venerdì, Maggio 20, 2022

Alle donne transgender è negata la fuga dall'Ucraina in guerra

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Palanca (Moldavia) – Intraprendere un percorso di transizione di genere, comprendere e accettare la propria identità dovrebbe essere un momento importantissimo, un punto di svolta nella propria vita da celebrare ed affrontare con la massima serenità. Ma quando scoppia una guerra cose come la serenità svaniscono all’istante e il cammino di transizione si trasforma ben presto in un’odissea verso l’ignoto per le protagoniste di questa vicenda.

Dopo l’inizio del conflitto in Ucraina del 24 febbraio e i terribili bombardamenti che hanno rovinato le vite della popolazione, un enorme flusso migratorio si è riversato nei Paesi limitrofi in cerca di riparo e aiuto. Milioni di persone sono state accolte, ma ci sono categorie che si sono viste negare questa speranza di sicurezza: tra queste, centinaia di componenti ucraini della comunità lgbtq+ che hanno compiuto o stanno compiendo un percorso di transizione da uomo a donna, spesso già vittime di discriminazioni in famiglia e nel sociale. 

La fuga in Moldavia

A causa della legge marziale tempestivamente introdotta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che nega ai cittadini di genere maschile il permesso di abbandonare il Paese, queste ragazze transgender si ritrovano a raggiungere gli uffici di frontiera con le poche cose afferrate in casa prima di fuggire e, fra queste, una inaspettata zavorra: i loro documenti e quella inequivocabile M leggibile su di essi. Uomini agli occhi della legge, tradite ancora una volta da un’identità di genere nella quale non si riconoscono, costrette a restare e magari a combattere in un Paese che non ha il tempo o la forza di ascoltare le loro storie e le loro preghiere. Bloccate due volte da una denominazione che vorrebbero solo scrollarsi di dosso.

Le loro storie sono diverse, il loro viaggio nascosto tra quello di migliaia di anime che ogni giorno entrano in Moldavia. Siamo lì ai checkpoint a cercare di raccogliere alcune di queste testimonianze, parliamo con le organizzazioni non governative locali. Proprio durante una di queste chiacchierate con due membri di una ong che si occupa di diritti lgbtq+ veniamo a sapere del problema che affligge le ragazze ucraine transessuali, uno di quelli che la generica paura della guerra e la portata della crisi umanitaria aveva offuscato e racchiuso sotto la generica voce della “sofferenza dei rifugiati”.

Arrivano anche loro, hanno anche loro bisogno di aiuto materiale e psicologico: cibo, riparo, supporto, cure mediche. In alcuni casi anche ormoni, antidepressivi, test per l’hiv. Ci dicono che raramente intendono fermarsi in Moldavia, che dopo pochi giorni per riprendere forze e lucidità ripartono per allontanarsi ancora. Arrivano anche alcune coppie e chi le aiuta fa di tutto per non separarle al momento di assegnare le sistemazioni. Il cuore dei moldavi è grande, molti volontari offrono un posto dove stare. Incontriamo uno di questi a Palanca, città di frontiera tra Moldavia e Ucraina. Lei si chiama Lilia, l’abbiamo già vista sfilare nel centro della capitale pochi giorni prima, contro la guerra e per la solidarietà. Ci riconosciamo, ci racconta che ha ospitato una di queste ragazze per qualche giorno e che ora è al sicuro in Germania, ci mette in contatto.

La storia di Remilla

Remilla, 20 anni, è felice di parlare con noi, ci dice di chiamarla Rem. È molto giovane, un ciuffo di capelli rosa le incornicia un volto gentile ma stanco. Ride sempre durante l’intervista, anche quando ci rivela di non aver avuto l’aiuto e il supporto emotivo dei genitori durante la sua transizione, di essere arrivata a considerare il suicidio. Lei ora è a Norimberga, in Germania, ma quella fatidica notte del 24 febbraio si trovava a Odessa, dove da mesi lavorava duramente per pagarsi le cure ormonali e concretizzare il suo obiettivo. 

Ho deciso che avrei fatto qualsiasi cosa per non avere più pensieri del genere”, ci dice, lo sguardo che si abbassa mentre la mente torna a quei momenti. E quando tutto sembrava prendere una piega migliore, le bombe e le urla. Decide di fuggire, ha paura come chiunque altro, altre ragazze nella sua stessa situazione si scambiano consigli e informazioni utili. Nella comunità si crea una piccola ma solida rete di contatti, una vera salvezza per loro, spaventate e sperdute nel caos di quei giorni. 

Rem ci dice di aver raggiunto Palanca in auto con altri profughi, ma di non essersi diretta all’ufficio di frontiera: ha passato il confine attraverso quella che lei chiama “palude”, di notte, al freddo, correndo un rischio enorme considerate le rigidissime temperature. Ma a quel gelo si è presto opposto il calore umano dell’accoglienza, e Rem ha trovato rifugio e aiuto. Ora ci dice che in Germania vuol farsi nuovi amici, una nuova vita. Ci dice anche che un’altra ragazza vorrebbe parlare con noi, Vadim, ma che è ancora in Ucraina. Aspetta il modo ed il momento giusto per attraversare e finalmente dopo un paio di giorni ci riesce. 

La storia di Vadim

La incontriamo nella capitale moldava, Chisinau. Vadim è giovanissima (18 anni) ma ha uno sguardo forte e deciso, occasionalmente scoppia in piccole risate squillanti. Parliamo per un’ora, ci dice che qualche angelo custode alla frontiera moldava si è fatto carico di lei e dell’altra ragazza che la accompagnava e che le ha fatte passare senza fare troppe domande, non hanno dovuto sfidare il freddo notturno come Rem. Per due giorni hanno vissuto in un piccolo appartamento in periferia. 

Ci racconta tutta la sua storia, rimaniamo con lei e la sua amica Milana tutta la sera. Alle 22:30 le due salgono su un bus che le porterà a Bucarest. Vadim sogna di andare negli Stati Uniti, un giorno.

Le ragazze che stiamo aiutando al momento con denaro e medicinali sono oltre 250”, spiega Anastasiia Yeva Domani (42 anni), donna transgender e attivista per i diritti umani nonché Direttrice esecutiva della ong Cohort, da due anni attiva nell’offrire supporto a persone transgender in Ucraina. Spiega che secondo le sue stime il numero effettivo delle ragazze in questa situazione è almeno doppio, e che Cohort mette loro a disposizione rifugi nell’Ucraina occidentale (Lviv, Chernivtsi) raggiunti i quali potranno ulteriormente aiutarle con il lungo processo burocratico del cambio di documenti. 

Per Anastasiia questa è la via migliore da seguire, la più sicura. Durante la chiacchierata, il suono monotono di una sirena antiaerea si inserisce prepotentemente nel discorso. Lei non si scompone, ormai è abituata: “Le strade sono vuote, la gente è chiusa in casa. Ma difenderemo l’Ucraina, ogni metro e ogni chilometro.”  

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