Black Cinderella è la serie teen sulla società ossessionata dalla bellezza

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Black Cinderella, teen drama giapponese in otto episodi, gratis su Rakuten Viki, è all’apparenza un inoffensivo manga in versione live-action su una timida liceale che sogna di partecipare al concorso di bellezza del suo istituto. Oltre la superficie, però, la narrazione offre una riflessione sorprendentemente lucida e moderna sul legame che un unisce aspetto fisico e autostima, affermazione identitaria e approvazione sociale. La protagonista, Manaha Kamiya, da bambina viene persa di vista dai genitori durante la gara del più bello della scuola; avvistata in lacrime dalla reginetta appena incoronata, è accolta sul palco dall’affascinante fanciulla e da quel momento Manaha desidera emulare la salvatrice, nonostante non sia dotata di una bellezza folgorante. Trova comunque il coraggio di partecipare, per rimanere purtroppo vittima di un incidente che la sfigura e diventare eroina di un romanzo di formazione doloroso, che la vede oggetto di scherno a causa della vistosa cicatrice che le attraversa una guancia.

Come anticipato, Black Cinderella è, a una visione sbrigativa, una commedia romantica per adolescenti incentrata sull’immancabile protagonista socievole e ottimista – in Giappone questo stereotipo tipico dei manga è denominato “deredere” – che declina, dopo l’incidente, in “dandere”, ovvero figura silenziosa e introversa. I compagni di classe credono che Manaha sia stata punita dal fato per avere osato trasgredire la rigida gerarchia scolastica cimentandosi, al pari di compagne più belle, ricche ed estroverse come la popolare Yuri, in una manifestazione che l’avrebbe vista emergere. La teenager ne esce psicologicamente distrutta.

La regia non dà allo spettatore la possibilità di ascoltarne i pensieri più intimi, ma al contempo non liquida mai l’iter psicologico della protagonista in modo semplicistico. Manaha regala alla società un’immagine mite e arrendevole di sé, la fanciulla derisa in docile accettazione della sua condizione di “mostro che cerca di farsi benvolere con la gentilezza e la grazia, quasi a scusarsi per l’aspetto ripugnante. In realtà, l’insicurezza e la mancanza di autostima della giovane soffocano una personalità combattiva (come quella della mamma manager).

Keigo Tachibana, lo studente più bello e sicuro, sembra conoscerla meglio di quanto Manaha conosca se stessa, e la sprona a far uscire la parte più ribelle del carattere; Sora Shimamura, il nuovo arrivato taciturno, outsider ma popolare, la protegge senza farsi notare. Sono il “deredere” e il “kuudere” (il tipo figo e di poche parole) del caso, almeno a prima vista. Uno di loro tradisce la rigida classificazione degli stereotipi nipponici per ispirare un’argomentazione – quantomai contemporanea in Giappone, Cina e Corea del Sud – circa la presunta superiorità sociale del bello, veicolata dai social e dai media in generale. La necessità di rispondere a un ideale estetico sottende alla concezione mal riposta della società di molti paesi asiatici che essere belli sia sinonimo di vincenti, un concetto sempre diffuso anche in Occidente ma con toni meno perentori. L’età dei giovani che ricorrono a interventi di chirurgia plastica massiccia è scesa sotto la soglia minima grazie al supporto dei genitori e questo trend promette di migrare verso Occidente come un’inquietante moda.

I quattro protagonisti di Black Cinderella – va inclusa anche Yuri, la reginetta (“himedere”) del liceo ricca, bella e famosa, ma frustrata dall’anaffettività della madre e gelosa della grazia interiore di Manaha – sono i portavoce di altrettanti punti di vista sull’argomento. Yuri è la classista del gruppo, colei che crede che gli emergenti della società siano tali per un diritto aristocratico innato: sono – e devono – essere nati belli e ricchi. Sora, il più maturo ed equilibrato, milita all’estremo opposto: liquida la questione come semplicemente irrilevante. Manaha soffre inizialmente del fatto di essere mediocre e invisibile, ma anela l’anonimato quando gli altri la giudicano per il suo volto; questo fino a quando non si rende conto di possedere un fascino che trascende l’aspetto esteriore. Keigo, apparentemente la personalità più vacua e inconsistente del gruppetto, è figura complessa, rappresentante di una posizione che giustifica il ricorso al bisturi per suturare le ferite dell’anima.

Black Cinderella non lascia completamente il giudizio allo spettatore, ma non prende nemmeno posizioni drastiche: professa, piuttosto, un punto di vista moderato e contemporaneo che si adatta realisticamente alle circostanze. Nel mondo di oggi è impossibile per i giovani elevarsi al di sopra della pretese sociali, però è ancor più ridicolo proclamare la superiorità della bellezza naturale rispetto a quella ottenuta artificialmente. È altrettanto sbagliato stigmatizzare chi modifica il proprio corpo e volto come Keigo, sottratto al bullismo e al suicidio dal chirurgo plastico che gli ha donato la pace e il coraggio necessari a farne una persona equilibrata, tollerante e altruista.

Forse troppo ottimisticamente, Black Cinderella ipotizza che gli interventi di miglioramento fisico non siano solo il palliativo di una malattia mentale che si manifesta con la dismorfia e degenera nel ricorso ossessivo al bisturi. Magari, più sottilmente, i suoi creatori confidano in un valore pedagogico: che Keigo e Manaha insegnino al malleabile pubblico adolescente un sano approccio al concetto di bellezza.

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