domenica, Agosto 14, 2022

Dalla Toscana alla Sardegna, la storia delle miniere italiane in 90 siti-museo

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Sapevate che Camillo Benso Conte di Cavour nel 1853 costituì la “Società Anonima L’Esploratrice” per lo sfruttamento della miniera di Saint-Marcel dell’allora Regno sardo? E che Leonardo da Vinci fece degli studi su alcune particolari tecniche estrattive utilizzate nelle miniere di Dossena (Bg), accompagnati dalla minuziosa mappatura della zona? Ancora che il monte Rosa conserva nelle sue viscere uno dei giacimenti d’oro più grandi d’Europa? Queste e altre storie sono rivelate dal giornalista Giuseppe Ortolano nella sua “Guida alle miniere italiane. 90 siti turistici da scoprire” – Morellini Editore, un vademecum prezioso per scoprire siti minerari dismessi, abbandonati e dimenticati ma visitabili (in molti casi ci si deve accontentare di vedere dall’esterno gli imponenti edifici dei complessi minerari abbandonati e in attesa di recupero). Un libro da consultare anche in vista della XIV edizione della Giornata Nazionale delle Miniere che si celebra il 29 maggio, promossa per diffondere il valore e il significato culturale del turismo geologico.

Attraverso le pagine, infatti, si fa un viaggio da Nord a Sud (le miniere sono ordinate per regioni). Così in Val d’Ayas, nei pressi del paese di Brusson, si incontra la miniera di Chamousira Fenilliaz, la più importante miniera d’oro della Valle d’Aosta con un’estensione in sotterraneo di circa 1600 metri.  Si pensa fosse nota già nel basso Medioevo e poi sfruttata nel XVI secolo a opera di minatori tedeschi e, più intensamente, da vari concessionari a partire dal 1899, per chiudere definitivamente negli anni Ottanta del Novecento. Il tour guidato della durata include un percorso nella galleria al livello 7 del filone Fenilliaz.

Nel XX secolo Predoi (Bz) era ancora al terzo posto in Italia per importanza nell’estrazione del rame. Oggi l’attività estrattiva è cessata e si può entrare nel cuore della miniera a bordo di un trenino, con il quale si percorrono i primi 940 metri. Si prosegue poi a piedi lungo diverse gallerie su due livelli. La miniera è anche sede di un Centro Climatico grazie al particolare microclima che procura benessere per diverse patologie delle alte vie respiratorie.

Miniera di calamita, Capoliveri (LI)

Miniera di calamita, Capoliveri (LI) 

La barite, usata anche in campo medico, è la protagonista delle Miniere di Primaluna (Lc) dove è stata estratta dalla metà dell’Ottocento fino in tempi recenti (era il 2012). La visita inizia entrando in alcune gallerie della miniera Nuovo Ribasso, dove s’incrocia un filone mineralizzato di barite dal caratteristico colore bianco. Durante il cammino vengono illustrate  macchine e modalità di escavazione. Grazie a una serie di scalette è possibile salire lateralmente, per alcuni metri, nella galleria verticale posta di lato e affacciarsi direttamente sulla grande caverna. Nel Parco Archeominerario di San Silvestro, Campiglia Marittima (Li)?, invece, la galleria visitabile, lunga 360 metri, è una delle poche dove sia ancora possibile mettere a confronto le tecniche estrattive antiche, del periodo etrusco e medievale, con quelle moderne, dell’Ottocento e del Novecento. Il percorso si conclude con una sosta ai resti di Rocca San Silvestro, un villaggio medievale abitato da minatori e fonditori di metallo, sorto fra il X e l’XI secolo per iniziativa signorile dei conti della Gherardesca, con lo scopo di sfruttare i ricchi giacimenti locali di rame e piombo argentifero della zona. Ortolano ha arricchito il testo con una scheda iniziale in cui è indicato il minerale estratto e le informazioni utili per organizzare la visita e con approfondimenti e curiosità. S’impara che il numero dei lavoratori della miniera di Cabernardi a Sassoferrato (An) raggiunse i 840 dipendenti e nei mesi iniziali del 1952 la manodopera occupata era di circa 1.400 operai, con una produzione media di 870 tonnellate di zolfo. Il parco archeominerario permette di avvicinarsi a buona parte delle strutture fuori terra, tra cui i calcaroni, i forni Gill, la centrale a vapore, il piano inclinato per il traino dei vagoncini, la galleria di servizio e l’ingegneristico pozzo Donegani.

