venerdì, Maggio 20, 2022

Licorice Pizza – Recensione

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Opera per certi versi lontana dalle sue ultime, Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson è un vertiginoso amarcord degli Anni ’70, filtrato dagli occhi di due giovani che inseguono il loro sogno e i loro sentimenti immersi in una potente anarchia narrativa 


E’ il giorno delle foto al liceo, quelle che poi finiscono negli annuari di rito: il piano sequenza di qualche minuto mostra lui, Gary, grassoccio, brufoloso quindicenne, all’apparenza impacciato ma in effetti ciarliero e intraprendente al limite della cialtroneria che incrocia lei, Alana, l’assistente del fotografo, venticinquenne nel pieno della vitalità di chi si sente adulto ma vuol rimanere per sempre adolescente; si incrociano nel corridoio e scocca il momento magico; amore?, non si può dire, ed in effetti lo si potrà dire, forse, solo alla fine del film; direi più una magnetica attrazione (nel senso della fisica applicata) dalla quale nasce e si sviluppa la storia lasciando solo quei pochi minuti come traccia, una esile trama sulla quale Paul Thomas Anderson imbastisce il suo film dall’anarchica libertà espressiva (e per taluni questo può anche non essere un fattore positivo…).

Il resto delle due ore e passa di Licorice Pizza (non aspettatevi una vera pizza alla liquirizia, neppure gli americani sono riusciti in tanto) è un flusso di energia, di sentimenti, di maree che salgono e scendono, di corse a perdifiato, di inserti al limite del demenziale e grottesco, di libertà e di gioia di vita come solo gli Anni ’70 hanno saputo regalare.

La storia è ambientata infatti nei primi Anni ’70 nella San Fernando Valley, propaggine periferica della sterminata Città degli Angeli, che viveva la rinascita della grande Hollywood: Gary e Alana diventano due esseri simbiotici che si cercano, si allontanano, ma poi come appunto un fenomeno fisico di attrazione magnetica si ritrovano: affari in comune, amici in comune, bravate insieme, corse a volte appaiate a volte convergenti fino all’ultima salvifica conclusasi con una scena degna di una comica da avanspettacolo. I due giovani corrono sempre, uno verso l’altra o a volte uno lontano dall’altra; vivono la loro stagione di libertà e di indipendenza, quasi sperimentano il Sogno Americano che è sempre lo stesso: segui con forza quello che vuoi e lo raggiungerai, prima o poi.

Ma Licorice Pizza (a proposito, fa riferimento ad un negozio cult di dischi degli Anni ’70 e inoltre rimanda agli LP – acronimo appunto – come pizze di liquirizia nera) è anche un grande omaggio spensierato, se vogliamo leggero e se vogliamo ancora di più forse inatteso da un autore rigoroso come Anderson, al cinema: perché solo lì può succedere che a 15 anni diventi imprenditore di te stesso dopo essere stato un attore ragazzino, dove in seguito alla crisi petrolifera modifichi il tuo core business passando dai materassi ad acqua al ritorno del flipper finalmente legalizzato, solo nel Cinema può succedere ad Alana di incontrare cloni che sembrano macchiette di personaggi come William Holden (un grandioso Sean Penn) o come Jon Peters, parrucchiere-fidanzato di Barbra Streisand-produttore cinematografico, demenziale e grottesco (un Bradley Cooper assolutamente fuori ogni schema), il tutto buttato lì quasi come fossero degli sprazzi di ricordi, di estemporanee rimembranze di un’epoca che fu per il regista il palcoscenico della sua vita, un Cinema che rivive nei rimandi più o meno espliciti ad Altman e Scorsese, a Clint Eastwood e George Lucas.
Non è un coming of age come da molte parte si è detto, e forse non è neppure un film su un amore giovanile: per la prima volta probabilmente libero di sovrastrutture come ci ha abituato nelle opere precedenti, Anderson filma un amore primordiale, un desiderio di amore più propriamente, una comunanza ed un legame assoluto che si autoalimenta di corse, di dispetti, di gelosie e di sogni.
Ma forse il tema che più impregna l’opera di Anderson è la ricerca di un posto nel mondo di due giovani così diversi, anche anagraficamente, ma che si trovano sullo stesso folle treno che viaggia verso il benessere e la libertà che è poi lo stesso che tutti coloro che hanno vissuto quegli anni ricordano: l’epoca dell’ottimismo, della espressione e della libertà che il ’68 aveva portato nel mondo, della musica e del cinema che uscendo dai loro gusci si affermavano come le arti del futuro; l’essenza di un sogno che né il Vietnam, né la crisi petrolifera riuscirono a spegnere.

Quindi storia d’amore sì, ma quasi inconsapevole, forse più voglia di vivere in maniera convulsa, esagerata, affannosa ogni momento di libertà con l’entusiasmo della gioventù.

E’ facile comprendere come Licorice Pizza sia un film basato più su degli sprazzi di ricordi, di graffi vintage, di storia sociale, un trionfo anarchico, quasi un divertissement intriso di stile (perché a quello Anderson non rinuncia di certo) come potrebbe fare un pittore naif che carica di colori sgargianti la tela creando degli sprazzi che poco hanno a che vedere con il tema di base.
Ecco perché cercare una trama di Licorice Pizza è esercizio inutile ed in effetti questo aspetto è uno dei pochi ai quali si possono appigliare coloro che non hanno incensato l’ultima opera del regista americano: in effetti questo avanzare a scatti, quasi senza una linearità narrativa e temporale, può ingenerare qualche problema, però Anderson credo punti molto sull’aspetto empatico: in effetti l’innamorarsi dei due personaggi principali è un attimo, nelle loro imperfezioni, nel loro essere sfrenati e privi quasi di inibizioni, nella loro spasmodica ricerca di una vita vissuta a mille per trovare un posto al sole e quindi ci aspettiamo di vedere la fine, come si farebbe in qualsiasi film romantico, per vedere se amore sarà oppure se tutto sarà solo una storia d’amore imperfetta e realmente inconsapevole.
Circondandosi come non mai di amici, parenti, habitué, collaboratori fidati, grandi attori, monumenti viventi, un po’ come l’alter ego di Anderson del cinema americano, Quentin Tarantino, il regista punta forte su due esordienti semplicemente straordinari: Cooper Hoffman, e qui siamo nel feticismo vero e proprio essendo il ragazzo il figlio del mai abbastanza compianto Philip Seymour Hoffman, e Alana Haim, musicista del gruppo indie Haim per cui il regista ha già diretto svariati clip musicali, uno per la sua presenza di scena (e diciamolo, anche perché spesso ricorda il padre e ciò ci commuove), l’altra per il fascino di chi piace ma non è bellissima, regalano due prove di grande spessore , quasi da affermate star che fungono da collante per la ondivaga narrazione.
Insomma Licorice Pizza è un lavoro che fa della leggerezza, della semplicità, della vitale frenesia e forse della nostalgia del suo autore i cardini principali, presentandoci un Paul Thomas Anderson un po’ diverso, che omaggia Cinema e Musica con un racconto condotto a velocità folle, un po’ come quel camion che, in una delle scene più belle di tutta l’opera, Alana e Gary portano giù per la collina a motore spento e in retromarcia perché la benzina è finita nelle pompe di Los Angeles, momento che fotografa l’essenza del film, un film d’autore che, come qualcuno un po’ maldestramente ha definito, “non annoia”.
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