domenica, Maggio 19, 2024

Sundown è al cinema e Tim Roth ci spiega perché (anche lui) non sa resistere ai film spietati di Michel Franco

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C’è qualcosa della verità del teatro nel suo cinema: assisti a un accadimento, lo senti terribilmente reale, ma al contempo ma la contempo hai l’impressione che sia molto simbolico… Su di lui l’espressione “realismo magico” suona davvero bene
Concordo e credo che sia quello che il cinema dovrebbe fare, quello che io cerco nel cinema. Da questo punto di vista, quello che fa è molto moderno e insieme classico. Sembra che esca dall’epoca in cui lavorava Fellini. Il modo in cui procede Franco sarebbe perfetto in quegli anni. Al contempo è puro Michel Franco, una creatura assolutamente contemporanea. Adoro questa dicotomia.

Un’altra cosa pazzesca dei cinema di Franco è come tutto parli. La natura o il design in una stanza, non sono mai sfondo e nemmeno dettaglio, sono qualcosa che inquadrata al momento giusto si fa viva.
Qui, in Sundown, il sole stesso è un personaggio e in un ruolo tutt’altro che secondario. L’uomo nei cui panni mi sono calato per questa storia è in totale connessione con il sole, ne subisce l’influenza ma non è solo quello… Col sole ha un rapporto che il pubblico vede in evoluzione. In Franco il paesaggio stesso parla, è politico e spesso è usato a mostrare il privilegio (bianco o di casta economico-sociale), la corruzione, l’uso militare della pubblica sicurezza schierata in opposizione alla gente. Il mio personaggio, un europeo caucasico, si muove lungo tutto questo e lo mette in risalto, è un reagente rispetto al paesaggio naturale e umano in cui si muove, il pubblico, la sua cartina di tornasole.

Il processo con cui Michel Franco lavora si basa sul porsi domande e al contempo il suo cinema sveglia lo spettatore, mettendolo costantemente sotto pressione e portandolo a farsi domande su domande… Quindi, che risposte ti sei dato da attore e spettatore rispetto al senso finale della storia narrata da Sundown?
Effettivamente anch’io, alla fine, mi ritrovo a dover interpretare, come il pubblico, il film. 
Conosco il mio personaggio quando recito, conosco le sue motivazioni, che tipo è, ma l’assenza di dialogo, il fatto che non ci sia musica di commento (che agevola le reazioni emotive), lascia grande libertà interpretativa, per cui alla fine il film prende il senso che tu, spettatore, gli dai. Biograficamente, quello che si vede in sala è il frutto di una lunga conversazione privata tra me e Michel ed è ciò che ti arriva da quello che abbiamo fatto. E ciò che ti arriva è sicuramente più interessante di ciò che avevamo deciso a monte. 

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