mercoledì, Maggio 22, 2024

Perché crescono le persone che si infettano di nuovo con il coronavirus

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Molte persone hanno preso Covid-19, a dispetto dell’elevato tasso di vaccinazione in Italia. I vaccini, per quanto efficaci contro la malattia grave, non lo sono altrettanto contro le infezioni. Allo stesso modo neanche aver già preso il coronavirus protegge del tutto dal rischio di riaverlo: può accadere, infatti, di risultare di nuovi positivi dopo aver avuto la malattia. Un rischio che sappiamo esistere già dai primi tempi della diffusione del coronavirus, quando le reinfezioni venivano considerate abbastanza rare. Oggi così rare non lo sono più, ma è pur vero che da allora la situazione epidemiologica è completamente cambiata, così come l’evoluzione del virus.

Le reinfezioni in Italia

Nell’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul monitoraggio delle infezioni e dell’efficienza vaccinale si parla infatti di una percentuale di reinfezioni pari al 4,1% di tutte quelle segnalate nell’ultima settimana. Percentuale in crescita rispetto al 3,5% della settimana precedente. Nota: si parla in questo caso di reinfezioni per nuove positività a distanza maggiore di 90 giorni dalla precedente o minore di 90 giorni se con ceppo diverso (se è stata effettuata la genotipizzazione del virus). 

I dati dell’Iss si riferiscono essenzialmente al primo caso e il rischio non è lo stesso per tutti: alcune fasce della popolazione sono più colpite di altre, e le donne più degli uomini. Non a caso: la maggior incidenza di reinfezioni nelle donne è spiegabile con una maggior loro presenza in ambito scolastico e come caregiver (condizioni in cui i contatti e gli screening sono più frequenti). Allo stesso modo il rischio aumenta per gli operatori sanitari e i giovani, più a rischio e più attivi socialmente. Ma a maggior rischio di reinfezione sono anche coloro che hanno avuto Covid-19 o che si sono vaccinati da più tempo. A conferma di come la protezione da eventuali infezioni acquisita sia con immunità naturale che vaccinale, che combinata, scemi nel tempo. Anche abbastanza velocemente in alcuni casi.

A livello aneddotico non mancano infatti segnalazioni di nuove infezioni anche a distanza di poco tempo da una precedente positività. Quelle che, secondo la definizione adottata dalla nostra nota ministeriale, sarebbero imputabili dunque a infezioni con ceppi diversi di virus. Non semplici da identificare, appunto perché richiedono caratterizzazione genetica del ceppo virale, di certo non routinaria nella pratica clinica. Ma necessaria. Il sequenziamento per l’identificazione di una nuova variante nel giro di 90 giorni dalla precedente infezione, ricordano gli autori di un report appena pubblicato dai Centers for disease control and prevention (Cdc), serve a escludere una lunga permanenza nel corpo del primo coronavirus preso

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