venerdì, Maggio 20, 2022

Klondike – Recensione

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Opera di drammatica e tragica attualità, Klondike della regista ucraina Maryna Er Gorbach è un cupo e duro sguardo sulle origini di una guerra e su come essa irrompa nelle vite delle persone


L’aver ricevuto un importante riconoscimento dapprima al Sundance Film Festival quindi alla Berlinale, unito alla drammatica coincidenza dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha fatto di Klondike uno degli eventi cinematografici del cinema d’autore di questi primi mesi dell’anno.

Diretto dalla regista ucraina Maryna Er Gorbach, esordiente nei lungometraggi dopo avere codiretto tre lavori col marito regista turco Mehmet Bahadir ErKlondike è un doloroso sguardo all’inizio delle ostilità che hanno visto contrapporsi dal 2014 Russia e Ucraina intorno al territorio conteso del Donbass, al confine tra i due paesi, rivendicato dai russi e abitato da una minoranza russa che cavalcando idee separatiste ha portato allo scontro i due paesi fino al drammatico epilogo di questi giorni.

Protagonista del racconto è una coppia in attesa del primogenito che vive nella campagna ucraina nella zone in cui imperversano le azioni militari; l’inizio del film lascia intendere – attraverso un colloquio che avviene nel buio della stanza – che l’angoscia della guerra ancora non è penetrata nella vita della coppia, sebbene Tolik cerchi di convincere la moglie di abbandonare la loro terra e spostarsi in qualche zona più tranquilla; Irka, la moglie, testardamente invece vuole continuare la sua vita su quella che considera la sua terra.

All’improvviso il boato, un muro che cade, polvere, il buio tutto intorno e laddove giganteggiava una parete con l’immagine di una spiaggia tropicale, si apre uno squarcio che viola l’intimità della coppia e al tempo stesso apre la loro vista sulla guerra: è il giorno 17 luglio e la dabbenaggine dei separatisti russi apre una ferita nella vita della coppia e, ancor peggio di lì a poco, proprio sulle teste dei protagonisti, la contraerea russa abbatterà il volo di linea della Malaysia Airlines causando la morte di circa 300 persone.

Per Irka e Tolik non c’è più modo di ritornare all’armonia sussurrata nel buio della notte, la loro casa viene investita dai rottami dell’aero abbattuto, le truppe dei separatisti, cui Tolik non riesce ad opporsi, arrivano a battere cassa e a chiedere cibo e sussistenza. Nella famiglia inoltre c’è anche Yaryk, il giovane fratello di Irka, accesso lealista ucraino che rinfaccia a Tolik il suo essersi schierato coi separatisti.

Con il passare del tempo il racconto si impregna di un lucido e spietato pessimismo attraverso il tentativo di spiegare una guerra che non può essere spiegata, se non come un rito sacrificale famigliare visto che il legame tra russi ed ucraini ha portato a numerose unioni miste, ma la regista ucraina non si ferma nel suo scavare nel dramma fino a giungere all’essenza dei danni della guerra. L’immagine che Maryna Er Gorbach sceglie per meglio presentare la drammatica storia della coppia sta proprio in quello squarcio sul muro: dove c’era l’immagine riposante e serena della spiaggia tropicale campeggia ora la realtà della desolata campagna ucraina nella quale si alzano i pennacchi di fumo delle esplosioni, primo fra tutti quello del disastro aereo. Il poster tropicale lascia spazio alla fusoliera maciullata, al campo bruciato, ai detriti e ai resti dei bagagli sparsi tutto intorno e anche la scena dei due olandesi che arrivano alla ricerca della loro figlia ovviamente morta, ma della quale non hanno ancora in mano nulla, alimentando la patetica speranza che sia ancora viva, è il momento più straniante del film, un concentrato di disperata irrazionalità.
Quello che maggiormente colpisce in Klondike (e qui va detto che il titolo probabilmente vuole creare lo scenario di una nuova corsa all’oro, come avvenne appunto nel territorio canadese omonimo, visto che il Donbass è regione ricchissima di materie prime e quindi messa nel mirino dalla Russia) è il carico di desolazione e di crudezza che si porta dietro fino addirittura a far assumere ad alcuni momenti quasi le tinte del grottesco, fino al doppio finale dove si raggiunge l’apice della cattiveria, della spietatezza e dello squallore amorale e anaffettivo della guerra. E se la resa dei conti tra Tolik e Yaryk riporta al centro del racconto la famiglia e i suoi legami, il finale che vede Irka protagonista, pur affidandosi ad un topos cinematografico forse un po’ scontato che vede la morte e la violenza contrapporsi alla vita che nasce, seppur in un mondo che ha perso ogni connotato morale ed etico, produce un piccolo squarcio di luce in un film di una durezza e di una cruda tragicità difficili da riscontare altrove: una scena finale che potrebbe quasi essere un momento di un horror ma che tecnicamente, ideologicamente ed emotivamente risulta di una spietata magnificenza.
Tutto il film vive su lungi piani sequenza, sulla macchina che gira fino ad inquadrare quel particolare che aspettiamo di vedere, accentuando in tal modo il pathos e la drammaticità; la regista si affida a questo espediente piuttosto che incalzare i protagonisti proprio per inserirli in maniera organica in un contesto narrativo e spazio temporale ben preciso, uno sguardo sulla guerra attraverso tutto ciò che gira intorno ad un conflitto, ai piccoli gesti, agli oggetti, agli spazi.

Il risultato è un’opera dura, cruda, buia, nella quale non si riesce a capire l’essenza di una guerra nella quale l’umanità comunque è capace di gettare il peggio di se stessa e dove solo la forza e la caparbietà di una donna, in un confronto di uomini, riescono a disegnare un minimo di positività e di speranza di rinascita.

E’ chiaro che, pur vivendo ormai prevalentemente in Turchia, l’impegno civile e personale che la regista infonde nel film lo rende particolarmente sentito e carico di una emotività che in certi frangenti trascina via prepotentemente chi guarda, ma Maryna Er Gorbach ha anche il grande pregio di saper raccontare una storia drammatica e di grande attualità senza mai venir meno al rigore narrativo e alla scelta di raccontare la guerra da una prospettiva femminile e tutt’altro che ideologica.
Oksana Cherkashyna è la protagonista assoluta del film: una piccola eroina che fieramente non vuole abbassare la testa e che la bellissima prova dell’attrice contribuisce ad inserirla tra i più bei personaggi cinematografici degli ultimi anni.

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