Fondazione: la versione di David S Goyer non è molto asimoviana

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Un progetto iniziata mezzo lustro fa giunge a compimento oggi 24 settembre, giorno del debutto di Fondazione su Apple Tv+. Ispirata all’imprescindibile Ciclo della Fondazione del padre della fantascienza Isaac Asimov, la serie è il tentativo di adattare un’opera difficilmente traducibile, se non altro per il lunghissimo arco temporale che copre una mole considerevole di avvenimenti legati alla caduta di un millenario impero galattico e destinati a condurre alla costituzione di una nuova civiltà. L’impresa è stata affidata – e per i fanatici della fantascienza e dei comics non è necessariamente una bella notizia – all’onnipresente David S Goyer (Blade, Ghost Rider, L’uomo d’acciaio, ma anche della trilogia del Cavaliere oscuro di Nolan) e a Josh Friedman, responsabile dell’appassionato e fedele (al materiale originale) spinoff di Terminator, The Sarah Connor Chronicles. Prima di loro, la notizia che la trasposizione sarebbe stata concepita da Jonathan Nolan, fratello del regista Christopher e firma di Person of Interest e Westworld, aveva rasserenato i seguaci di Asimov. Il risultato perplime, per quanto sia possibile determinarlo in base ai dieci episodi di una prima stagione introduttiva auspicabilmente seguita da moltissime altre (il Ciclo della Fondazione è composta da una trilogia, estesa successivamente con due prequel e due sequel).

Fondazione esordisce con l’arrivo di Gaal Dornick (Lou Llobell), giovane genio della matematica su Trantor, capitale dell’impero galattico che ospita Hari Seldon (Jared Harris), enigmatico teorico della psicostoria. Questa scienza è in grado di calcolare gli eventi futuri – o almeno i più macroscopici – tra la cui la caduta, apparentemente impossibile, del quasi onnipotente Imperium, cui faranno seguito migliaia di anni di caos e guerra. Hari, accusato di tradimento e condotto al cospetto di Fratello Day (Lee Pace), l’attuale imperatore, si imbarcherà in un’impresa vasta e insidiosa per ridurre drasticamente il periodo di transizione distruttivo e violento e approdare velocemente verso una nuova era di pace e prosperità. Suoi collaboratori ideali sono Gaal, il figlio adottivo Raych (Alfred Enoch) e di altre figure chiavi come la coraggiosa Salvor Hardin (Leah Harvey).

Dall’altro lato milita l’immortale “dinastia genetica” che governa i migliaia di pianeti che compongono l’Imperium da quattrocento anni, costretta ad affrontare la prospettiva che le previsioni di Saldon si avverino: sono il citato fratello Day, il suo erede Dawn e il suo predecessore Dusk – entità al potere una e trina – e la misteriosa Demerzel (Laura Birn) consigliera, madre, mentore, guardia del corpo e sicario al servizio della casa reale, nonché personaggio fondamentale asimoviano. Chi ricorda anche solo a grandi linee il Ciclo di Asimov, realizzerà ben presto le proporzioni considerevoli dei cambiamenti a cui è andata incontro la storia originale: riconosceranno i personaggi, la direzione della storia, gli elementi fantascientifici, l’intricato intreccio politico e il genio manipolatore di Haldon, ma Goyer e Friedman virano drasticamente verso interpretazioni personali.

Molti personaggi cambiano genere, conferendo a Fondazione l’aura di una storia dove la resilienza, l’indipendenza di pensiero e la forza delle donne fanno da traino al cambiamento: il contrasto con il patriarcato dell’impero, garantito da un predominio che è, letteralmente, il clone di quello precedente e come tale destinato a deteriorarsi e diventare obsoleto, è evidente. Hari Seldon è una figura incorporea (e pertanto asessuata), una sorte di divinità tecnologica che plasma il futuro con astuzia, perseguendo contemporaneamente un progetto corale per la preservazione del patrimonio culturale dell’umanità e un arcano “Piano” che porta il suo nome e pone le basi per Fondazione di una nuova civiltà. Come accennato, alla maggior parte dei personaggi vengono assegnati non solo genere, ma anche parabole personali che deviano da quelle dei romanzi.

Questo per soddisfare la scelta degli sceneggiatori (la maggior parte della stagione è concepita a quattro mani da Goyer e Friedman) di conferire toni più melodrammatici e da soap alla narrazione: molti dei personaggi principali sono legati da inedite parentele e da relazioni sentimentali che li rendono a seconda del caso più deboli o ribelli. C’è tanto sesso in Fondazione, tanti sentimenti e tante emozioni che accecano i personaggi detentori del potere e del cambiamento in modi che minano la loro efficienza come leader. Un particolare curioso e sviante è fornito dalle modalità con cui viene presentato l’imperatore interpretato da Lee Pace, oggetto di un costante fanservice (c’è addirittura Day che fa il verso a Ronan l’Accusatore con un oggetto a mo’ di martellone) espresso nella costante reiterazione di scene di nudo sempre più pretestuose che lo vedono protagonista.

L’interprete del tenero Ned di Pushing Daisies, interpreta Day facendo un mix di due suoi celebri personaggi, l’algido Thranduil di Lo Hobbit e l’irascibile Ronan di I guardiani della galassia, e senz’altro non fornisce in questo frangente la sua prova attoriale più memorabile. Nell’ottavo episodio, a metà tra parabola cristologica e beffa eretica, la sua recitazione sfiora i limiti del ridicolo, per poi migliorare nell’epilogo che coincide con il momento spartiacque della stagione, durante il quale la narrazione dà finalmente un senso al proprio corso. Tra misticismo e demistificazione, tra presa di coscienza di sé e visione globale, Day – e così questa serie che fino ad ora aveva faticato a ingranare – emergono da una sceneggiatura stentata. L’elemento fantascientifico – i panorami alieni, le astronavi in grado di superare la velocità della luce, i monoliti misteriosi, gli scudi di energia, i naniti, i robot, i cloni – è la parte più riuscita e suggestiva di Fondazione, forte di un budget aderente alle immense pretese di questa produzione che permette alla serie di essere visivamente appagante, anche nelle concitate scene d’azione.

Caso vuole che Fondazione esca a ridosso di Dune ,tentativo analogo di trasporre di una pietra miliare della fantascienza; questa coincidenza sempre lì apposta per ricordarci che non a tutti è concesso il talento di un Denis Villeneuve, in grado di adattare a proprio piacimento restando, intrinsecamente, miracolosamente, rispettosamente, fedele: Fondazione non è la sorprendente Blade Runner 2049 e tantomeno quell’esempio di magia cinematografica che è Dune: è il tentativo, per più di un verso fallito, di traslare un’opera venerata, coi rischi che oggi comporta sottoporsi al vaglio spietato e minuzioso della voce della rete. Anche in questo caso, è meglio accantonare i confronti con la fonte: in questo modo un mezzo fallimento si trasforma in un esordio vacillante ma con un discreto margine di miglioramento.

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