promuovere il bene dell’uomo e il bene di un Paese che rifiuta, per legge e al pari di quanto accade in altri Stati europei, ogni forma di violenza o discriminazione. In questa prospettiva, l’intervento vaticano non può certo dirsi una forma di “collaborazione”. Anzi.

E, su questo piano, non si può nemmeno predicare una distinzione tra scuole private e pubbliche, esonerando tout court le prime dalla previsione dell’art. 7 del ddl Zan. Non solo perché, nelle concrete modalità di attuazione di quell’articolo, resterà sempre saldo il principio dell’autonomia scolastica (sicché ogni scuola individuerà le modalità reputate più opportune, dal momento che – tra l’altro – l’art. 1, comma 1, della l. 62/2000 continua a salvaguardare “la domanda formativa delle famiglie”), ma anche perché non è intellettualmente onesto, né giuridicamente accettabile, che alle scuole “non paritarie” o “paritarie” (queste ultime, svolgendo servizio pubblico ed essendo inserite nel sistema nazionale di istruzione) sia consentito di respingere a priori la promozione di valori costituzionali fondanti e fondativi, indicati all’art. 7.

Libero pensiero e libere manifestazioni

Quanto, poi, al comma 3 dell’art. 2 dell’Accordo di revisione del Concordato e alla libertà dei fedeli di riunirsi e di manifestare il proprio pensiero, va ribadito che, con il ddl Zan, resta (ovviamente) preservata quella libertà, al fine di diffondere valori cattolici senza, però (e altrettanto ovviamente), che si possa incitare alla discriminazione o alla violenza: del resto, e per modo d’esempio, altro è la riunione di fedeli che riconoscano il matrimonio solo in quanto costituito tra un uomo e una donna, altro è la riunione delle medesime persone che per scopo abbiano quello di istigare alla marginalizzazione e alla discriminazione di famiglie formate da persone dello stesso sesso, ledendone così la piena dignità sociale e costituzionale.
E d’altra parte, come ci ha insegnato da tempo anche la Suprema Corte di Cassazione, “il principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, di cui all’art. 21 Cost., non ha valore assoluto, ma deve essere coordinato con altri valori costituzionali di pari rango. In particolare, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero incontra il limite derivante dall’art. 3 Cost. che consacra solennemente la pari dignità e la eguaglianza di tutte le persone” (v. Cass., Sez. III, n. 37581/2008; nonché Cass., Sez. V, n. 31655/2001).

Come se non bastasse, l’art. 4 del ddl Zan precisa che “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Beh, non si vuol dubitare, neppure per un attimo, che la Chiesa – vedendo garantita dal Concordato ai propri fedeli e alle loro associazioni “la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” – non abbia sempre inteso questa libertà come massimamente riluttante rispetto a condotte, appunto, “idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

L’attacco del Vaticano

Nell’attacco del Vaticano, allora, e in linea con un dibattito pubblico reso troppo spesso opaco tramite ricostruzioni fantasiose in merito a presunti indottrinamenti “gender” derivanti dal ddl Zan, ci si dimentica che, già oggi, l’art. 604-bis del codice penale pone proprio la discriminazione a fondamento dei reati commessi per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Non si vede, insomma, perché le attuali norme penali sulla discriminazione e sulla violenza non possano essere estese anche a quella fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere della vittima, dal momento che, anche in tal caso, la discriminazione è lesiva della dignità dell’essere umano, essendo l’orientamento sessuale e l’identità di genere una componente della identità personale, costituzionalmente tutelata. Ce lo ha detto a chiare lettere la Corte costituzionale, sin dalla sentenza 221/2015, ed è bene ricordarne le parole: “L’identità di genere è elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona”.

E, allora, non si può che registrare un dato: il reale motivo dell’intervento del Vaticano sta nella volontà di riaffermazione della “prospettiva antropologica della differenza sessuale”, obliterando le dimensioni più intime della personalità, che sono già tutelate e valorizzate costituzionalmente a prescindere dalle singole, eventuali professioni di fede.

Ed è questo un crinale molto pericoloso, perché nell’iter di approvazione di una legge va a urtare frontalmente con la laicità dello stato, “principio supremo” dell’ordinamento costituzionale: da un lato, l’art. 7 della Costituzione recita “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, impedendo interventi diplomatici su leggi in itinere; dall’altro lato, il pluralismo garantito da quel principio è, oltre che confessionale, “culturale” (così la Corte costituzionale, nella sentenza n. 203/1989); infine, la violazione del Concordato non può essere invocata prim’ancora dell’approvazione del ddl e a prescindere da concreti episodi, eventualmente capaci di conferire legittimazione ad agire, dinanzi alle sedi competenti, a soggetti titolari di specifici interessi protetti dalle norme concordatarie.

La “prospettiva antropologica” della “differenza sessuale” richiamata nella nota vaticana, indisponibile perché “derivata dalla Rivelazione divina”, non può – in quanto tale e proprio perché tale – consentire di invocare il Concordato al fine di avanzare la candidatura a imporsi a tutta la società civile di un altro Stato sovrano, alterando i meccanismi di formazione politica e il principio della separazione degli ordini.
Quella prospettiva, va detto con rigore, può continuare a essere predicata dalla Chiesa nel suo ordine, ma non può giungere a mortificare soggettività, corpi, dimensioni dell’esperienza umana, che sono tutelate e – anzi – promosse dal principio personalista che informa ogni singolo articolo della nostra Costituzione. Siamo tutte e tutti parte di una comunità plurale e pluralista, che accoglie e non rifiuta, che registra esperienze e non ripudia identità.
Lo Stato deve fare la sua parte, nel suo ordine, “per il bene dell’uomo e del Paese”.

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