giovedì, Maggio 26, 2022

E se vivessimo davvero in una simulazione?

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In altre parole (con le mie più sincere scuse a Tonelli e alla maggior parte dei suoi colleghi fisici che detestano quando qualcuno propone la teoria), l’unica spiegazione per la vita, l’universo e tutto ciò che ha un senso – alla luce della meccanica quantistica dell’osservazione – è che viviamo dentro un supercomputer. Che viviamo, noi tutti e costantemente, in una simulazione.

I presupposti per la diffusione della teoria

Devono accadere tre cose, probabilmente in quest’ordine, perché una qualunque idea strampalata prenda piede nella cultura: (1) l’idea deve essere introdotta in modo non minaccioso alle masse, (2) deve essere legittimata dagli esperti, e (3) servono prove schiaccianti che dimostrino i suoi effetti nel mondo reale. Nel caso della cosiddetta ipotesi della simulazione, difficilmente si potrebbe chiedere una dimostrazione più chiara.

Nel 1999 uscì un trio di film destabilizzanti – Il Tredicesimo Piano, eXistenZ, e, naturalmente, Matrix che illustravano la possibilità dell’esistenza di realtà fittizie soddisfacendo quindi la prima condizione. Quattro anni dopo, nel 2003, si è realizzata anche la seconda, quando il filosofo di Oxford Nick Bostrom ha concluso in un articolo molto citato intitolato Are You Living in a Computer Simulation? – “Vivete nella simulazione di un computer?” – che molto probabilmente le cose stavano esattamente così. È una semplice questione di probabilità: dato che l’unica società che conosciamo – la nostra – sta simulando se stessa, attraverso videogiochi, realtà virtuale e quant’altro, sembra plausibile che qualsiasi altra società tecnologica faccia lo stesso.

Per quanto riguarda la terza condizione, la prova dal mondo reale, dipende a chi si chiede. Per molti progressisti americani la prova è stata l’inimmaginabile elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Per il New Yorker, gli Oscar del 2017, quando Moonlight si è aggiudicato il premio di miglior film in modo rocambolesco. Per la maggior parte delle altre persone, è stata la pandemia di Covid-19, la cui totale assurdità, inutilità, zoomità e interminabilità non poteva che minare, su una scala sensazionale, ogni ragionevole forma di fiducia nella stabilità della nostra realtà.

I sostenitori dell’ipotesi

Il risultato è che oggi i teorici della simulazione sono come una versione digitalizzata del prezzemolo. Elon Musk è il loro leader senza paura, ma appena sotto di lui ci sono sgobboni entusiasti come l’astrofisico e divulgatore scientifico Neil deGrasse Tyson, che prestano una parvenza di credibilità scientifica all’affermazione di Musk, sostenuta anche da Bostrom, secondo cui “la probabilità che ci troviamo nella realtà di base” – il mondo originale non simulato – sono “una su miliardi“. L’anno scorso sono usciti altri tre film in cui i protagonisti si rendono conto che il mondo in cui vivono non è reale, Bliss, Free Guy, e Matrix Resurrections. L’unica differenza ora è che un sacco di giovani ordinari (sono quasi sempre maschi) nella “vita reale” credono la stessa cosa. Se ne possono incontrare alcuni nel documentario A Glitch in the Matrix, uscito sempre l’anno scorso. Oppure si può semplicemente fare un sondaggio per strada. Qualche mese fa, uno dei clienti abituali del mio bar di zona, noto per soffermarsi a chiacchierare più del dovuto, mi ha spiegato con entusiasmo che ogni simulazione ha delle regole, e che nel nostro caso la regola è che i suoi esseri – che saremmo noi – sono guidati principalmente dalla paura. Fantastico.

Se questo non bastasse, lo scorso gennaio, il tecnofilosofo australiano David Chalmers ha pubblicato un libro intitolato Reality+: Virtual Worlds and the Problems of Philosophy, la cui argomentazione centrale è che sì, viviamo in una simulazione. O, più precisamente, non possiamo stabilire, statisticamente parlando, che non sia così (i filosofi sono particolarmente inclini alla negazione plausibile di una doppia negazione). Chalmers non è uno qualunque. È probabilmente la cosa più vicina a una rock star nel campo della filosofia, una mente rispettata, uno speaker Ted, e un coniatore di frasi che anche chi non è un filosofo potrebbe aver sentito: “il difficile problema della coscienza” per esempio, oppure, per spiegare come mai il vostro iPhone sembri essere parte di voi, la “mente estesa“. A oggi il suo nuovo libro, nonostante il titolo terribile, è per distacco la più credibile articolazione della teoria della simulazione, cinquecento pagine di dissertazioni filosofiche e asserzioni sviscerate in maniera impeccabile e in una prosa pulita, anche se raramente brillante.

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I contorni del grande progetto perseguito dai colossi tecnologici – Meta in testa – sono ancora poco delineati e rimane da capire come verrà accolto da chi in teoria dovrebbe popolarlo

Chalmers sembra convinto che il suo libro non potrebbe aver avuto tempismo migliore. Per via della pandemia, scrive nell’introduzione, le nostre vite sono già parecchio virtuali. Non è quindi difficile immaginare che lo diventino sempre di più con il passare del tempo e con la metastatizzazione di Facebook/Meta, fino a quando – nel giro di un secolo, prevede Chalmers – i mondi di realtà virtuale diventeranno indistinguibili da quello reale. Chalmers però non la metterebbe giù proprio così. Secondo l’autore i mondi di realtà virtuale saranno – sono – reali” quanto qualsiasi altro mondo, compreso il nostro; che a sua volta potrebbe essere una simulazione virtuale. Chalmers cerca di convincervi facendo appello alla vostra comprensione della realtà. Immaginate un albero, dice. Sembra una cosa concreta, molto presente; ma come vi direbbe qualsiasi fisico, a livello subatomico quell’albero è per lo più uno spazio vuoto. “Sono in pochi a pensare che il semplice fatto che gli alberi siano basati su processi quantistici li renda meno reali – scrive Chalmers –. Io penso che essere digitali sia esattamente come essere fatti da meccanica quantistica“.

L’opposizione dei fisici

La cosa non fa una piega dal mio punto di vista, come da quello delle frotte degli altri teorici della simulazione. Ma non è così per le persone che studiano la composizione della realtà: i fisici, purtroppo, continuano a detestarci.

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