I veri obiettivi di Musk, Branson e Bezos dietro la nuova corsa allo spazio

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Da sinistra: Richard Branson, Elon Musk e Jeff Bezos (foto da Virgin Galactic, SpaceX e Blue Origin)
Da sinistra: Richard Branson, Elon Musk e Jeff Bezos (foto da Virgin Galactic, SpaceX e Blue Origin)

Uno vuole portarci tutti a spasso nello spazio. L’altro direttamente su Marte. Il terzo punta a salvare la Terra trasportando l’umanità appena oltre la sua atmosfera, lì dove l’industria pesante diverrebbe leggera così come il suo impatto sugli equilibri del pianeta, sempre più precari. Tutti e tre, cioè, rispettivamente, Richard Branson, Elon Musk e Jeff Bezos, stanno avendo un impatto senza precedenti sul settore spaziale, da oltre mezzo secolo blindato e uguale a se stesso, appannaggio esclusivo di governi e gruppi industriali giganteschi. Almeno fino all’arrivo della billionaires space race, come la si chiama considerando i conti correnti dei suoi tre protagonisti più noti.

Grazie a loro, il paradigma spaziale originario, durante la Guerra fredda completamente pubblico, orientato al raggiungimento dei obiettivi strategico-militari e caratterizzato da un’evoluzione tecnologica lenta e guidata dall’alto, è stato stravolto. Oggi sono i privati stimolare lo sviluppo, il processo di innovazione parte dal basso e l’attività spaziale, “democratizzata”, viene svolta anche se non soprattutto a fini di profitto. Eppure, sebbene le ambizioni extraterrestri siano comuni, gli approcci, i mezzi e, come visto, gli obiettivi della trimurti spazio-miliardaria divergono. Non è questione di forma, ma di come potrebbe essere scritto il futuro dell’umanità tutta. Alla luce dei recenti voli extra-atmosferici di Branson e Bezos, sarebbe dunque il caso di riflettere sulle storie e le prospettive dei tre. Facciamolo partendo dagli inizi.

Elon Musk
(foto: Bronte Wittpenn/Bloomberg via Getty Images)

Elon Musk: mouse on Mars

Tutto comincia con i topi. I sistemi di lancio riutilizzabili, le mega costellazioni satellitari e i contratti con la Nasa arrivano dopo. Anche la destinazione ultima, Marte, e la compagnia con cui promette di andarci, SpaceX, gli balzano nella mente in un secondo momento. Ma all’inizio, per Elon Musk, l’uomo che più di ogni altro oggi rappresenta il passaggio alla new space economy, l’avventura spaziale parte con i topi.

È il 28 giugno del 2001 quando Musk subisce quello che per lui è un colpo durissimo: compie 30 anni. Quel giorno a Justin Wilson, scrittrice e sua prima moglie, confida di non sentirsi più “un bambino prodigio”. Scherza solo a metà: lo stesso mese, infatti, X.com, il progetto di online banking da lui fondato nel marzo di due anni prima, diventa ufficialmente PayPal, ricordandogli che l’azienda gli è stata strappata di mano. Era successa la stessa cosa già ai tempi della sua prima impresa, la Global Link, diventata Zip2 nel 1996 per l’investimento (di tre milioni di dollari) da parte della Mohr Davidow Ventures, che di fatto aveva scalzato Musk dal ruolo di amministratore delegato.

Al suo trentesimo compleanno sono questi i pensieri di Musk: la vita delle startup – “come mangiare vetro e scrutare nell’abisso” – comincia ad andargli stretta, così come la Silicon Valley, dove gli imprenditori non fanno che parlare di acquisizioni e guadagni. Appena dopo l’estromissione da PayPal, il ragazzo venuto da Pretoria, in Sudafrica, torna a riflettere sulla sua vocazione: è convinto che l’obiettivo di un imprenditore debba andare al di là dei fatturati. Lui, almeno, si sente destinato a qualcosa “che duri nel tempo”, qualcosa di diverso da un servizio internet. Qualcosa di più alto, letteralmente. Come lo spazio, quello che da bambino solcava fantasticando di razzi e astronavi e quello cui aveva dedicato il primo videogioco che, dodicenne, aveva scritto: Blastar.

