Ascesa e caduta della startup che prometteva di rivoluzionare i test sanitari

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Elizabeth Holmes, fondatrice ed ex ad della startup Theranos (Yichuan Cao/NurPhoto/Getty Images)
Elizabeth Holmes, fondatrice ed ex ad della startup Theranos (Yichuan Cao/NurPhoto/Getty Images)

Dieci anni senza mai arrivare al “go to market”. Ora la parabola di Theranos, startup nata nel 2003, capace di raccogliere 700 milioni di dollari di investimenti e raggiungere una valutazione di 9 miliardi, rischia di terminare nel peggiore dei modi, con il processo per frode che si apre oggi, 31 agosto a San Jose, in California. Dopo quattro anni e una maternità, la fondatrice Elizabeth Holmes, che si dichiara innocente, si trova alla sbarra: rischia vent’anni di carcere.

Fino all’ultima goccia di sangue

Crasi tra le parole “therapy” e “diagnosis”, l’azienda fondata dalla oggi trentasettenne Holmes prometteva di eseguire test diagnostici ovunque – supermercati, farmacie, centri commerciali – con una sola goccia di sangue e senza bisogno di aghi grazie a un macchinario innovativo e di dimensioni ridotte. Bastava una sola goccia di sangue per ottenere i risultati, dal cancro all’Hiv.  La rivoluzionaria tecnologia aveva proiettato l’imprenditrice statunitense, occhi chiari sempre spalancati e voce profonda (su cui aleggia qualche dubbio fosse una posa), nell’Olimpo dei miliardari non ancora trentenni, al pari del patron di Facebook Mark Zuckerberg e pochi altri.

Ma sin da subito i problemi ingegneristici si sono rivelati in gran parte inaffrontabili per lo staff, che lavorava rinchiuso in un gigantesco e inaccessibile quartier generale a Palo Alto, con complicatissime procedure di sicurezza a garantire la privacy e bodyguard con spalle larghe e orecchino d’ordinanza piazzati difendere gli ingressi.

Dietro le vetrate dall’apparenza amichevole di una sede faraonica in pieno stile Silicon Valley pare che aleggiasse il terrore, distillato in dosi da cavallo dalla Holmes stessa e dall’ex compagno Ramesh “Sunny” Balwani, vent’anni di più. Balwani, ex startupper di successo con una exit milionaria già alle spalle, era stato ingaggiato nel 2009 per essere a capo delle operazioni e, in seguito, presidente.

La cultura aziendale imposta dalla coppia era semplice, hanno raccontato ex dipendenti: chi dissentiva o si poneva dubbi di carattere etico – legittimi, trattandosi di salute – veniva ridotto al silenzio. I dipartimenti non potevano comunicare tra loro, le mail erano controllate e persino le conversazioni tra colleghi erano malviste. I licenziamenti, ovviamente, erano all’ordine del giorno.

I primi dubbi

Nei primi anni 2000 Holmes era una celebrità che passava dalla radio alle televisioni alle copertine dei giornali. Di presentazione in presentazione, la sua allure conquistava investitori di primo piano, che si accontentano di brevi pitch e qualche slide prima di firmare sostanziosi assegni sulla base del passaparola e dell’hype. I primi capitali arrivarono da contatti familiari. Seguirono il fondatore di Oracle Larry Ellison e grandi della finanza internazionale come la famiglia Walton di Walmart (150 milioni), Rupert Murdoch (125), il miliardario messicano Carlos Slim, l’italiano John Elkann. C’era anche la politica: ebbero un ruolo personaggi estremamente noti come Henry Kissinger e l’ex segretario di Stato dell’amministrazione Reagan George Schultz, uno tra i principali attori della distensione.

Holmes aveva creato una scatola perfetta, ma il contenitore era vuoto. Il disastro è venuto alla luce grazie a due ex dipendenti che raccontarono quanto avevano visto e all’inchiesta del giornalista John Carreyrou, ai tempi al Wall Street Journal. Testata allora controllata da Rupert Murdoch. L’editore, nonostante le pressioni ricevute, scelse di non intervenire: perse molto denaro, ma preservò l’integrità del quotidiano. Il castello sarebbe crollato di lì a poco: Carreyrou scoprì che i test venivano effettuati con normalissimi macchinari diluendo la goccia di sangue prelevata. I pochi in cui veniva utilizzato il sistema Theranos erano inaffidabili.

La strategia difensiva

Nel 2018 Holmes ha trovato un accordo con la Sec (l’autorità statunitense che controlla i mercati) e ha chiuso la società. Ma oggi si apre il processo per frode contro pubblico e investitori, da cui sono già stati esclusi oltre duecento giurati per incompatibilità. Ci saranno procedimenti separati per la fondatrice e Balwani, una decisione che consentire alla ex coppia di accusarsi a vicenda senza mai arrivare a un confronto.

La strategia difensiva di Holmes potrebbe essere quella di presentarsi semplicemente come il volto pubblico dell’azienda, la cui gestione sarebbe stata lasciata a Balwani. Non solo: “Sunny” sarebbe stato un partner violento, e la relazione, in alcune dichiarazioni preliminari, è stata definita come caratterizzata da un “pattern abusivo e di controllo coercitivo”.  Entrambi si dichiarano non colpevoli.

Il sistema startup sotto processo

In caso di condanna, Holmes potrebbe essere una delle poche a pagare in un ambiente, quello della Silicon Valley, in cui pochi si sono chiesti come una diciannovenne con pochi corsi di biologia alle spalle avesse potuto mettere in piedi una startup biomedicale dal valore miliardario. Comunque vada, nota il New York Times, una conseguenza c’è già: alle giovani imprenditrici del settore oggi viene spesso chiesto se conoscono la storia di Theranos. Anche se con la parabola di Holmes non c’entrano nulla.

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