venerdì, Maggio 20, 2022

A caccia dello stilista più solitario del mondo

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Più o meno otto anni fa l’attore Jeremy Strong, che interpreta Kendall Roy in Succession ed è famoso per i suoi gusti esoterici e romantici in fatto di moda, si è ritrovato a Brighton, una città di mare sulla costa sud dell’Inghilterra. Si dà il caso che a Brighton abbia sede il misterioso calzolaio e stilista Paul Harnden, i cui articoli dall’aria vintage, vagamente dickensiani, sono realizzati da alcune delle fabbriche più antiche d’Inghilterra in tweed tradizionali, sete o robusto Ventile. Fermamente intenzionato a sfruttare l’occasione per rintracciare Harnden, provò con un indirizzo aziendale e Google Earth. Fece tutto il possibile, mi racconta Strong, «nella speranza di conquistare un paio di ambiti stivali P.H., ma invano». Non è riuscito a rintracciare lo stilista. «Ho perso le tracce. Un segreto dentro a un mistero dentro a un enigma, architettato con estrema cura e talento». La cosa non ha fatto che aumentarne l’appeal. «È solitario, per niente egocentrico, dedito esclusivamente al lavoro: quei valori, per me, sembrano immanenti nei capi di abbigliamento», commenta a proposito di Harnden, famoso per essere super riservato. Vende soltanto a una manciata di negozi, di solito non più di uno o due per città. Cambia raramente le sue forme. È inflessibile sul fatto che il suo abbigliamento non venga messo in saldo, mai prestato per servizi fotografici, mai venduto online. «Sta facendo qualcosa che è quasi l’esatto opposto di ciò che Walter Benjamin definì “Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”», osserva Strong, citando la teoria che la riproduzione può sminuire l’«aura» di un oggetto. Definisce quello che Harnden fa «ineffabile e reale», sottolineando che, in «un mondo con sempre più rumore», sta cercando di creare il suo suono personale e chiaro. «Uno così, in qualsiasi campo, di questi tempi è raro e fondamentale come il leopardo delle nevi», conclude l’attore.

I vestiti di Harnden sono indossati anche da Brad Pitt, Daniel Day-Lewis e John Galliano, che nel 2010 ha dichiarato «compro tutta la mia roba da lui». «È molto Greta Garbo», ha detto a WWD. «Non riesco a contattarlo. Credo che viva in Inghilterra, in riva al mare». WWD ha pubblicato poi The Mysterious Paul Harnden, un pezzo in cui Adrian Joffe, coniuge di Rei Kawakubo e direttore del retailer Dover Street Market, che vende Harnden, ha detto che è «oltre la moda». Ho cercato inutilmente un numero di telefono, un indirizzo e-mail, qualunque cosa potesse condurmi ad Harnden. Il suo sito web non riporta i contatti; soltanto una pagina bianca, con un testo confuso: ^8m*+,J1/4%?@p=~#3Kf. L’ho digitato in Google, sperando potesse essere un indizio, e non ho trovato nulla tranne un post su un blog, del 2010, di qualcuno che si lamenta di come sia impossibile contattare Harnden. Alla fine, ho provato con Instagram, stupito di scoprire che lo stilista ha un account (non segue nessuno e posta solo occasionalmente: immagini sgranate o fotogrammi dei corti spesso impenetrabili o spaventosi che crea per presentare i suoi vestiti). Mentre digitavo un messaggio intriso della disperazione di uno che cerca di convincere una ex dopo essere stato respinto («Vorrei solo parlare»), mi sono reso conto che i social media erano probabilmente il canale meno probabile per ingraziarmi Harnden. Chi veste Paul Harnden tende a parlare dei suoi abiti come Strong: in termini filosofici. Per quelli che non lo sanno, la cosa da capire è che i capi dello stilista non sembrano mai e poi mai nuovi. Le punte delle sue scarpe tendono a incurvarsi all’insù, come plasmate nel tempo dal piede, dall’andatura, dalla fatica. Ciò non vuol dire che i suoi articoli appaiano vecchi o consunti, più che altro sembrano resti di un altro tempo. A fine gennaio, con i miei direct su Instagram rimasti senza risposta, mi sono rivolta a StyleZeitgeist, rivista online per maniaci della moda semi-gotica salita alla ribalta alla fine degli anni ’90 (stilisti come Carol Christian Poell, Carpe Diem e Rick Owens). Sui forum del sito, il tema Paul Harnden conta un’ottantina di pagine, 1.644 post. Alcuni informano entusiasti gli altri fan di nuovi lanci di articoli Harnden. Alcuni lamentano il fatto che il canale mainstream — le celebrità, la stampa — abbia iniziato a occuparsene. Altri prendono in giro le lamentele, di per sé noiose. «Rovina forse la fantasia che “sono uno spazzacamino vittoriano”?», provoca un post. C’è molto gossip, molta speculazione, molti sfoghi. Un utente fornisce una fotografia che mostrerebbe Harnden in carne e ossa, in un pub di Brighton. «Una leggenda del cavolo», scrive tal Silver. Un altro utente cita Harold Pinter che parla di Samuel Beckett: «Più mi sfrega il naso nella merda, più gli sono grato».

Il fondatore del sito web, Eugene Rabkin, mi ha detto nel lontano 2006, quando lanciò i forum, che Harnden piaceva perché sembrava esistere «al di fuori del sistema moda». Il suo rifiuto di farsi coinvolgere dalla fama o dall’avanzata del digitale poteva essere interpretato come un rifiuto di tutto quello che il mondo moderno veniva a lodare nella crescita di un’attività di nicchia a pilastro della cultura pop. «All’epoca era un unicum; nessun altro faceva il look da contadino dell’Ottocento, ma super costoso», spiega Rabkin. «Era l’opposto del lusso dozzinale». 
«In effetti, una volta ho intervistato Wim Wenders», continua a raccontare riferendosi al celebre regista tedesco. «E la prima cosa che commentai fu il fatto che indossava un blazer Paul Harnden, e lui mi lanciò un’occhiataccia, del genere: “Lo sai che di questo non si deve parlare”».

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