martedì, Luglio 23, 2024

Paky, Rhove, Shiva: mai più senza borsello

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A chiudere la sequenza tocca a Shiva, alias Andrea Arrigoni, classe 1999.
T-shirt bianca a maniche lunghe sotto alla camicia rosa confetto a maniche corte. Sì, c’è anche lui, l’accessorio maschile d’ordinanza, lo zainetto nero, modello Josh di Louis Vuitton customizzato con il titolo del pezzo Santana. Non è easy, Aston Martin, Soldi Puliti, Niente da perdere, Pensando a lei e Bossoli, sono invece i pezzi con cui Shiva incendia Piazza Duomo per poi concludere la session insieme ai suoi due colleghi di borsello con le hit Tuta black (con Paki) e La zone (con Rhove).

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Perché la nuova ondata di rapper e trapper si è riappropriata in modo così evidente di un accessorio ambiguo come il borsello? Ovviamente c’entrano i codici dello stile street tipico di una certa periferia italiana, e i più attenti non possono non notare la eco dell’estetica Drill che sta conquistando Londra. Le risposte però si trovano anche in un chiaro refresh dei decenni passati. A fissar dritto negli occhi i padri dell’hip-hop e del rap degli anni ‘80 e ’90 americani, gli artisti che hanno dato voce a stuoli di generazioni emarginate partite inesorabilmente dal basso, è tutto molto più chiaro. Il fenomeno musicale nato dalla strada, una volta arrivato in cima alle classifiche, ha innescato parallelamente anche la mutazione di quell’estetica basica e sportiva in una versione via via sempre più sfacciata e massiccia, logata e ricca, in nome di una riaffermazione identitaria all’interno di quello schema sociale prettamente bianco. Rappo, vesto, dunque sono. Dapper Dan, il designer afroamericano che negli eighties ha contribuito a dare dignità valoriale a rapper e musicisti afroamericani attraverso la creazione di pezzi unici grazie a manipolazione di loghi, stampe, mescolanze africane e decorazioni ultra kitsch, oggi potrebbe riconoscere tracce familiari nel tentativo ibrido di Rhove impegnati a ricostruire quell’identico percorso. Allora i brand del lusso erano lontani anni luce dal concedere il proprio logo a gruppi come i Run DMC o i Public Enemy: oggi invece è esattamente il contrario. Perché ci si eleva dal basso verso l’alto solo se si è ragazzi col borsello.

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