La Francia vuole investire su nuove centrali nucleari

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(Foto: Pixabay)

Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato la costruzione di nuove centrali nucleari di piccola taglia entro il 2030. Nel piano francese di rilancio economico per l’industria e l’ecologia da 30 miliardi di euro, presentato martedì 12 ottobre, un miliardo è destinato a queste nuove strutture per la produzione di energia elettrica.

Altre risorse saranno poi destinate al settore dei trasporti, dell’industria, dell’agricoltura e della sanità. Questo, mentre l’Agenzia internazionale per l’energia ha sottolineato che gli impegni ecologici presi dai governi del mondo sono insufficienti per raggiungere gli obiettivi di contenimento dell’aumento della temperatura globale degli accordi di Parigi e che serve uno sforzo collettivo ulteriore.

La via francese al nucleare

Il piano di Emmanuel Macron si chiama France 2030 e l’ambizioso obiettivo è quello di recuperare il terreno perso dal paese rispetto alle altre potenze mondiali attraverso un grosso e rapido processo di modernizzazione generale. Trenta miliardi di euro che da qui al 2030 saranno investiti in diversi settori, di cui otto solo nell’energia, “per aumentare la capacità dell’economia francese di crescere attraverso l’innovazione”, secondo la visione del presidente transalpino. 

In particolare, le risorse saranno destinate alla decarbonizzazione delle industrie più inquinanti come quella dell’acciaio, alla produzione di due milioni di veicoli elettrici e ibridi, alla realizzazione di trasporti aerei a basse emissioni di carbonio, alla digitalizzazione e robotizzazione dell’agricoltura per ridurre sprechi e inquinamento, all’innovazione sanitaria

Macron ha sottolineato che la Francia deve diventare attraverso i suoi sforzi energetici leader europeo nell’idrogeno verde e in questo senso un capitolo importante del piano è dedicato anche al nucleare. La Francia ha una lunghissima storia in questo senso, con la conversione all’atomo ormai avvenuta nei lontani anni Sessanta. Negli ultimi anni molti impianti sono rimasti fermi per guasti o lavori di manutenzione, mentre l’omologazione delle centrali costruite nel secolo scorso si avvicina alla scadenza. Per la Francia era insomma il momento di decidere se proseguire su questa via o mettere il nucleare nel cassetto, in un contesto dove i 58 reattori nucleari attivi producono il 70% dell’energia elettrica del paese. E Macron, dopo che negli anni scorsi aveva mostrato un certo scetticismo sul nucleare anche per i timori dell’opinione pubblica dopo l’incidente giapponese di Fukushima, ha fatto all in sul settore.

Un miliardo di euro verrà investito nel corso di questo decennio nella costruzione di sei nuove centrali nucleari di piccole dimensioni, quelle sotto i 300 megawatt di potenza. Un piccolo cambio di filosofia, con cui sembra si voglia fare un passo oltre ai grandi impianti isolati tipicamente francesi per dotare il territorio in maniera più capillare di strutture meno potenti e più facili da costruire. Questo nuovo fascino per il nucleare in Francia non è casuale: nel contesto della crisi energetica in corso l’obiettivo di non dipendere dall’impennata dei prezzi dei combustibili fossili si fa stringente e questo è diventato anche un tema di campagna elettorale in vista del voto del 2022, con la popolazione che mette i rincari in bolletta davanti alle questioni ambientali.

Ci sono diversi “ma” legati alla nuova via macroniana al nucleare, subito sollevati dai movimenti ambientalisti. La storia recente francese, infatti, pullula di incidenti e scandali legati ai suoi reattori. Da anni si lavora al mega impianto di Flamanville ma tra ritardi e guasti il suo completamento non avviene mai e il costo è quadruplicato rispetto alle stime iniziali. Inoltre c’è il tema delle scorie, su cui in passato sono state aperte diverse inchieste tanto che lo stesso Macron ha promesso innovazioni anche da questo punto di vista.

L’appello dell’Agenzia internazionale per l’energia

Mentre la Francia annuncia il suo piano di modernizzazione e transizione ecologica, l’Agenzia internazionale per l’energia (Iea) ha alzato la voce contro gli impegni sul tema ambientale degli stati del mondo, definiti insufficienti. 

Il problema non è che i governi non stanno adottando misure, ma che lo stanno facendo in maniera troppo ridotta. I piani annunciati renderanno impossibile raggiungere le emissioni zero entro il 2050 e la riduzione sarà soltanto del 40%. Secondo l’agenzia, con le misure attuali si avrà un aumento della temperatura media globale di 2,6 gradi entro il 2100 e verrà colmato meno di un quinto della riduzione delle emissioni che deve essere realizzata entro il 2030. In particolare la crisi energetica in corso e il nuovo focus degli stati sui combustibili fossili, come la Cina che ha ordinato nei giorni scorsi un aumento delle produzione di carbone, rischiano di far compiere altri passi indietro.

L’Iea ha chiesto allora a governi e istituzioni di puntare in modo più deciso sull’energia pulita, di focalizzarsi sull’efficienza energetica, di tagliare le emissioni da fonti fossili e di investire in innovazione, attraverso quattromila miliardi di dollari di risorse ulteriori. La Commissione europea sembra aver dato subito una risposta in questo senso, con una serie di misure emergenziali che serviranno a far fronte ai picchi dei prezzi in corso ma che accelereranno anche la transizione all’energia pulita, per evitare altri shock in futuro. Tra queste, un potenziamento degli investimenti in energie rinnovabili, l’agevolazione dell’accesso ad accordi di compravendita di energia elettrica da queste fonti e un miglioramento della capacità di stoccaggio dell’energia, anche mediante batterie a idrogeno.

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