E se è vero che i greci portavano la pirite come amuleto (forse per la sua proprietà di sprigionare odore di zolfo quando percossa) e gli incas ne facevano degli specchi, ecco che Gavorrano (la cava di pietra era la più importante d’Europa, gestita dalla Montecatini Edison Spa, poi trasformata in Montedison) rimane un polo di attrazione come centro del Parco Minerario Naturalistico, ricavato nel tunnel che aveva la funzione di deposito degli esplosivi e inserito nel Parco Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere Grossetane. Una curiosità? Nel Medioevo la pirite veniva confusa con l’oro ed era quindi chiamata “oro degli sciocchi”.

Più famoso e scenografico è il complesso minerario di Masua in Sardegna, dal quale si estraevano principalmente minerali contenenti piombo. Lo chiamano “la miniera nel blu”, scolpita nella roccia come un monastero tibetano che sbuca sul mare: la terrazza da cui si può godere un panorama da sola vale il viaggio. Seicento i metri da percorrere. Nel buio, illuminato solo dalle torce, la roccia brilla con i minerali di calcite e s’intravedono le scritte lasciate dai minatori, incise con il punteruolo. Del resto la cittadina sarda è terra di minatori e dell’attività estrattiva che si è sviluppata in questo territorio negli scorsi millenni, sono rimaste importanti testimonianze. Da un po’ di tempo è stato ricreato anche il “Cammino minerario di Santa Barbara”, patrona dei minatori, costante presenza negli edifici di culto e nelle chiese vicino alle vecchie miniere dismesse. Un itinerario di quattrocento chilometri che mette in collegamento tutte le miniere e i villaggi minerari abbandonati della Sardegna sud-occidentale, lungo i paesaggi tipici modellati dal vento e dal sole. Degna di menzione anche l’attività estrattiva di Monteponi. «L’attuale imponente villaggio minerario, situato a pochi chilometri da Iglesias, prese forma a partire dalle concessioni di metà Ottocento e nel periodo aureo arrivò a ospitare più di mille operai. Abbandonato dopo la chiusura della miniera negli anni Novanta del Novecento, il luogo si è trasformato in un affascinante villaggio fantasma», sottolinea l’autore del volume. Tra i numerosi edifici si distinguono l’elegante palazzina Bellavista, sede della direzione; gli alloggi per i minatori; gli spacci e alcune laverie per la cernita dei minerali. Dipinto su una parete del palazzo della foresteria si ammira il grande affresco di Aligi Sassu realizzato nel 1950 e dedicato alla vita di miniera. Gli ex magazzini ottocenteschi di Monteponi oggi, inoltre, ospitano l’Archivio Storico Minerario che accoglie documenti, planimetrie, studi geologici, libri, riviste, testimonianze e altro materiale dedicato ai minatori, al progresso tecnologico negli impianti minerari, alle vicende sindacali e alle lotte operaie. Del patrimonio fanno parte anche oltre duemila modelli in legno realizzati dai falegnami modellisti nel corso del Novecento, custoditi in un locale adiacente allo stesso archivio minerario e in via di valorizzazione.

Ogni miniera tra le novanta segnalate è accompagnata dall’indicazione di un agriturismo, locanda o albergo dove poter pranzare o anche alloggiare. Non manca un’appendice con l’elenco dei minerali, loro caratteristiche e usi, presenti nei vari siti.

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