domenica, Luglio 3, 2022

Tradurre in immagini la vita reale: intervista a Wang Bing

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In tanti lo descrivono come schivo e lui stesso si definisce una persona riservata. Sicuramente è vero, ma sarà per il tipo di occasione, diverso dal contesto stressante dei grandi festival dove spesso è protagonista (e anche premiato), si dimostra assolutamente di compagnia. A Sassari Wang Bing è stato ospite, per una masterclass, dell’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” che su impulso del direttore Antonio Bisaccia si è aperta sempre più al cinema organizzando anche incontri con grandi autori internazionali. A curarli Lorenzo Hendel, tra le altre cose ex responsabile editoriale della trasmissione Doc3 (lo storico spazio di RaiTre dedicato ai documentari), che da alcuni anni tiene all’Accademia sassarese un corso specialistico sul documentario. “L’infinito della condizione umana” il titolo dato alla masterclass di Wang Bing, un gigante del cinema contemporaneo che noi di LinkinMovies.it abbiamo sempre seguito con attenzione (sul sito è presente uno speciale con recensioni di molti suoi film). Per questioni logistiche il regista cinese è arrivato in Sardegna un giorno prima dell’impegno con gli studenti dell’Accademia e abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo con l’aiuto dell’interprete Laura Cominelli.

È ospite dell’Accademia di Belle Arti di Sassari. Lei che studi ha fatto?
Anche io ho frequentato l’Accademia di Belle Arti, a Shenyang. Però in Cina il percorso di studi accademico è di tipo molto tradizionale, si concentra in particolare sulle capacità di disegnare e dipingere. L’arte contemporanea non è quasi presa in considerazione. Per me, diciamo, ha rappresentato uno spunto iniziale per poi approfondire altre cose.

Il cinema com’è arrivato?
Dopo il diploma ho seguito il corso di direttore della fotografia all’Accademia del cinema di Pechino. In pratica frequentare l’Accademia, i corsi offerti dal sistema formativo, è un passaggio obbligato se si vuole entrare nel settore. Non c’era però grande attenzione per il documentario, si guardavano e studiavano film di finzione.

Anche italiani?
I grandi registi italiani sono considerati dei maestri in Cina. Ricordo che nel mio percorso di studi ho potuto approfondire la conoscenza dell’opera di Pasolini, Fellini, Rossellini. Però l’autore che amo di più, e sento anche più vicino al mio stile, è Antonioni.

Che in Cina ha realizzato il documentario Chung Kuo.
Un bellissimo lavoro.

Lei come si è indirizzato verso i documentari.
Per andare avanti seguendo un percorso come quello che ho fatto io serve basarsi sulla propria creatività e la voglia di arrivare a produrre qualcosa in modo indipendente. Il documentario mi offriva questa prospettiva: pochi soldi, ma grande libertà di realizzazione.

Ma in generale cosa la spinge a raccontare una storia? Ci sono dietro anche motivazioni sociali e politiche?
La cultura in Cina è sempre stata considerata al servizio della società. I funzionari imperiali per esempio erano anche letterati e sapevano dipingere. C’è storicamente questo influsso e ci si aspetta che un autore realizzando un documentario, o anche un film di finzione, risponda a una motivazione di questo tipo. Per me invece l’arte è arte, è fine a se stessa. Non deve servire uno scopo sociale, non deve insegnare nulla. Io sono interessato a mostrare la realtà così com’è senza alcun obiettivo particolare se non quello della verità del racconto, delle vite delle persone.

Lo fa con documentari spesso molto lunghi, una durata che può spaventare il pubblico.
Per poter mostrare la veridicità di una vita serve del tempo. Farlo velocemente, per quelle che possono essere viste come esigenze cinematografiche, rischia di non dare la giusta profondità alla storia e di non restituire il significato delle vite che si raccontano. Non posso quindi pensare che qualcuno guardando un mio documentario si stanchi perché dura tanto. Le persone vivono secondo certi ritmi e soltanto seguendoli si riesce a comprendere la loro realtà. È in fondo una questione di rispetto per le vite delle persone di cui si parla e quello che cerco di mostrare non è solo un racconto esterno, di quello che fanno, ma riguarda anche i loro pensieri e le loro sensazioni.

Quando gira ha già in mente lo sviluppo della storia?
Nella visione tradizionale per realizzare un film bisogna progettare una storia e darle una direzione. A me questa modalità non interessa. Quando comincio a riprendere non ho in testa nulla, non voglio aver alcun controllo sulla storia che deve uscire da sola e raccontarsi. Solo così risulterà vera. Cerco semplicemente di tradurre in immagini la vita reale. Anche per questo il tempo, tornando al concetto di prima, è importante. Senza il tempo necessario la storia non può costruirsi.

In questo senso la rivoluzione digitale, con la possibilità di girare molto di più, quanto è stata importante per lei?
Fondamentale, con la pellicola non sarei mai riuscito a fare i miei film. Ho iniziato a fare documentari con una mini Dv, giravo tutto il giorno. L’unica preoccupazione ero il costo delle cassette.