Per un trentenne con un patrimonio personale di oltre 200 milioni di dollari e la mentalità di Musk, un sogno equivale all’azione. In pochi mesi si trasferisce a Los Angeles, patria dell’aerospaziale americano e arena dei protagonisti del settore, da Lockheed Martin a Boeing fino alla Nasa. Per farsi notare, fa un paio di donazioni alla Mars Society, un gruppo che promuove l’esplorazione e la colonizzazione del Pianeta rosso. All’inizio dà alla fondazione 5mila dollari, poi ne aggiunge 100mila, per finanziare la costruzione di un centro di ricerca nel deserto. A quel punto alza la posta: sa che la Mars Society vorrebbe spedire in orbita un gruppo di topi a scopo dimostrativo. Lui, i topi, decide di spedirli direttamente su Marte.

Le battute sul formaggio spaziale che cominciano a girare sul suo conto non lo toccano. Per Musk l’esplorazione del cosmo diventa non solo una prospettiva più seria giorno dopo giorno, appare come un compito della nostra specie, cui sarebbe irresponsabile venire meno. Quando scopre che la Nasa non ha un piano per raggiungere il Pianeta rosso, si convince di essere destinato a portarvi l’umanità. Serve un’idea clamorosa per stupire l’opinione pubblica, un gesto che spinga tutti a pensare di nuovo a Marte e a riflettere sul reale potenziale dell’umanità.

Il sogno di portare per primo dei roditori su un suolo extraterrestre si evolve nel progetto Mars Oasis: con un razzo acquistato dai russi (gli unici ad averne alla portata di un ristretto budget privato), Musk e il suo nuovo team puntano a lanciare un laboratorio “vivente”, una camera di crescita fitologica in cui coltivare piante sulla superficie marziana. Quando dopo snervanti appuntamenti con la Npo Lavochkin, un’azienda che aveva già costruito sonde destinate a Marte e Venere per l’agenzia russa Roscosmos, Musk si rende conto che i suoi propositi non sono presi sul serio, decide di stravolgere il settore. Capisce che senza una vera concorrenza le industrie aerospaziali costruiscono prodotti dai costi non necessariamente proporzionali alla funzionalità. Ogni lancio viene eseguito con una Ferrari, anche quando sarebbe bastata un’utilitaria.

Musk pensa diversamente: applica alla space economy l’approccio al rischio e allo sviluppo dei programmi tipico della Silicon Valley, aggiungendoci gli straordinari progressi nella capacità di calcolo dei computer e l’avanguardia nella scienza dei materiali. Il suo approccio, presto noto come “spazio reattivo”, scardina un modello industriale fermi agli anni Sessanta. Una cosa impensabile per Musk, anzi un peccato originale, capace di bloccare lo sviluppo di un settore, e forse di tutta l’umanità, per quasi cinquant’anni.

Nel giugno del 2002, in un magazzino in affitto al 1310 di East Grand Evenue a El Segundo, sobborgo di Los Angeles, Musk dà vita alla Space Exploration Techologies, per il mondo intero SpaceX.

Nelle intenzioni del suo fondatore, SpaceX dovrà evitare gli sprechi degli appaltatori governativi. Chiama il suo primo razzo Falcon1, in omaggio alla celebre astronave di Han Solo in Star Wars. Il piano è di portare in orbita entro la fine dell’anno successivo un carico di 635 chilogrammi a un prezzo di 6,9 milioni di dollari, in un mercato in cui lanciare 250 chili costa almeno 30 milioni.

Quello che al momento di fare queste promesse Musk ancora non sa, è che nello spazio nessun obiettivo è facile da raggiungere. E l’ingenuità di Musk è chiara ancora nel 2004, quando SpaceX non riesce a spedire in orbita alcunché, altro che topi su Marte. Un’ingenuità palese anche al commensale con cui, al Dahlia Lounge, un ristorante di Seattle oggi chiuso, Musk sta parlando dei suoi piani extra-terrestri: Jeff Bezos.

(foto di ABACAPRESS.COM/Ipa)

Jeff Bezos: da un cielo di ottobre a Gundam

Mentre siedono a un tavolo del Dahlia, la Blue Origin di Bezos ha già cinque anni di vita. Il fondatore di Amazon l’ha fondata nel 1999, dopo aver visto, con lo scrittore Neal Stephenson, Cielo d’ottobre, la trasposizione cinematografica dell’autobiografia di Homer Hickam jr., figlio di un minatore di carbone diventato, alla Nasa, un ingegnere specializzato nei sistemi di propulsione dello Space Shuttle.

