giovedì, Maggio 26, 2022

Luchè porta il suo rap Dove volano le aquile

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LA (S)FORTUNA DI QUESTO PERIODO storico è l’incredibile liquidità del prodotto principale di cui tratto: la musica. È accessibile ovunque, comunque, in ogni sua forma, pertanto si predilige spesso quella online. Il disco di Luchè, Dove volano le aquile in uscita il 1° aprile per Sony Music, lo ascolto attraverso una cartolina digitale, con una pressione addosso non indifferente: «Sei il primo a cui chiediamo un feedback». 
Luchè è un artista particolare, raramente si incontrano artisti che hanno così tanta voglia di parlare, esprimere emozioni, anche non scontate. In un’intervista di diversi anni fa, sul divano di Bassi Maestro, si rammaricava che nessuno gli avesse mai chiesto il significato delle sue barre. Molto spesso ci si sente dire che in realtà è la musica a dover parlare, che l’intervista è un di più. Per Luchè non è così, parla tanto, anche fuori, è curioso, tanto che la prima domanda dell’intervista, anziché farla io a lui, la fa lui a me.

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«Cosa ti aspettavi e cosa invece hai trovato in questo disco?», mi dice. Gli rispondo che «Ho avuto un pensiero fisso, che poi è quello che espliciti nell’ultima traccia, se non consideriamo Topless con CoCo che era già uscita. Ovvero, che vuoi prenderti una nuova fetta. Io mi aspettavo un disco più arrabbiato sia nei testi che nei suoni. Nei testi mi ci sono ritrovato, fanno trasudare quel senso di incomprensione, di rivalsa. Però, le sonorità mi sembrano molto più aperte. Forse l’unica vera un po’ dura è quella con Geolier…». E Luchè: «Quello è il classico street banger, scontato che sia così». 
Ma partiamo dall’inizio.

Di nuovo, come in Potere, ci troviamo di fronte a un disco molto personale, che nei primi minuti, però, non ha te come protagonista…
Sì, in Potere c’era mia sorella. Questa volta è stato diverso, anche più casuale se vogliamo. Io avevo da un po’ l’idea di dedicare il primo pezzo alla persona di Maradona, non al calciatore, perché credevo, credo, con le dovute distanze e il dovuto rispetto, ci siano delle somiglianze nei percorsi. Una figura molto umana, un uomo molto incompreso, additato, ma che in fin dei conti ha fatto male solo a sé stesso. Poi mi affascinava il suo senso di ribellione, il suo saper dire di no a persone importanti, il non aver paura di essere odiato. Volevo iniziare questo disco con un brano che parlasse di me, ma con un riferimento a quest’icona senza precedenti. Elisa mi mandò la melodia via Whatsapp, dicendomi che aveva pensato a me mentre componeva. Io pensai dal primo istante che fosse perfetta per me, ma non l’associai subito all’intro. Nel frattempo, stavo lavorando a qualcosa di più scuro, giustamente, come dicevi tu, a qualcosa di più «mio», però non mi convinceva, non mi emozionava. Così ho ripescato la melodia di Elisa, ho scritto le parole. Non avevo capito la collocazione di quella melodia stupenda da subito, inizialmente pensai potesse essere un ritornello, invece… Lì dentro c’è tutto, c’è l’arcobaleno senza colori che è la cocaina, c’è la metafora della sua libertà, tutto ciò che per me rappresenta Diego. Il fatto che non inizi io il disco sta a significare che per arrivare a un pezzo così importante, come questo con Elisa, bisogna mettere l’ego da parte. Che è un po’ il lavoro che ho fatto per tutto l’album, in funzione di un prodotto che deve restare negli anni.

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