Il film era Il distretto di Tiexi, un esordio straordinario. Come nasce quest’opera monumentale di oltre nove ore?
Conoscevo la zona avendo frequentato l’Accademia di Belle Arti a Shenyang. Tutto è cominciato filmando la ferrovia del complesso industriale, poi sono entrato in contatto con le persone del posto. Con la pellicola non avrei potuto realizzarlo, di certo non in maniera così completa e dettagliata. Le nuove tecnologie hanno dato molta più libertà produttiva e il fatto di poter girare quanto si vuole permette anche di valorizzare la veridicità di una storia.

A proposito di libertà, è mai stata limitata nel suo lavoro da regista?
Ho sempre messo in pratica la mia libertà artistica. Certo, più in generale, la libertà deriva anche dalla società e dall’ambiente i cui vivi e non sempre è possibile fare quello che si vuole. In questo senso l’ambito del documentario è sicuramente più libero e meno controllato. Nel cinema di finzione bisogna fare i conti con un condizionamento che può arrivare dall’alto e la censura. Oltre alla questione economica che influisce sulla libertà produttiva.

Però nella sua filmografia c’è anche un’opera di finzione, The Ditch che nel 2010 a Venezia fu il film a sorpresa del concorso.
Con questo film, che è basato su un’opera letteraria di Yang Xianhui, ho cercato di raccontare una pagina di storia (la deportazione nel deserto del Gobi dei dissidenti di destra alla fine degli anni Cinquanta) nella maniera più veritiera possibile. Devo dire che è stata davvero una fatica, ci ho messo circa cinque anni a farlo. Sembrava non prendere mai forma e soprattutto nel realizzarlo non ho sentito la libertà d’azione che ho invece nel documentario. È stata un’esperienza importante per mettersi alla prova con cose diverse e mi ha fatto capire quanto la strada del cinema di finzione sia difficile e presenti dei limiti. Limiti che non voglio accettare.

Vuol dire che non farà mai altri film di finzione?
Esatto. Al momento non ho alcuna intenzione di farne altri. Ricordo che durante la fase di realizzazione di The Ditch visto che i tempi si allungavano sono andato avanti con il mio lavoro da documentarista, mettendo molte energie su un progetto costruito con interviste che ho terminato soltanto diversi anni dopo: Dead Souls che è stato presentato a Cannes nel 2018. Mi dava molta più soddisfazione lavorare al documentario che al film a soggetto.

Insomma rispetto agli attori preferisce avere a che a fare con le persone: ma come si approccia ai protagonisti dei suoi documentari che tra l’altro a volte vivono in condizioni particolari per non dire estreme?
L’approccio a volte può essere diretto con uno scambio di opinioni e a volte indiretto e serve del tempo per entrare in contatto. E non è detto che questo contatto si esprima a parole. Il rapporto con un’altra persona nasce soprattutto tramite ciò che senti e non quello che vedi. Il fatto che come documentarista venga o meno accettata la tua presenza è una cosa che viene dal cuore. Le persone che sono protagoniste delle storie che racconto rappresentano per me dei compagni di viaggio. Faccio sentire la mia vicinanza, ma non forzo niente. Non avanzo mai richieste, lascio che siano libere di essere se stesse in ogni momento delle riprese, che la loro vita scorra. Anche lo spettatore che poi vedrà il documentario sarà così più disposto a seguire quello che viene proposto. A entrare nella vita degli altri seguendo il loro ritmo e modo di essere.

Terminata l’intervista è ora di pranzo e non ci facciamo pregare quando gli organizzatori dell’Accademia di Belle Arti ci invitano al ristorante dove hanno deciso di portare Wang Bing a mangiare. A tavola la chiacchierata così continua, più informale. Mentre consuma con soddisfazione un piatto di linguine ai frutti di mare, “Il cibo italiano è meglio di quello francese” (ci dice che vive temporaneamente a Parigi), parliamo di Jia Zhang-Ke che è originario come lui della provincia dello Shanxi, di altri suoi film, ci mostra la foto della figlia più piccola sul telefonino e ci racconta anche il periodo non facile dell’adolescenza segnata dalla morte del padre. Alla fine del pranzo, visto che sino al giorno dopo è libero, proponiamo un giro al mare. Andiamo così ad Alghero (dov’è stata scattata la foto che vedete in alto) e tra una cosa è l’altra scopriamo la sua passione per l’architettura e l’amicizia che lo lega a Béla Tarr quando gli diciamo che il grande regista ungherese era stato proprio ad Alghero per un festival qualche anno fa. Dopo aver passeggiato un po’ per il centro storico, molto apprezzato, nel tardo pomeriggio riportiamo Wang Bing nel suo albergo a Sassari. L’indomani sarà impegnato con gli studenti che avranno la fortuna di partecipare alla sua masterclass. Per noi passare una mezza giornata con lui è stata un’esperienza speciale.

(Wang Bing con il curatore dell’incontro Lorenzo Hendel)

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