giovedì, Maggio 26, 2022

I sintomi del long Covid cambiano a seconda delle varianti

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Al netto di fattori demografici e della gravità dei sintomi, anche il periodo di ricovero ha determinato differenze misurabili: nel 2021, infatti, è aumentata l’incidenza di mialgia (dolori a livello muscolare), insonnia, brain fog, ansia e depressione, mentre la perdita dell’olfatto e del gusto e la comparsa di problemi uditivi sono risultati meno prevalenti rispetto all’anno precedente. Visto che è proprio nel 2021 che la prima variante di Covid-19, la variante alfa, si è fatta prevalente nel nostro paese, è possibile che le differenze emerse nella ricerca siano riconducibili alla differente azione dei due virus nell’organismo dei pazienti.

Una sindrome cardiaca

A prescindere dalle varianti, ci sono comunque alcuni organi che sembrano soffrire di più in seguito alla malattia. Uno di questi è il cuore: dolori al petto, palpitazioni e alterazioni del battito cardiaco, ma anche stanchezza e difficoltà respiratorie sono un problema per il 10-30% dei pazienti contagiati, come spiega la Società italiana di cardiologia (Sic). Questo long Covid cardiaco è classificato come sindrome Pasc (post-acute sequelae of Sars-Cov-2) cardiovascolare, una problematica riconosciuta dall’American College of Cardiology, che ha recentemente pubblicato un documento di consenso sulla gestione dei pazienti che presentano sintomatologie cardiovascolari a quattro settimane o più dal termine della malattia.

L’esatta incidenza di queste sintomatologie non è ancora chiara, ma è abbastanza elevata da spingere la Sic a raccomandare una consulenza cardiologica a tutti i pazienti che sperimentano anche sintomi tutto sommato lievi, come tachicardia o intolleranza all’esercizio fisico a più di quattro settimane dalla guarigione. Accertato che non sia insorto un autentico disturbo cardiaco, il consiglio è quindi quello di rimettersi in forma gradualmente con l’attività fisica, partendo anche da 5 o 10 minuti al giorno, per evitare quel circolo vizioso di cui parla Indolfi.

Il long Covid si può prevenire?

Sulle cause delle sequele di sintomi post acuti di Covid-19 non ci sono ancora certezze. Le ipotesi vanno da un danno tissutale diretto provocato dal virus, alla presenza di un’attività virale residua che non si riesce a identificare con i normali tamponi, all’insorgenza di problematiche autoimmuni, fino alla comparsa di mini coaguli o altri disturbi circolatori

Più probabilmente, si tratta di un mix di queste e altre cause, che può essere diversa da paziente a paziente. Visto che il problema sta guadagnando una certa attenzione, sia da parte del pubblico che della comunità scientifica, si inizia anche a studiare quali strategie terapeutiche possono prevenire l’insorgenza dei sintomi del long Covid, o eliminarli in chi li ha già sviluppati.

Le case farmaceutiche sono al lavoro. Una delle possibilità è che le terapie sviluppate contro Covidantivirali e anticorpi monoclonali – si rivelino efficaci anche contro le sequele a lungo termine della malattia. I trial stanno per iniziare, ma ci vorrà tempo ovviamente per avere qualche risultato concreto. 

Un’altra possibilità è che il trattamento precoce dei pazienti, riducendo le probabilità di sviluppare forme severe della malattia, diminuisca anche il rischio di sviluppare il long Covid nei mesi che seguono la guarigione. Dati a riguardo per ora non ce ne sono, ma sono attesi nei prossimi mesi sia per il molnupiravir (l’antivirale della Merk in attesa di autorizzazione da parte dell’Ema), sia per il paxlovid (quello Pfizer), per il quale presto dovrebbero essere disponibili i risultati relativi a sei mesi di follow up dei pazienti.

Qualche certezza in più è disponibile invece per quanto riguarda i vaccini. Non è chiaro se sia per la capacità di ridurre la carica virale nel corso dell’infezione, e quindi i danni che il virus produce, o perché magari aiutano l’organismo a contrastare la permanenza di reservoir virali anche nei mesi seguenti alla guarigione, ma per i vaccinati il rischio di soffrire di long Covid sembra minore rispetto ai non vaccinati. Uno studio israeliano, disponibile per ora in preprint, indica una riduzione dei sintomi di long Covid nei vaccinati che si aggira tra il 50-80%

Uno studio americano, realizzato in retrospettiva analizzando le cartelle cliniche di oltre 200mila pazienti, parla di un rischio ridotto di 7-10 volte nei pazienti che hanno ricevuto il vaccino prima di contrarre l’infezione. Altre ricerche indicano percentuali diverse, ma in generale il consenso scientifico sembra andare in questa direzione: i vaccini aiutano anche contro il rischio di sequele di sintomi nei mesi che seguono alla guarigione. Un motivo in più per utilizzarli, quindi. In attesa che la scienza comprenda meglio le cause e la natura dell’elusivo long Covid, e le strategie con cui affrontarlo.

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