Come al solito l’ispirazione di Bezos è fulminante: su consiglio di Stephenson, immediatamente integrato nell’azienda, fonda una compagnia spaziale cui dedica un sabato pomeriggio al mese e 70 persone. Quasi un hobby, a cui però è probabile Bezos affidi i suoi sogni segreti di ragazzino, che al liceo, sul giornalino della scuola, aveva scritto: “La Terra è limitata, e se l’economia e la popolazione mondiali continueranno a espandersi, lo spazio sarà l’unica via da seguire”. Lo si tenga a mente, visto che se l’economia mondiale ha continuato a espandersi da allora, in buona parte lo si deve proprio a lui.

Mentre parla con Musk, che fa di tutto per spiegargli quanti i motori che SpaceX sta testando in Texas siano prodigiosi, Bezos fa orecchi da mercante: in fondo quell’altro, parole a parte, non ha risultati significativi da aggiungere. E per di più il motto di Blue Origin, gradatim ferociter, sembra l’antitesi dell’approccio quasi sguaiato di SpaceX: Testa bassa. Procedi sulla linea, un motto che cristallizza la disponibilità al fallimento di Musk se funzionale all’evoluzione.

Per Bezos lo spazio va raggiunto un passo alla volta e poi conquistato, esattamente come ha fatto della Terra con Amazon. Lui, a Marte e mete simili, non pensa nemmeno. Il suo nume tutelare è un altro,e lo dirà chiaramente durante un celebre speech del 2019, culminato nella presentazione del lander lunare Blue Moon. Per Bezos la linea da seguire oltre l’atmosfera è quella indicata dal fisico Gerard K. O’Neill.

Celebre soprattutto per il suo Colonie umane nello spazio, un libro scritto nel 1977 mentre lavorava con la Nasa alla selezione di alcuni habitat extraterrestri, O’Neill era contrario all’idea di un insediamento umano su un qualsiasi pianeta diverso dalla Terra. Era convinto che sforzi del genere avrebbero, nel migliore dei casi, consentito un raddoppio sostenibile della popolazione umana (uno dei problemi più discussi alla fine degli anni Settanta).

Ben diversi sarebbero stati i benefici collettivi offerti da un sistema di colonie spaziali orbitanti, dove la gravità artificiale, prodotta con la rotazione, avrebbe reso possibile la costruzione di città a misura d’uomo, parchi, cinema, piscine e ristoranti, complessi abitativi capaci di ospitare miliardi di esseri umani. Suggestioni, quelle di O’Neill, ripescate nel 2019 da Bezos, che più di trenta anni fa ispirarono anche il regista giapponese Yoshiyuki Tomino nella creazione del cartone culto Gundam.

Detto altrimenti, già in quella cena del 2004, lo scopo spaziale di Bezos è diverso da quello di Musk: vuole portare nello spazio l’umanità per salvare il pianeta. Sì, come Gundam. Che l’obiettivo preveda anche la delocalizzazione in orbita dell’industria pesante e vantaggi economici enormi per chi, per esempio, potrebbe costruire aerei, navi o anche solo un armadio, senza peso e senza inquinare la Terra, è argomento che tratteremo a breve. Perché per i 15 anni successivi a quella cena del 2004, sebbene scettico sui suoi metodi, Bezos deve ammettere che è Musk ad averci visto giusto.

La Crew Dragon di SpaceX poco prima di attraccare alla Stazione spaziale internazionale (foto: SpaceX/Nasa)

Sempre più veloci verso le stelle

Sono passati quattro anni dalla cena a Seattle ed è il 28 settembre 2008. Per citare Han Solo, il viaggio di Musk e SpaceX potrebbe essere cortissimo, visto che i fondi sono agli sgoccioli. I tre lanci fallimentari affrontati fin lì obbligano il Falcon1 a portarsi addosso, stavolta, 163 chili di zavorra invece di un vero carico pagante.

Le prima urla di gioia nella sede di SpaceX, nel frattempo trasferitasi a Hawthorne in California, si alzano appena il Falcon si stacca dalla rampa. Sono invece fischi di entusiasmo quelli che si sentono in webcast quando a 90 secondi dal lancio il secondo stadio del razzo, spinto dal motore Kestrel, si separa con successo. Dopo nove minuti di volo, il Falcon1 raggiunge l’orbita prevista diventando la prima macchina costruita da un privato a riuscirci. Ci sono voluti sei anni – quattro e mezzo più di quanto promesso da Musk – e 500 persone per inaugurare un capitolo nuovo della storia e dell’economia spaziale.

