martedì, Luglio 23, 2024

Microchip per la patria: lo strano caso di Arm in Cina

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La Cina ha fame di microchip e le società tecnologiche occidentali negli anni hanno realizzato ottimi guadagni grazie alla crescita del colosso asiatico. Eppure, gli affari non sono sempre semplici. Anzi, le peculiarità del paese e le sue ambizioni politiche possono diventare un vero e proprio dilemma, come ci ricorda la lunga e bizzarra vicenda che per due anni ha sconvolto Arm.

Arm è uno degli attori tecnologici più importanti nel settore dei semiconduttori. La società britannica si occupa di brevettare design per microchip che poi concede sotto licenza alle imprese che invece i semiconduttori li producono: nel 2020 Arm rappresentava più del 40% dei ricavi a livello globale per quanto riguarda le proprietà intellettuali utilizzate per costruire microchip. La società è proprietà del colosso giapponese Softbank e nel 2018 aveva deciso di istituire una propria joint venture in Cina, denominata Arm China, assieme a un consorzio di investitori cinesi cedendo loro il 51% delle azioni della joint venture. Le operazioni cinesi sono estremamente importanti per la società britannica, dal momento che nel 2021 hanno reso 700 milioni di dollari e le previsioni per quest’anno toccano i 900 milioni di dollari. In sostanza, la crescita di Arm China sul mercato cinese rappresenta gran parte della crescita globale di Arm negli ultimi anni. 

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Un conflitto in casa

Il problema per la società di Cambridge è che per due anni la joint venture cinese ha fatto la guerra alla propria casa madre. A condurre la rivolta della sussidiaria cinese è stato il Allen Wu, lo stesso amministratore delegato di Arm China. Nel 2020 il consiglio di amministrazione aveva scoperto che il capo della sussidiaria era implicato in un grave caso di conflitto di interessi e così in giugno aveva votato per la sua rimozione. Wu però non ha accettato la decisione ed è passato al contrattacco. Detenendo il possesso fisico dei sigilli con cui vengono timbrati i documenti ufficiali dell’impresa, l’amministratore delegato ha rifiutato di farsi da parte e ha sostituito il personale della dirigenza con sue persone di fiducia. Nel mentre Wu ha anche avviato tre azioni legali presso il tribunale di Shenzhen contro la decisione della propria impresa, che hanno a tutti gli effetti bloccato la sua rimozione finché il giudice non si sarà pronunciato sul caso: a oggi non è stata indetta ancora nessuna udienza del processo. Wu quindi per circa due anni è rimasto iscritto nei registri ufficiali di Shenzhen, dove la joint venture ha sede, come il suo rappresentante legale nonostante la pressione da parte della casa madre.

Questa situazione è stata per Arm e Softbank un rompicapo di enormi proporzioni, in particolare dopo che l’accordo tra Softbank e Nvidia per la cessione di Arm è stato ostacolato all’antitrust statunitense, britannico ed europeo. Il colosso giapponese ha iniziato a perseguire un’altra strada, decidendo di quotare Arm in borsa tramite una offerta pubblica iniziale entro marzo 2023. Da questo punto di vista, però, la ribellione di Wu era ancora più problematica perché l’anno scorso l’amministratore delegato di Arm China ha impedito alla casa madre di rivedere i propri libri contabili. Detenendo il 47,3% della joint venture, difficilmente Arm si sarebbe potuta lanciare sulla borsa di New York senza un’effettiva revisione dei conti della sussidiaria cinese, che genera circa un quinto del reddito complessivo della società. Tanto più che Wu a inizio anno ha cominciato a ventilare l’idea di organizzare una propria offerta pubblica iniziale per quotare Arm China sulla borsa di Hong Kong o Shanghai, separatamente dalla casa madre. 

Arm è dovuta ricorrere a uno stratagemma per rispettare le scadenze prefissate per potersi quotare in borsa a New York. A fine marzo la società britannica ha iniziato a trasferire la gran parte delle proprie azioni in Arm China a una società veicolo di Softbank: il rapporto di Arm con la joint venture sarebbe rimasto intatto per quanto riguarda gli accordi sulle licenze in Cina (che forniscono un gettito alla casa madre), ma la proprietà in mano alla società britannica sarebbe calata in modo talmente sostanziale che ai fini contabili la partecipazione azionaria sarebbe potuta essere catalogata come un investimento e non come una sussidiaria. Secondo alcune fonti sentite dal Financial Times, la quota di Arm in Arm China sarebbe dovuta scendere al di sotto del 10%.

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La caduta dell’amministratore delegato

Il disinvestimento dalla joint venture cinese è stata la chiave per sbloccare la situazione. Nel giro di poche settimane, le autorità di Shenzhen si sono attivate per accettare la documentazione di Arm e rimuovere Wu come rappresentante legale. Il 28 aprile il suo nome era sparito dai registri ufficiali e al suo posto il consiglio di amministrazione nominava Liu Renchen come nuovo capo della joint venture, affiancandogli Eric Chen come co-amministratore delegato. Col benestare della autorità cinesi, Liu è stato registrato come nuovo rappresentante legale di Arm China e gli è stato dato il nuovo sigillo ufficiale dell’impresa.

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