The Power of the Dog: il western evocativo di Jane Campion

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In barba a chi pensa – erroneamente – che i film girati da cineaste (donne) debbano essere pellicole sentimentali o sentimentaliste, melò intimisti incentrati sulle avventure emotive dei suoi protagonisti, Jane Campion firma un elegantissimo western in piena regola. Azzarda oltre, firma un perfido revenge movie offrendo addirittura uno spoiler in pasto al suo spettatore prima ancora dell’inizio della storia. Una voce si chiede e ci chiede: “Che uomo sarei se non avessi salvato mia madre?”. Parte da qui un film suggestivo, epico a suo modo, suddiviso in capitoli (alla The Hateful Eight di Tarantino, per intenderci) e affidato per la gran parte al carisma attoriale di un vero fuoriclasse: Benedict Cumberbatch.

Ritroviamo il fu Doctor Strange e Sherlock Holmes in un’inedita versione cowboy, rude, lercio, fisicato, con il cappello a falde larghe e l’immancabile sigaretta tra le labbra. Suona il banjo, concia pelli, castra bestie con le mani, fa il bullo e si ubriaca con gli amici del ranch. Non convince subito, non è di quelle performance a cui credi sin dalla prima scena: colpa di Matthew McConaughey, viene in mente a più riprese che sarebbe stato perfetto per questo ruolo, magari più credibile. Invece a poco a poco Cumberbatch conquista, canticchia, fischietta, strimpella, batte i tacchi dei suoi stivali sulle travi di legno delle locande, calpesta la terra con andatura pesante come il suo animo, e alla fine ci convince che Phil, il cowboy senza macchia e senza paura con il debole per la musica, non poteva che essere lui. Suo fratello è George, alias Jesse Plemons, marito di Kristen Dunst nella finzione come nella vita: i due tornano a lavorare insieme dopo l’esperienza di successo in Fargo, questa volta si conoscono nella locanda dove lei, Rose, lavora insieme a suo figlio Peter. Poco dopo si sposeranno e vivranno nella stessa casa del povero Phil, costretto a una convivenza reciprocamente insopportabile.

Neanche a Rose sta a genio Phil, soprattutto perché la sfida a suon di brani musicali (lei suona il pianoforte), stracciandola puntualmente. La scopre attaccarsi alla bottiglia, la critica di fronte al figlio. E Dunst, abbonata ai personaggi borderline, porta nuovamente sullo schermo una donna fragile, instabile. L’alcolismo è, nel suo caso, la risposta a una vita insoddisfacente, a un mondo maschilista e machista per cui non è (considerata) più che un bell’accessorio. Ne soffre molto suo figlio, definito dagli amici del ranch “femminuccia”, deriso perché diverso da tutti – sa creare fiori bellissimi e ha un gusto inquietante per l’anatomia animale – e proprio per questo preso, a un certo punto del film, da Phil sotto la sua ala protettiva.

Non sveliamo oltre, ci limitiamo a consigliarvi di immergervi con pazienza nella visione di questo film, tratto da un romanzo di Thomas Savage, che accanto a panorami naturali mozzafiato di un finto Montana ricreato in Nuova Zelanda – le praterie, i ruscelli, il ranch, i cavalli e sì, anche il nudo integrale (b-side) di Cumberbatch nell’epifania di un lavaggio insperato– propone un’attenzione al sonoro speciale, minuziosa, a tratti piacevolmente maniacale. Sembra di stare lì, tra le spighe di grano o in sella a uno dei maestosi cavalli. O magari nel ranch di Phil, ad ascoltarlo suonare, o raccontare le epiche gesta di Bronco Henry, oppure a tapparsi il naso di fronte alla sua voluta scarsa igiene personale. Un western sensoriale, capace di affascinare con il suo sguardo evocativo, poetico anche quando racconta del sudiciume. Di un angolo puzzolente del ranch, come dell’animo umano.

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