martedì, Luglio 23, 2024

Men in Black, i 25 anni di una piccola rivoluzione nella fantascienza

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Davvero difficile trovare all’interno del genere fantascientifico un film più originale, scatenato e divertente di Men in Black di Barry Sonnenfeld, uscito il 2 luglio 1997, e passato alla storia come uno dei  blockbuster di maggior successo degli anni ’90. Ma c’è anche qualcosa di più da dire su questo film, e non riguarda il suo essere un perfetto mix tra ironia e azione, l’elemento da buddy movie che ritornava in auge o gli effetti speciali. Di base Men in Black anticipò come sarebbero stati i cinecomic del futuro, quelli che hanno dominato le sale cinematografiche  del XXI secolo. Riabbracciare l’Agente J e l’Agent K, quell’universo kitsch e guascone, il neuralizzatore e la battute da Saturday Night Life, è qualcosa di più di un semplice viaggio nella memoria.

Un perfetto esempio di cinecomic moderno

Cinecomic. Molto spesso ci si che Men in Black è stato soprattutto questo, uno di quelli capaci di raccogliere un successo al botteghino paragonabile a quello che aveva conosciuto Tim Burton con il suo Batman.  Soprattutto, questo film fu in grado di rinverdire il legame tra comics e sala cinematografica, che proprio i flop conosciuti dai due film sul Cavaliere Oscuro di Joel Schumacher parevano aver messo nuovamente in discussione. 

Erano stati due film in tutto e per tutto fedeli agli originali cartacei di quel periodo, gli anni 90, a conti fatti il peggior decennio di sempre per i comics americani. Ed il grande merito da parte di Walter F. Parkes, Laurie MacDonald e sua maestà Steven Spielberg (produttori di Men in Black) fu capire che non sempre la fedeltà alla fonte originale era la strada migliore. Fumetto e cinema sono del resto due medium diversi con due pubblici diversi. 

Gli uomini in nero fanno parte del folklore ufologico da oltre sessant’anni, e la genesi e l’evoluzione di questa leggenda sono forse più interessanti dei sequel dei Mib

Si è trattato di qualcosa che il Marvel Cinematic Universe ha portato ai massimi livelli, bene o male quasi imitando Men in Black per gran parte della sua produzione, scegliendo il disimpegno, sacrificando ove necessario la narrativa d’origine dei personaggi. Il fumetto “The Men in Black” era stato creato da Lowell Cunningham e disegnato da Sandy Carruthers nel 1990. Inizialmente pubblicato per la Aircel Comics (poi acquisita dalla Malibu Comics), diventò infine proprietà indovinate di chi? Esatto, della Marvel. Chiunque abbia letto anche solo un albo di “The Men in Black”, non può negare il fascino di un fumetto dalle atmosfere dark, complottistiche, macabre e violente.  Gli Uomini in Nero lì si interessavano di ogni tipo di attività paranormale sulla terra, tenendo all’oscuro non solo il resto del mondo, ma anche plasmandone il fato crudelmente se necessario. 

Insomma, eravamo in teoria molto distanti dell’atmosfera pop, autoironica e talvolta anche parodistica con cui il film di Barry Sonnenfeld è passato alla storia, incassando 600 milioni di dollari, un cifra record per l’epoca. Un successo di pubblico e critica così unanime, fu dovuto sicuramente alla sceneggiatura di Ed Solomon, capace di creare un mondo colorato, vivace e fantasioso, così come alla regia e gli straordinari effetti speciali. Ma su tutti, forse l’ingrediente segreto fu quello di scegliere come protagonista un giovane e lanciatissimo Will Smith.

Un duo diventato leggendario

Will Smith era passato dall’essere una familiare presenza nelle case americane con la serie cult Willy – il Principe di Bel-Air, allo status di icona internazionale. Smith ancora oggi, a dispetto del putiferio durante l’ultima notte degli Oscar, è il simbolo di quel nuovo corso artistico degli anni ‘90, in cui la comunità afroamericana conquistò il mondo. Dopo Made in America e Sei Gradi di Separazione, era stato Michael Bay a lanciarlo definitivamente con Bad Boys, a legarlo ad un nuovo prototipo di eroe afroamericano, che univa la verve comica di un Eddie Murphy, alla fisicità e sensualità di un Richard Roundtree. Con Indipendence Day la sua fama si fortificò, ma è stato con Men in Black che Smith ha fatto il decisivo salto di qualità. Con questo film diventò anche una star della musica internazionale. E dire che all’inizio per il ruolo dell’Agente J, erano stati presi in considerazione Chris O’Donnell e David Schwimmer, due attori bianchi assolutamente diversi.

Sonnenfeld però intuì che serviva qualcosa di diverso, un volto più connesso alle nuove generazioni e ad un pubblico più trasversale. Ebbe perfettamente ragione perché Will Smith si aggirò all’interno di quel film come una sorta di meteora impazzita, a perfetto contraltare con la rigidità, la durezza e il fare da cowboy urbano vecchio stile di Tommy Lee Jones.
Tanto uno era sopra le righe, spumeggiante e pasticcione, tanto l’altro invece sembrava una sorta di  personificazione di come tutti abbiamo sempre immaginato gli agenti della CIA o dei servizi segreti. L’Agente K di Jones appariva quasi un robot sotto spoglie umane, ma andando più in profondità, il personaggio era anche un grande omaggio ai grandi divi della tradizione dell’hard boiled che fu. 

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