sabato, Agosto 13, 2022

50 anni fa la prima console per videogame: ecco l'incredibile storia dell'invenzione

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Lui, all’inizio, l’elettronica l’aveva studiata per corrispondenza, sottraendo due dollari e cinquanta alla sua paga settimanale da operaio. Per poi aprire tre negozi sulla newyorkese Lexington Avenue e quindi partire militare nell’Europa devastata dalla Guerra mondiale, ingaggiato dall’intelligence statunitense col compito di interrogare – come un vero bastardo senza gloria – i prigionieri di guerra tedeschi. 

Tornato in patria con un’immensa collezione di armi raccolte sulle spiagge della Normandia subito dopo il D-Day, nel 1951 si laurea in ingegneria televisiva, primo studente Usa a conseguire il neonato titolo accademico, e si mette a costruire monitor e apparecchi di varia natura per aziende legate alle grandi commesse militari. Nel 1966, guardando annoiato l’ennesima replica di Lassie, concepisce l’idea di trasformare la televisione da oggetto di ricezione passiva a soggetto attivo, con cui giocare e interagire. 

Alla Sanders Associates Bear coordina 500 tra ingegneri e tecnici, e senza dire nulla ai capi modifica la serratura di una stanza – chiamata tra gli adepti la Game Room – dove vengono sviluppati e assemblati i primi controller con pomelli laterali e tasto “reset”, oltre a un hardware fatto ti diodi e transistor, cartucce per i giochi e schede grafiche in grado di produrre immagini dando e togliendo impulsi elettrici al sistema, che le inviava al televisore come fossero ombre cinesi. Nella stanza segreta vengono costruiti sette prototipi, l’ultimo dei quali, nel 1971 (una copia è custodita al MoMa di New York) viene acquistato dal produttore di televisori Magnavox. Che l’hanno successivo lo mette in vendita in una strana formula mista, a cavallo tra nuovo e vecchio mondo: 28 videogiochi su cartuccia, ma anche un set fisico di carte, dadi, fiches e dollari finti per incrementare l’esperienza d’interazione. In più, una serie di pellicole colorate di plastica da applicare sul televisore per integrare le possibilità grafiche di una macchina ancora estremamente arcaica e semplificata: una pista da sci, un circuito automobilistico, un campo da football o una gincana, all’interno dei quali i puntini luminosi, muti ma sfavillanti, potevano muoversi. Secondo le pubblicità dell’epoca, ancora afasiche della parola “videogame”, nasceva «il primo parco giochi elettronico a circuito chiuso della storia». 

Evan Amos Vanamo Media

Nell’anno di lancio vengono venduti 69 mila pezzi, pochini, nonostante una campagna imponente. L’anno successivo, 200 mila. Il terzo, 400 mila. Ma l’arrembante sistema dei microchip, destinato a smantellare diodi e transistor, in poco tempo rende la Odyssey una creatura obsoleta: la Atari lancia la home consolle di Pong, un tennis da tavolo con gli effetti sonori incorporati, e l’invenzione di Baer – che intanto s’è messo a lavorare per la concorrenza – scompare dal mercato. 

Nel 1977, all’Hotel Hyatt di San Francisco, viene organizzata la prima conferenza internazionale dei produttori di videogiochi. Quando Baer sale sul palco, viene introdotto da un designer il cui nome si è ora perso nei decenni: «Ralph» disse, «a nome di tutti, grazie di averci creati».

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