domenica, Luglio 3, 2022

Festival di Cannes 2022: riflessioni finali

Must Read

Questo articolo è stato pubblicato da questo sito


Chiariamo, prima di tutto, due punti, emersi erroneamente, nell’introduzione della nostra guida ai film. La Croisette, da giovedì 19 maggio, è stata il via vai di fiumi di gente che, con uno spirito gioioso hanno riempito bar e ristoranti, alberghi ed appartamenti, (anche i più improbabili come quello dove alloggiavo io), sale cinematografiche, vari punti di ritrovo. In questo senso, Cannes 2022 ha rappresentato un vero e proprio ritorno alla vita, un ritorno ai numeri, allo spirito, all’entusiasmo del 2019. La pandemia è finita? Forse no, anche se vedere sale con oltre 2.000 posti gremite con gli spettatori che al 90% non indossavano la mascherina, migliaia e migliaia di persone assembrate in pochi metri quadrati, ha fatto un certo effetto, ha restituito un senso ed una sensazione di ritrovata normalità come non accadeva da oltre due anni.

Altro punto. Il sistema di prenotazione online dei biglietti. A Venezia 2021 aveva miseramente fallito, con gli organizzatori che, dopo aver cullato la speranza, per un’estate intera, di avere una capienza al 100% hanno dovuto riparare su una capienza ridotta avendo, però, già accreditato 10.000 tra giornalisti ed addetti ai lavori. Un brutto precedente che aveva creato preoccupazioni che sono diventate concrete quando per tutta la giornata di martedì 17 maggio il sistema non ha funzionato, obbiettivo, secondo gli organizzatori, di un attacco premeditato di hackers. Da quel momento, però, il sistema non solo ha funzionato perfettamente, consentendo di prenotare tutti i film, anche per i possessori di accrediti meno prestigiosi, a tutte le ore e con diverse opzioni, ma ha rappresentato una vera svolta. Chi, come il sottoscritto, frequenta Cannes da oltre vent’anni, sa che le file per accedere alle sale, a volte, potevano protrarsi per ore, per poi vedersi negato l’accesso per una manciata di posti. Il ticketing online permette di arrivare quindici minuti prima e vedere in tutta tranquillità il film. Questo significa più tempo per incontri al Marché, per scrivere, per vedere più film, per vivere con meno frenesie e maggior lucidità di giudizio il festival.
Ci auguriamo, quindi, che l’esperimento si ripeta, non solo a Cannes, ma anche a Venezia.

Occorre essere altrettanto chiari, a questo punto, nel dire che la 75esima edizione del festival di cinema più importante al mondo non è stata delle migliori da un punto di vista prettamente qualitativo.
La Semaine, sotto la direzione esperta del veterano Charles Tesson ha presentato titoli interessanti, come Next Sohee e Aftersun. La Quinzaine, al contrario, ha zoppicato, con molti film inutili, scentrati, tranne qualche rara eccezione, come l’ultimo film di Mia Hansen-Løve con l’onnipresente Léa Seydoux e 1976 di Manuela Martelli. Una volta la Quinzaine era davvero terreno di grandi scoperte o territorio dove venivano accolti registi, per mille motivi, non amati dai selezionatori del concorso. In vista del prossimo anno, occorrerà fare una ricognizione, anche tra chi la Quinzaine la organizza.

Si sa che Thierry Frémaux è ben più di un ‘delegato generale’. Da vent’anni è il padre padrone di Cannes. Istrione, egocentrico, solipsistico, ama creare un concorso dove tre quarti dei film sono diretti da ex vincitori del festival o da nomi ultranoti. Se questo permette una grande ed immediata visibilità e riconoscibilità in fase promozionale, spesso il metodo tarpa le ali ai nuovi talenti o, peggio, ci propone film di registi cotti, bolliti o che, più semplicemente, quella volta, non hanno realizzato il capolavoro della vita. Grandi cineasti come Mungiu, Kore-eda, Martone, Desplechin, Claire Denis (incredibilmente premiata dalla giuria) possono non essere al meglio. Se a questo si aggiunge l’ostinazione a voler proporre i film di Valeria Bruni Tedeschi, dei cotti fratelli Dardenne, o di un ex grande come Skolimowsky, ecco che il concorso scricchiola, anche perché gli outsider sono davvero pochi. Non ho visto Leila’s Brother e Holy Spider, ma un film come il belga Close ad esempio, ha portato una ventata di freschezza e novità.

La giuria, presieduta da Vincent Lindon, ha misteriosamente ignorato il film più compatto di tutto il concorso, l’autobiografico Armageddon Time di James Gray, che continua ad essere ignorato dopo il riconoscimento nel lontano 1994 a Venezia con Little Odessa; ha assegnato un giusto riconoscimento all’affascinante e perturbante Decision to Leave di Park Chan-wook, e attribuito la Palma d’oro a Triangle of Sadness di Robert Ostlund. Due Palme d’oro in cinque anni (The Square era stato premiato nel 2017) sono effettivamente troppo. Ostlund non è un genio, ma è riuscito a regalarci grandi momenti di cinema surreale, da pochade, come nel magnifico secondo dei tre episodi del film. La sua satira non riesce ad emulare la corrosiva cattiveria di un Ferreri o l’analisi sociale di Bunuel, ma il suo è un cinema autentico, vero.
Se l’esclusione dal palmarès di Crimes of the Future di Cronenberg era inevitabile per un’opera troppo divisiva ed estrema (con grandi pregi però), altrettanto non si può dire per la Kelly Reichardt di Showing Up, bella commedia satirica che prosegue il percorso artistico di una regista autenticamente e fieramente indipendente. D’altronde gli americani non vincono la Palma d’oro dal 2011, anno in cui Robert De Niro premiò Tree of Life di Terrence Malick.

- Advertisement -spot_img
- Advertisement -spot_img
Latest News

Tutti al polo!

 In campo c’è anche Stefano Giansanti, capitano della nazionale italiana di polo che incontriamo prima della partita, e che...
- Advertisement -spot_img

More Articles Like This

- Advertisement -spot_img