lunedì, Luglio 15, 2024

Cosa ho imparato sulla libertà scrivendo un libro su Raffaella Carrà

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Quando lo scorso dicembre mi è stato proposto di scrivere quello che sarebbe diventato L’arte di essere Raffaella Carrà, libro uscito a inizio giugno per Blackie Edizioni, qualcosa ha fatto clic nella mia testa. Per certi versi era naturale proporre la biografia di una delle artiste più totali e complete del nostro Paese, peraltro icona della comunità LGBTQ+ “suo malgrado” come diceva lei  (nel senso che non si era mai capacitata di aver fatto qualcosa di degno per meritarsi tale titolo), a un giovane giornalista gay che si occupa di spettacoli. E anche il gap anagrafico (Raffaella Pelloni – questo il suo nome vero – era nata nel 1943, chi scrive nel 1988) aveva senso data la portata trasversale e transgenerazionale di una showgirl che è rimasta attuale e contemporanea per oltre cinquant’anni, e lo è ancora oggi, a un anno dalla sua scomparsa avvenuta il 5 luglio 2021.

Ma c’era qualcos’altro che aveva molto senso in questa operazione, qualcosa che io non avevo mai soppesato fino in fondo ma che, al momento di cimentarmi con la pagina bianca (e ancora prima, con lo sgomento vastissimo suscitatomi dalla sua morte), assumeva invece una dimensione limpidissima e cristallina: Raffaella Carrà mi riguardava, mi toccava, mi aveva segnato così come aveva fatto per diverse generazioni di italiani e di italiane. Se io l’avevo “incontrata” la prima volta con Carràmba nel 1995, altri l’avevano seguita dagli esordi di Canzonissima nel 1970, altri ancora si erano visti accogliere nel salotto di Pronto Raffaella nel 1983, oppure avevano ballato le sue hit come Rumore o Pedro in discoteca, e altri invece ne avrebbero fatto la conoscenza più tardi, quando ha fatto la colonna sonora de La grande bellezza o la giudice a The Voice of Italy negli anni Dieci. Indipendentemente dalla data in cui è apparsa per la prima volta nella vita di ciascuno, Carrà aveva parlato a tutti indistintamente.

Specie di divinità laica, santa apotropaica adornata di spalline e di paillettes, guerriera spettacolare armata di caschetto biondo immarcescibile, lei sapeva contenere gli opposti, essere popolare e sofisticata, rassicurante e rivoluzionaria, ideologica e pragmatica, famigliare e riservatissima. In un paese come il nostro che ama essere divisivo, indossare casacche e campanilismi, Carrà era pacificatrice. Non che non abbia suscitato le sue polemiche (dal Tuca Tuca scandaloso ai contratti milionari anti-austerity, passando per il Sanremo 2001 che scomodò il vescovo di Imperia), ma il suo fare determinato e professionale, unito a un cuore caldo e accogliente, la rendeva in qualche modo un volto innocuo, eppure potente. Chiunque ha un ricordo legato a lei, una specie di epifania carrariana che ha segnato un divario tra una vita senza e una vita con lei. Sono nella stragrande maggioranza dei casi ricordi positivi, anche se non si può dubitare che una donna determinata e volitiva come lei non abbia pestato qualche callo.

Scrivendo L’arte di essere Raffaella Carrà, dunque, l’obiettivo non è mai stato quello di fare un ritratto intimo e personale, operazione insensata data il tempo esiguo datomi dagli stringatissimi calendari editoriali ma soprattutto per via della sua proverbiale riservatezza (bene osannarla sul palco del Teatro delle Vittorie, guai a disturbarla quando giocava a scopone scientifico nella sua villa all’Argentario). Ne è uscito piuttosto un racconto sull’immaginario, un ritratto che parla sì di Raffaella Carrà ma soprattutto di noi che l’abbiamo osservata, seguita, osannata. Parla soprattutto di ciò che siamo diventati esposti alla sua luce così folgorante, che ben inteso non mancava di proiettare qualche ombra di malinconia

D’altronde ognuno può scegliere la propria Carrà da questo immenso album di figurine che, come scrivo nel libro, è stata la sua vita: è stata l’icona femminista mai ancillare agli uomini e la donna delle istituzioni che intervistava presidenti della Repubblica, segretari di Stato e Madri Terese di Calcutta; era la diva spagnoleggiante che si dimenava negli stadi sudamericani e la professionista televisiva in guantini di pelle che si divertiva a inventare programmi dietro le quinte; era la paladina dei diritti LGBTQ+ (lei che era stata cresciuta da due donne, la madre e la nonna, “anzi tre se continua la nurse inglese”) e colei che, dalla prima serata del sabato sera, ricongiungeva le famiglie divise dall’emigrazione ma pur sempre molto tradizionali. 

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