martedì, Maggio 21, 2024

Cosa sappiamo degli azzardi dei russi a Chernobyl

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Lviv – L’ex centrale nucleare di Chernobyl, fuori uso dal grave disastro del 1986 e da allora gestita dall’Ucraina, è stata per settimane lo sfondo di uno dei più pericolosi e surreali attacchi della Russia. Il 31 marzo le truppe di Mosca hanno lasciato l’area – attraversata con l’intento di raggiungere la capitale ucraina Kyiv – e il 2 aprile la bandiera gialle e blu è tornata a sventolare sull’ex centrale. È iniziato in quel momento un lungo processo di verifica dei danni, con l’emersione in questi giorni di sempre più testimonianze sul comportamento azzardato dei russi, e ci si sta interrogando sul futuro di quello che resta uno dei luoghi più delicati d’Europa.

Sebbene Chernobyl resti un sito per lo più disattivato e i reattori siano spenti da decenni, una forza lavoro di decine di persone continua a operare nell’area per occuparsi delle ultime, complicate fasi di smantellamento e bonifica dell’impianto. Nonostante le raccomandazioni degli scienziati ucraini che tuttora lavorano all’ex centrale – contenuta all’interno della famigerata zona di esclusione – i soldati russi non avrebbero rispettato neppure i minimi standard di sicurezza durante, sconquassando terreni tossici con bulldozer e carri armati, scavando trincee e bunker  ed esponendo sé stessi e altri a dosi di radiazioni potenzialmente dannose.

Una situazione che Valeriy Simyonov, responsabile della sicurezza del sito di Chernobyl, così ha sintetizzato in un’intervista al New York Times: “Sono arrivati e hanno fatto quello che hanno voluto“. Aggiungendo: “Abbiamo cercato di avvertirli che era pericoloso, ma ci hanno ignorato”.

La presa della centrale

Nel pomeriggio del 24 febbraio le forze russe hanno circondato Chernobyl con carri armati e veicoli corazzati, entrando in Ucraina dal confine con la Bielorussia, situato a circa 16 chilometri di distanza. Circa 170 soldati ucraini che avevano messo in sicurezza l’impianto sono stati condotti nei sotterranei e tenuti prigionieri. Ingegneri, supervisori e altro personale tecnico sono stati costretti a continuare a lavorare per settimane, senza possibilità di tornare a casa.

Nei giorni successivi le squadre dell’agenzia russa per l’energia atomica Rosatom sono state fatte entrare per un sopralluogo: con un interrogatorio molto brusco hanno voluto sapere come veniva gestita la struttura, le informazioni su tutte le procedure, i documenti riservati e le operazioni. A raccontarlo è stato Oleksandr Lobada, un supervisore della sicurezza dalle radiazioni alla stazione. A metà marzo è stata tagliata l’alimentazione principale una piscina di raffreddamento che conserva le barre di combustibile nucleare esausto, subito compensata dai generatori d’emergenza. Ed è stato diffuso il racconto di un soldato russo che avrebbe maneggiato senza guanti un oggetto che conteneva cobalto-60 (un materiale estremamente pericoloso) custodito in un deposito: nel giro di pochi secondi il contatore Geiger, lo strumento che misura la radioattività, aveva segnalato livelli altissimi.

Nonostante la situazione eccezionale, il personale di Chernobyl ha potuto continuare il suo lavoro di controllo e manutenzione, in un sito che seppur non attivo immagazzina tuttora le scorie radioattive del peggior disastro nucleare di sempre, che ha accelerato, secondo alcuni studiosi, il crollo dell’Unione Sovietica. I livelli di radioattività nella maggior parte della zona di esclusione di 28 chilometri intorno alla centrale nucleare, a 36 anni dall’incidente, pongono rischi minimi, equivalenti a un volo aereo ad alta quota. Dal 1986 a oggi sono stati spesi miliardi di dollari per ripulire e contenere ulteriori contaminazioni. 

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