E che capitolo: il 25 maggio 2012 SpaceX manda la sua prima capsula sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), nel 2016 lancia il primo razzo da una piattaforma in mezzo all’oceano, nel marzo del 2017 fa partire, e tornare a terra, il primo stadio riutilizzabile di un lanciatore, nel 2018 è il turno del Falcon Heavy e nel 2020, a quasi dieci anni dall’ultima volta per gli Stati Uniti, spedisce due americani sulla Iss facendoli decollare da Cape Canaveral. Nel mentre, con un ritmo di lanci che nemmeno la Nasa negli anni Sessanta, la compagnia di Musk va costruendo la mega-costellazione artificiale Starlink, roba da 12mila elementi orbitanti una volta a regime e che già oggi alimenta il mercato dell’high frequency trading bancario, altro che “internet per tutti”. Sono obbiettivi e attività che hanno portato i dipendenti di SpaceX  dai 500 del 2008 ai 9.500 attuali.

Non è un caso che Bezos, memore dei consigli ignorati nel 2004, abbia cambiato marcia. Nel 2017 decide di finanziare Blue Origin con un miliardo di dollari l’anno. E oggi, lasciata l’amministrazione di Amazon e mentre a Blue Origin lavorano 3.500 persone in alcuni casi, si dice, “rubati” a SpaceX a forza di stipendi raddoppiati, è probabile pensare che l’impresa spaziale raccoglierà tutti i suoi sforzi.

Non tanto e non solo per il business inaugurato con il lancio del 20 luglio, un affare che Bezos ha garantito pare abbia già assicurato alle casse di Blue Origin 100 milioni di dollari. Piuttosto per quell’idea di salvare il mondo (e accedere a una ricchezza stellare) trasportando in orbita industria, commercio e umanità del futuro. Una prospettiva ben più ampia di quella del terzo space-billionaire del momento, Richard Branson.

Gli astronauti con Richard Branson salgono a bordo di Vss Unity di Virgin Galactic (Youtube - diretta Virgin Galactic)
Gli astronauti con Richard Branson salgono a bordo di Vss Unity di Virgin Galactic (Youtube – diretta Virgin Galactic)

Branson: chiudere il cerchio e aprire l’orizzonte

Branson è stato il primo, lo scorso 11 luglio, a saltare la staccionata termosferica cavalcando un mezzo proprio, lo spazioplano SpaceShipTwo Vss Unity. Ci sono voluti più di 15 anni (e un incidente tragico, nel 2014) per realizzare quello che, al momento di fondare Virgin Galactic nel 2004, Branson aveva dichiarato fattibile in tre: “Aprire lo spazio a tutti”. Sempre che con quei “tutti” oggi si intendano persone pronte a spendere 200mila dollari – all’inizio 250mila – per sedersi a bordo di un mezzo suborbitale e galleggiare in microgravità per cinque, sei minuti al massimo.

Il fatto è che considerare il turismo spaziale solo come un vezzo per miliardari con pruriti extraterrestri – cosa che, de facto, oggi è – rischia di nasconderne i benefici ben più utili a tutti: lo spazio sarà la prossima frontiera dell’economia non solo e non tanto perché prima o poi, come promettono Musk, Bezos e Branson, saranno in tanti a potersi concedere una gita extra-atmosferica. Lo spazio sarà il futuro economico della Terra perché, anche grazie al turismo, le orbite attorno al nostro pianeta potranno essere sfruttate a scopi commerciali, permetteranno lo sfruttamento di risorse extra-atmosferiche, l’addestramento di astronauti professionisti, riconfigureranno l’aviazione civile e il nostro modo di muoverci sulla Terra, o – Gundam e Bezos docet – delocalizzeranno le filiere industriali.

Le dinamiche di volo e i mezzi (riutilizzabili) sfruttati dagli space billionaires promettono di testare scienza e tecnologia di laboratori e università che fino a ieri non potevano permettersi la trafila, lunga e quindi costosa, per avere un proprio esperimento sulla Stazione spaziale internazionale. Anche per questo, sebbene uno punti a renderci tutti pellegrini extra-atmosferici, l’altro a portare l’umanità oltre l’atmosfera e l’ultimo fin su Marte, la billionaire space race è un affare che ci riguarda tutti.

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