mercoledì, Novembre 30, 2022

Spencer – Recensione

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Dopo Jackie e Ema, che comunque incarna un ideale femmineo seppur più moderno, Pablo Larrain torna ad esplorare probabilmente l’unico altro personaggio femminile della seconda metà del secolo scorso che possa essere paragonata in quanto a dimensione del mito a Jacqueline Kennedy, la principessa Diana d’Inghilterra la cui vita tragicamente conclusasi con l’incidente del ponte dell’Alma di Parigi è assurta in breve tempo ad icona incancellabile  di grazia, umanità ed in un certo senso di ribellione.
Come per il film sulla figura della moglie di John Kennedy, anche Spencer si focalizza su un piccolissimo segmento della vita di Diana, le festività natalizie del 1991 nella tenuta reale del Norfolk, attraverso il quale il regista delinea i contorni del personaggio e della costruzione del suo mito concentrandosi su quella che è stata la più grande contraddizione della vita di Diana: l’essere entrata a corte, pensando di vivere la sua favola d’amore regale e ritrovarsi ben presto ai margini della famiglia per il suo desiderio di scrollarsi di dosso tutti i doveri che l’etichetta rigida impone. Un mito che passa per la ribellione personale pagata a caro prezzo considerate le vere e proprie umiliazioni che Lady D dovette subire. Già l’inizio del film ci presenta una Diana in lotta con l’ambiente che la opprime: a bordo della sua spider non riesce a trovare la strada per arrivare al castello, si ferma nei campi stimolata dai ricordi del Norfolk, sua terra natale, si sottrae quasi con sdegno ai riti che la corte impone all’arrivo, primo fra tutti quello grottesco della pesatura. I fantasmi dell’anoressia-bulimia la assalgono in continuazione, il rapporto col marito Carlo è già avviato alla catastrofe visto che la sua relazione con Camilla è ormai praticamente ufficiale, persino l’incubo del fantasma di Anna Bolena (non a caso altra figura la cui vita a corte subì una parabola discendente fino a portarla a morte per mano del marito Enrico VIII). Unico lampo di luce nel grigio di una vita piena di delusioni e di tormenti, il rapporto coi due figli, che erano per lei l’unico motivo che manteneva ancora un tenue filo di contatto con la corte.
Con tali premesse è facilmente comprensibile come il film di Pablo Larrain sia tutt’altro che un biopic classico che si basa sulla cronaca o sulle letture nascoste dei fatti: d’altronde Diana è stato forse il primo personaggio globale della Storia, conosciuta in tutto il mondo anche grazie alle sue opere caritatevoli, ai suoi rapporti con il mondo dello spettacolo e dello sport, oltre che con gli uomini politici di tutto il mondo, motivo per il quale sarebbe difficile trovare da scrivere o aggiungere qualcosa a quanto già non si sappia della sua vita. Larrain invece, come fece con Jackie, partendo da un breve attimo dell’esistenza della protagonista, cerca di mettere in scena il suo mondo interiore, i suoi demoni che la agitavano, la sua delusione e la sua ribellione, neppure troppo silenziosa, sebbene opportunamente silenziata.
Nel film la fragilità di Diana fa da filo conduttore del racconto: il suo timore verso la regina per la quale prova sincero disprezzo ritenendola, a torto o ragione, la burattinaia della corte, il suo alzare sempre di più il livello della ribellione al conformismo di corte, all’etichetta ipocrita, al soffocamento vero e proprio della personalità, la coscienza che in se stessa ci sia qualcosa a livello mentale che la conduca lentamente verso la malattia. Ma c’è anche la forte contraddizione che Diana incarna e che mostra anche una sua ingenuità quasi fanciullesca: l’aver creduto alla favola della principessa amata da tutti senza tenere conto della sacralità della conservazione della corona, dell’etichetta, dei doveri che un ruolo anche politico inevitabilmente portano con sé. E come vediamo in alcuni sprazzi del film in cui Diana finalmente per poco riesce a liberarsi del suo ruolo ufficiale, il ritrovare la sincerità in se stessa è qualcosa che è al di fuori della sfera di corte, qualcosa che la riporta alla sua gioventù e al suo passato (la scena dello spaventapasseri, l’incontro con la fidata Maggie sulla spiaggia).

L’esito della ribellione sarà una effimera vittoria per Diana visto che i figli rimarranno con lei, ma sarà la fine del sogno: non a caso Larrain apre il film con la frase “una favola tratta da una tragedia vera”, ed in effetti in queste parole c’è il nocciolo intorno a cui il regista cileno ha costruito questa seconda prova cinematografica lontana dal Sud America, il racconto di una vita breve che ha visto offuscarsi l’orizzonte in breve tempo e che ci ha lasciato il ricordo di una giovane donna fragile che ha fatto della personale ribellione il suo motivo di vita.
Kristen Stewart offre una prova maiuscola, evitando il rischio della imitazione pedissequa, cercando invece di mostrarci più il disagio interiore e la fragilità di Diana, assumendone quel volto venato di tristezza e nel contempo la luminosità dei suoi occhi: indubbiamente una prova che dà solidità ad un lavoro che non raggiunge le vette di Jackie ma che regala una immagine del mito-Diana molto umana e tormentata.

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